
I resti del Jet Morane Saulnier sul quale viaggiava Enrico Mattei, precipitato a Bascapè
(foto Wikimedia Commons)
Sono passati quasi 61 anni ma continua a far discutere e ad essere protagonista della scena politica nazionale ed internazionale e la sua opera è di straordinaria attualità nelle politiche energetiche globali durante questa delicatissima fase di avvio di transizione ecologica. Scomodo, come lo era subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale e durante i primi anni Sessanta, quelli della cosidetta “Guerra fredda” tra Usa e Urss e del “Boom economico” del nostro Belpaese.
Insomma viene da dire: “Enrico Mattei anche oggi fa davvero più paura da morto piuttosto che da vivo?”
Parrebbe proprio di si.
L’ultima polemica sulla figura e l’opera del primo presidente e fondatore dell’Eni è arrivata lo scorso 8 marzo quando un quotidiano nazionale ha di nuovo messo in dubbio le vere cause dello schianto aereo di Bascapè della morte di Mattei, del pilota Irnerio Bertuzzi e del giornalista americano di Time Life William Mc Hale. Il lungo articolo cerca di smentire le tesi processuali sostenute tra il 1995 e il primo lustro del terzo millenio della Procura della Repubblica di Pavia che a quasi quarant’anni dalla tragedia dimostrò con serie analisi scientifiche che fu un ordigno di bassa carica posizionato dietro il cruscotto del Morane Saulnier della Snam (azionato in fase di apertura del carrello) a far esplodere il jet ad ormai un minuto e mezzo dalla pista di atterraggio di Linate.
Scrivo quindi dopo aver letto l’articolo sulla morte “accidentale” di Enrico Mattei a firma Lupo Rattazzi apparso sul quotidiano nazionale per esternare ai lettori di PensaLibero tutte le mie perplessità sulle tesi sostenute dall’erede della famiglia Agnelli, figlio della ex senatrice e Ministro degli Esteri Susanna, “esperto di volo” in quanto presidente di una compagnia aerea privata. Chi scrive, sin dal 1992, per “Il Giorno” (allora giornale dell’Eni) si è occupato della morte del presidente e fondatore dell’Ente Nazionale Idrocarburi in diverse occasioni sia per motivi professionali sia per motivi familiari. Mio padre all’epoca dei fatti era il sindaco socialista della famosa Metanopoli di San Donato Milanese, inviato speciale de L’Avanti, amico personale di Enrico Mattei in quanto anche lui partigiano combattente nelle fila della Terza Brigata Garibaldi.
San Donato Milanese, 4 dicembre 1961. L’ingegner Enrico Mattei e il sindaco di San Donato Luigi Mannucci accompagnano fuori dalla chiesa Santa Barbara di Metanopoli il professor Amintore Fanfani, presidente del Consiglio dei Ministri in visita ufficiale al centro direzionale e ai laboratori di ricerca dell’Eni. Dietro di loro si scorge l’allora maggiore Carlo Alberto Dalla Chiesa comandante della Legione carabinieri di Milano.

Tramite mio padre Luigi, in occasione del trentennale della morte di Mattei, “Il Giorno” mi incaricò di scrivere diversi pezzi sulle persone più vicine al presidente e proprio per questo intervistai la guardia del corpo Rino Pachetti il quale mi parlò delle ultime ore di vita a Catania del fondatore dell’Eni. Questa intervista nel 1995 finì sulla scrivania del sostituto procuratore della Repubblica di Pavia, il dottor Vincenzo Calia che mi ascoltò perciò come “persona informata sui fatti” il 24 aprile dello stesso anno. Di questa audizione sono riportati ampi stralci nel libro dell’ex pm Calia “Il caso Mattei” edito nel 2020.

L’ex sostituto procuratore della Repubblica di Pavia Vincenzo Calia intervistato nel corso della trasmissione Atlantide in onda su La 7 lo scorso 27 ottobre 2022 in occasione del 60esimo della morte del primo presidente e fondatore dell’Eni, Enrico Mattei
Fatte queste premesse ritengo quindi di possedere una discreta conoscenza sui fatti, sugli accertamenti reali, sui depistaggi e sulle balle colossali scritte in tutti questi anni. Sono rimasto davvero stupito dalla portata dell’articolo di Rattazzi del quale non comprendo le motivazioni.
Oggi più che mai la figura di Enrico Mattei sta nuovamente assumendo un ruolo di primo piano nello scenario economico ed energetico internazionale e la premier Giorgia Meloni ne rivendica con orgoglio il coraggio, la lungimiranza e la genialità del semplice operaio della conceria di Matelica che in pochi anni cambiò la politica energetica mondiale. I recenti accordi con la Repubblica popolare di Algeria costituiscono infatti i primi passi e risultati ufficiali del “Piano Mattei” evocato dalla premier sin dalla presentazione del programma di governo approvato dalla Camera e dal Senato.
Quello di Rattazzi, invece, appare come un articolo che punta solamente a screditare il paziente lavoro effettuato dall’ex pubblico ministero Vincenzo Calia che ha avuto il coraggio di dimostrare che non si trattò di un semplice incidente aereo ma di un omicidio sul quale dopo oltre 30 anni non fu possibile solo accertare e perseguire penalmente chi furono i mandanti e gli esecutori.

