
La Cina punta su laureati STEM e autonomia tecnologica, ma non sostiene i consumi interni: ha paura che la popolazione sfugga al controllo.
Un Paese di ingegneri, che punta sui laureati delle materie STEM per diventare autonomo dal punto di vista tecnologico attraverso l’innovazione. La priorità del piano quinquennale stilato da Xi Jinping per il prossimo lustro è questa, come ha spiegato in un’intervista rilasciata a “Il Sussidiario” da Giuliano Noci, prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano.
Non per niente proprio in questi giorni è stata presentata una ricerca su un chip di nuova concezione che consuma molto meno di quelli di Nvidia. Conquistata l’autonomia tecnologica Pechino consoliderà la sua sfera d’influenza, che comprende Asia e Africa, mentre se la giocherà con gli Usa per il Sud America.
Per risolvere i problemi dell’economia cinese, però, resta un problema, quello dei consumi interni, che devono crescere per dare sfogo al surplus di produzione che si fatica a smaltire con l’export. Su questo tema il piano quinquennale si ferma alla teoria: per i comunisti cinesi, infatti, è difficile pensare di spingere sui consumi, perché vorrebbe dire garantire alla gente più disponibilità finanziaria. Un elemento giudicato “pericoloso” poiché renderebbe più difficile mantenere sotto controllo la popolazione.
Il Partito comunista cinese, cioè Xi Jinping, ha preparato il piano quinquennale per lo sviluppo del Paese.
Nel prossimo futuro la Cina diventa sempre più un engineering state che punta tutto sull’autonomia tecnologica, che diventa la priorità. Il Paese ha un bacino di 12 milioni di laureati ogni anno, di cui 3 milioni nelle discipline STEM, e vuole fare in modo che questa enorme base di capitale umano venga convogliata nello sviluppo dell’innovazione, per raggiungere, appunto, la piena autonomia. Il piano quinquennale sostanzialmente punta su questo aspetto.
La Cina è consapevole che l’atteggiamento di chiusura tenuto fin qui dagli americani su questi temi andrà oltre Trump. Il confronto con gli USA sarà sempre più tecnologico, a prescindere dalle persone che saranno al potere è di conseguenza punta sull’autonomia e sul capitale umano.
Proprio in questi giorni i cinesi hanno presentato la prima nave cargo alimentata con un reattore a torio. Ricerca scientifica e innovazione diventano elementi focali.
Probabilmente i cinesi reputano persa la partita dei semiconduttori digitali, ma stanno lavorando sui chip fotonici e su quelli analogici. È appena uscita una ricerca secondo la quale hanno creato il prototipo di un chip analogico più avanzato di quelli di Nvidia e che consuma molto meno energia. Insomma, stanno spingendo sulla innovazione, ma stanno anche ottenendo risultati.
Nel mondo si va verso la definizione di sfere di influenza di influenza abbastanza chiare. La Cina tenderà a proiettarsi in Asia (anche se gli USA rimangono il punto di riferimento di Giappone e Filippine) e in Africa, mentre la parte contendibile è quella della Sud America. Cosa succederà in Europa è ancora da capire, ma finora preoccupa l’apparente inattività sulla ricerca scientifica.
L’altro grande problema dell’economia cinese è quello dei consumi interni e della deflazione. Ci si è addirittura sorpresi del fatto che nel mese di ottobre i prezzi siano aumentati dello 0,2%.
Sulla crescita dei consumi si fa fatica ad andare oltre le dichiarazioni di principio perché è un tema che al Partito comunista provoca una crisi di identità culturale. Il Pcc ha una naturale proiezione verso il mondo dell’offerta e pensa che se si danno troppi soldi al popolo si rischia di perderne il controllo. Per questo si percepisce la necessità di far crescere la domanda, ma si fa fatica ad andare oltre alle dichiarazioni astratte definendo delle azioni reali.
Occorre cambiare completamente gli hukou, i diritti di registrazione degli immigrati nelle città, che devono essere equiparati ai residenti, altrimenti la loro condizione, essendo tutto molto costoso, finisce per abbattere in proporzione la loro spesa. Se venisse modificata la gestione dei diritti degli hukou la domanda degli immigrati che vanno in città crescerebbe in misura significativa, del 30-40%.
E’ indispensabile una riforma del sistema di welfare, perché la sanità costa tantissimo. La gente tende a risparmiare in vista di una eventuale malattia o del procedere dell’età. Infine bisogna tenere conto dell’elemento demografico: la Cina è un Paese che sta invecchiando, dal 2035 un terzo della popolazione avrà più di 65 anni. Una situazione simile a quella dei Paesi europei.
Si sta dando seguito agli accordi. Sui giornali cinesi viene data grande enfasi al fatto che entrambi i Paesi hanno tolto le tasse sulle navi che attraccano nei porti. La Cina sta eliminando progressivamente i controlli sull’export di terre rare. D’altra parte, ne va del trend economico sia degli americani che dei cinesi. Tutto questo anche se entrambi sanno che prima o poi torneranno a scontrarsi.
La Commissione europea ha in carico la gestione degli accordi commerciali, ma le gli obiettivi dei vari Paesi non sembrano allineate. Ce ne sono alcuni che vogliono fare affari con la Cina e altri no: la Francia, per esempio, in questo momento esprime una relativa chiusura, mentre i Paesi scandinavi importano. Si fatica a fare sintesi. Alla fine, però, credo che convenga a tutte le parti trovare un punto di equilibrio.
Nella logica della sfera di influenze l’Europa corre il rischio di finire in quella cinese.
Ci sono Paesi come la Spagna che hanno una grossa propensione nei confronti della Cina. Lo dimostra anche il viaggio del re spagnolo di questi giorni. L’Europa non è detto che rimanga necessariamente nella sfera americana, perché gli Stati Uniti progressivamente tenderanno a disimpegnarsi. Se l’Europa non evolve e gli Stati Uniti arretrano, a lungo andare i Paesi europei potrebbero diventare, almeno in parte, terreno di conquista cinese.
Salvatore Rondello

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