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PD, la politica dell’antipolitica

Gli abbandoni recenti del PD, accompagnati dal disprezzo malcelato del gruppo dirigente del Pd e dall’invito dei resti riformisti del vecchio PD a portare pazienza, costringono ad interrogarsi sulla natura del PD che si candida a governare il Paese. Quale è la cultura politica di base della “base”? E’ una rielaborazione dello “spirito del tempo” – lo Zeitgeist – una categoria inventata da Johann Gottfried Herder già nel Settecento e riusata da Georg Wilhelm Friedrich Hegel, per definire in modo unitario la società borghese del tempo, strutturata dal mercato, dalla società civile – la Bürgerliche Gesellschaft “ – e dallo Stato. Marx preferiva usare il termine “ideologia”, che mantiene tuttavia la pregnanza di identici significati.

di Giovanni Cominelli | 11 Giugno 2026

Gli abbandoni recenti del PD, accompagnati dal disprezzo malcelato del gruppo dirigente del Pd e dall’invito dei resti riformisti del vecchio PD a portare pazienza, costringono ad interrogarsi sulla natura del PD che si candida a governare il Paese.

Quale è la cultura politica di base della “base”? E’ una rielaborazione dello “spirito del tempo” – lo Zeitgeist – una categoria inventata da Johann Gottfried Herder già nel Settecento e riusata da Georg Wilhelm Friedrich Hegel, per definire in modo unitario la società borghese del tempo, strutturata dal mercato, dalla società civile – la Bürgerliche Gesellschaft “ – e dallo Stato. Marx preferiva usare il termine “ideologia”, che mantiene tuttavia la pregnanza di identici significati.  

Qual è dunque lo “spirito del tempo” d’inizio Millennio? È il populismo. La “Destra” e la “Sinistra” di oggi hanno elaborato categorie politiche, prassi politica e stili di comunicazione a partire da questa base comune. Esiste dunque un populismo di destra e uno di sinistra. 

Quali ne sono i tratti principali? Il primo è già stato individuato da J. J. Rousseau: i singoli individui sono buoni, la somma degli individui è buona, è il “Popolo”. Le élites sono una casta corrotta. Le istituzioni rappresentative rispecchiano solo i loro interessi. Marx non scriveva, d’altronde, che lo Stato è “il comitato d’affari della borghesia”? Essendo irreparabilmente corrotte ed elitarie, le istituzioni devono essere aperte “come una scatoletta di tonno”, copyright di Beppe Grillo. 

Al loro posto la democrazia diretta, un referendum decisionale quotidiano garantito da una connessione individuale con il Computer centrale. Il governo politico diviene una pacifica Amministrazione quotidiana. 

Che cosa diventa, a questo punto, la Politica?  È qualcosa che si fa “dal basso” contro la Politica tradizionale. È la politica del “potere dei senza potere”, già praticata nelle dittature comuniste dell’Est, dove varie “chiese del silenzio”, religiose e laiche, hanno fatto resistenza per decenni. È la politica della vita reale, fatta di emozioni, pulsioni, desideri, diritti, interessi, la “bio-politica”.  In Italia è stata inaugurata da Silvio Berlusconi, sull’onda di Tangentopoli e di Mani pulite. È la politica dell’antipolitica. 

È niente altro che la realizzazione della “Volonté générale”, che trova incarnazione visibile nel Capo. A Lui si fa riferimento da parte dei singoli, senza più complicate e noiose intermediazioni di vecchi meccanismi di partito. Non c’è più bisogno di congressi, cui mandare delegati, che a loro volta eleggano gli organismi dirigenti. Da quando esistono i social viene tutto più semplice: da Truth a Instagram il Verbo del Capo arriva a tutti contemporaneamente in tempo reale. Il pulsante, anche quello fatale, è premuto in diretta, prima ancora che il Pentagono ne sia informato. E se il Capo fallisce? Viene messo al bando e se ne fa un altro. 

Alle spalle di tutto ciò sta lo sgretolamento dell’esperienza storica del ‘900 delle classi sociali e dello Stato nazionale. La globalizzazione economica ha proceduto con furia distruttrice/creatrice, generando effetti irreversibili, nonostante le guerre, mentre la globalizzazione politica non è riuscita. Si ritorna al Paese. A destra è sovranismo/nazionalismo, che a sinistra viene ammantato da un nuovo internazionalismo, quello etico-giuridico dei Diritti umani, civili e sociali. Si riattualizza qui l’utopia kantiana, oggi con il nome di “cosmopolitan democratic law”. Questa politica non ha bisogno di difendersi, non ha bisogno di armi. Basta predicarla. A mala pena si sopporta che l’Ucraina si difenda e che l’Europa le dia una mano. 

Lo Stato nazionale deve servire ad altro. Deve funzionare quale Bancomat per i bisogni del popolo.  Chi deve mettere in soldi in quella macchina distributrice? I ricchi e le banche! Poco importa che la metà degli Italiani, che non è fatta di ricchi, evada le tasse. 

Quando il PD ha virato verso il populismo?

Decisiva è stata la fondazione del M5S a Milano il 9 ottobre 2009. Per reazione, Matteo Renzi lanciò il 29 agosto 2010 la “rottamazione senza incentivi” dei dirigenti di lungo corso del PD. La “Carta di Firenze”, varata alla Leopolda il 7 Novembre del 2010, è la ”Magna Charta” di un PD diverso da quello annunciato da Veltroni al Lingotto il 27 giugno 2007. Il populismo di Renzi riguardava, al momento, solo il partito. Rispetto al governo, Renzi fu più riformista, anche se non esente da cadute populiste, vedasi il famoso “Bonus di 80 Euro”. L’ambivalenza sarà sciolta definitivamente con l’arrivo di Zingaretti e poi di Elly Schlein. La cultura di governo si allineerà a quella populista del partito. 

Delle categorie di cultura politica che venivano dal PCI-PD (la funzione nazionale della classe operaia, la sinistra di governo, la vocazione maggioritaria) è rimasto solo l’antifascismo, che funziona come sempiterno “oppio del popolo”. 

La prima conseguenza è che l’alleanza del PD con il M5S e AVS è perfettamente “naturale”. La competizione interna nasce sui posti, non sulle scelte.

Se questo è lo “spirito del tempo”, il conflitto elettorale tra Destra-Sinistra sarà tra due versioni di populismo. Il posto dei liberali, se esiste, sta all’esterno.

Giovanni Cominelli

(da Solo Riformisti)

Pubblicato in : Editoriale

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