con la giornalista Sabina Pisu
L’articolo nelle sue diverse contraddizioni, infatti, non smentisce l’unico vero dato certo e cioè le perizie scientifiche (ordinante dal pm Calia) del professor Donato Firrao del Politecnico di Torino che hanno stabilito con certezza che sui resti mortali di Mattei, del pilota Irnerio Bertuzzi e sullo stabilizzatore del Morane Saulnier “Isnap” conservato per anni dalla nipote Rosangela Mattei: “sono stati ritrovati, in base alle analisi metallografiche e frattografiche, segni di esposizione a esplosione derivante da detonazione di una carica sull’anello in oro di Enrico Mattei” (cit. relazione finale del professor Firrao depositata agli atti processuali di Pavia).
Mi pare evidente (pur comprendendo i limiti e la necessità di sintesi) che la titolazione dell’articolo risulti davvero fuorviante. Tutto parte dalla considerazione che da una attenta lettura degli atti e dal libretto di volo del secondo Morane Saulnier “Isnai”, pilotato dal collega di Bertuzzi, Ferdinando Bignardi non risulterebbe traccia della sua presenza a Catania in quegli ultimi tre giorni di vita di Mattei. Fatto questo, già smentito e ampiamente dimostrato dall’inchiesta per ammissione, seppur a fatica dopo oltre 30 anni, dai dirigenti dell’Eni di allora. Esisteva un secondo Jet identico che volava in incognito per depistare da possibili attentati visto che negli ultimi anni Mattei aveva ricevuto svariate minacce di morte per la sua “spregiudicata” politica energetica che aveva sconvolto le attività oligopoliche delle principali compagnie petrolifere e aveva sostenuto le rivoluzioni indipendentische dei paesi del Nord Africa. Questo secondo areoplano fu venduto in tutta fretta dalla Snam il 31 gennaio 1963 (esiste agli atti processuali l’atto di vendita notarile firmato dai futuri presidenti di Eni, Eugenio Cefis e Raffaele Girotti)
Tesi molto fantasiosa e assolutamente “digiuna” da una attenta lettura e studio degli attti processuali fatti propri dalla Corte d’Assise d’Appello di Palermo nel processo antimafia nel filone che riguardava l’inchiesta sulla scomparsa del giornalista del “L’Ora” Mauro De Mauro.
Fatte queste precisazioni sorgono spontanee alcune domande sulle dimenticanze della ricostruzione giornalistica di Rattazzi: che dire infatti del libretto di volo del secondo pilota dei due jet privati della Snam? Che dire della presenza del pilota Bignardi (che nel frattempo ovvero inizio 1963 aveva lasciato l’Eni per diventare pilota del gruppo Fiat) nella commissione ministeriale della Difesa voluta dal ministro Andreotti nel novembre del 1962 per determinare le cause reali della “sciagura aerea”? Ci restò solo due giorni prima di essere sostituito, giusto il tempo di ritirare presso la Procura di Pavia i documenti dell’Isnap ed esaminarli….!?!
Che dire poi della mancanza dei fogli dei registri areoportuali di Fontanarossa di Catania, di Roma Ciampino, di Milano Linate delle ultime due settimane di ottobre 1962 e dei tre pieni di carburante fatti da Bertuzzi nella mattinata del 27 ottobre ad “un solo aereo” se non erano previsti altri spostamenti di Mattei se non per tornare dalla Sicilia a San Donato Milanese…??? E che dire infine della fretta della commissione d’inchiesta che non si riuniva in presenza ma solo dietro la “regia” di poche persone? Gli interrogativi sono davvero tanti e non finiscono certo con queste tre “piccole” domande.

Il presidente Enrico Mattei in una delle sue ultime foto prima dell’attentato di Bascapè in cui perse la vita a 56 anni, proprio mentre stava definendo alcuni importantissimi accordi che avrebbero definitivamente demolito i monopoli delle più importanti compagnie petrolifere internazionali
La figura di Enrico Mattei credo vada onorata in altri modi e non smentendo l’unico dato certo ed incontrovertibile appurato dal magistrato Calia. L’aereo esplose in volo e questa detonazione fu vista da molti abitanti di Bascapè e del circondario anche se alcuni di loro siano poi stati “serenamente invitati” a precisare meglio i propri ricordi, magari cancellando anche la registrazione vocale di una intervista al Tg1 il giorno dopo la caduta dell’aereo.
Cesare Mannucci


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