
Il mondo intero scruta ogni giorno i movimenti imprevedibili di Donald Trump, ma dovremmo guardare di più al trumpismo, cioè all’ideologia che ha tanti seguaci in Europa e in Italia.
In poche settimane è successo di tutto, in nome di una post verità che ha rovesciato fatti e confuso vittime e carnefici, convinta che vincere le elezioni consenta qualunque cosa, dalla vendetta al delirio di onnipotenza.
Il bersaglio ideologico è tutto ciò che è “woke”, cioè politicamente corretto.
E’ vero che si è esagerato e che è tragicamente ridicolo cancellare la fiaba di Biancaneve perché razzista (quel “bianca”…) e discriminatoria verso i nani. Ma la Costituzione americana, ispiratrice di tutte le altre, non è woke, e opporsi al Governo non è una colpa, è anzi la prova stessa della libertà politica.
Invece, è partita un’operazione sistematica per cancellare l’essenza di un sistema molto centrato sul bilanciamento del potere del Presidente. E il metodo è quello dell’insulto, dell’isolamento, del ricatto, ed è preoccupante vedere la lentezza delle reazioni di tutti i contropoteri, FED esclusa, finché dura.
La grandezza dell’America moderna è stata letteralmente garantita dalla libertà di movimento e dall’accoglienza, ma In una lettera al Corriere, una studentessa italiana di un’università USA ha raccontato che molti studenti stranieri hanno rinunciato alle vacanze a casa perché temono di essere respinti alla frontiera al loro ritorno.
L’Università, fucina dell’innovazione di cui il mondo intero gode da sempre, è nel mirino di una normalizzazione culturale, cioè di un’azione che abbatte la libertà della scienza e della ricerca. Harvard, la prima Università del mondo, secondo Trump “insegna odio e stupidità”, e non avendo accettato censure ha già perso due miliardi di finanziamenti, la Columbia ha dovuto piegarsi a richieste politiche, i docenti meditano di fuggire all’estero come se scappassero dalla Mosca di Putin. Una ricercatrice è stata arrestata per strada. In Florida, nei licei è sconsigliato studiare le opere di Shakespeare, persino Giulietta e Romeo. I grandi studi legali di New York hanno ricevuto il chiaro avvertimento di uniformarsi, se vogliono mantenere le commesse pubbliche. Sembra una corsa verso il peggio, senza neppure bisogno di un ordine esecutivo. Basta il linguaggio anche scurrile del Presidente.
Nei giornali, quello più politico, il Washington Post, non può schierarsi, su ordine del nuovo editore, un oligarca in prima fila al giuramento. E la più grande Agenzia del mondo, la A.P., non può entrare alla Casa Bianca per le conferenze stampa.
L’ideologia repressiva scende per i rami, cancella il Ministero dell’istruzione e colpisce duramente impiegati, licenziati solo perché chiamati per lavoro a tutelare e finanziare le diversità, l’equità, l’inclusione, secondo l’oggi esecrato acronimo D.E.I.
La Ministro dell’Interno si esibisce in stile drag queen, con frusta e stivaloni, davanti alle sbarre di prigionieri in mutande, da deportare in Salvador, compreso quello arrestato per sbaglio, che vi resterà.
Non funziona più l’Usa Aid, legge che risale a John Kennedy, per l’aiuto a programmi contro la povertà e la discriminazione, e chi si occupa di solidarietà vede tagliati i fondi con conseguenze dirette sulla sopravvivenza di intere popolazioni.
Noi italiani ed europei, da sempre sospettosi della strumentalizzazione USA nascosta dietro questo aiuto dato al mondo dei deboli, ci abbiamo costruito sopra la retorica anti USA di mille cortei, cori, striscioni. Ma oggi siamo diventati scrocconi sempre pronti a “fregare” gli amici d’Oltreoceano. Dobbiamo ricordare agli alleati che negli anni 50 e 60, e poi ancora negli anni 80 degli euromissili, è stato decisivo anche per loro l’appoggio di chi stava al di qua di un muro che molti avrebbero volentieri spostato fino a includere lo Stivale?
Altro che dazi senza senso e utilità. La ferita è morale, perché porta a non riconoscersi più nell’America amata e anche osteggiata, che – da James Dean a Bob Dylan, dal giovane Holden a Martin Luther King , dalla sofferenza VietNam all’umiliazione Afganistan, dalle Torri Gemelle al sogno americano -sta diventando un modello di libertà che si autodistrugge.
Beppe Facchetti

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