
C’è un filo nero che attraversa la storia e che oggi, purtroppo, sembra voler tornare a stringersi attorno allo sport ebraico. È quello dell’antisemitismo mascherato da impegno politico, che negli anni Trenta portò la Germania nazista a organizzare Olimpiadi “ariane” a Berlino 1936 e a sancire, nel 1938, con le leggi di Monaco e di Norimberga, la discriminazione totale degli ebrei dalla vita pubblica.
Quel filo, che credevamo reciso per sempre dal disastro morale della Shoah, viene oggi ritessuto da 44 parlamentari del Partito Democratico, capitanati da Mauro Berruto, ex commissario tecnico della nazionale di pallavolo, con una proposta che chiede la sospensione di Israele da tutte le competizioni sportive internazionali.

Un’eco inquietante dal passato
Nella loro narrazione, si tratta di un’iniziativa “contro la distruzione dello sport nella Striscia di Gaza”. Ma il vero effetto – e forse il vero obiettivo – è colpire un popolo nella sua identità e nella sua dignità, trasformando lo sport in un campo di battaglia ideologico.
Come nel 1938, quando atleti e squadre ebraiche venivano escluse dai tornei per “motivi politici”, oggi si invoca un principio selettivo che colpisce non un governo, ma un intero popolo: atleti, allenatori, tifosi e semplici appassionati di sport che hanno la sola “colpa” di essere israeliani o ebrei.
L’ipocrisia di un boicottaggio etnico
Se davvero la preoccupazione fosse lo sport come strumento di pace, non si proporrebbe di espellere atleti in base alla bandiera che portano. Si organizzerebbero piuttosto tornei misti, si creerebbero occasioni di incontro, si farebbe del fair play una bandiera universale.
Ma qui il copione è un altro: isolare Israele in ogni ambito – culturale, economico, sportivo – con la logica del boicottaggio totale, che la storia ci insegna essere l’anticamera della disumanizzazione.
Una deriva pericolosa
La proposta del PD, al netto delle intenzioni dichiarate, ricalca modalità e retorica già viste in epoche oscure: si parte da un pretesto politico per arrivare a un bersaglio identitario. E nel momento in cui si toglie a un atleta la possibilità di competere solo perché è israeliano, si compie un atto discriminatorio che va oltre la politica e scivola nel terreno minato dell’antisemitismo.
Lo sport, che dovrebbe unire popoli e culture, diventa così un’arma per dividerli. Un’arma che nel Novecento abbiamo visto usare per preparare le persecuzioni più feroci. Oggi come allora, la tentazione di escludere “per principio” un’intera comunità non è solo moralmente sbagliata: è storicamente pericolosa.
Se c’è una lezione che Monaco ’38 e Berlino ’36 ci hanno lasciato, è che la discriminazione nello sport è sempre il preludio a discriminazioni ben più gravi. Per questo, chi ha a cuore i valori democratici non può restare in silenzio.
Luca Rampazzo


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