
Lasciamo pure che centrodestra e centrosinistra litighino su chi dovrà essere il prossimo candidato sindaco di Milano. Il problema è che, mentre la contesa per i nomi occupa il dibattito politico, di idee e di proposte se ne sentono poche. Ma prima ancora di scegliere chi dovrà guidarla, bisognerebbe forse chiedersi che cosa vogliamo che sia Milano. Una città metropolitana? Sulla carta sì, nella realtà mai davvero nata. Una grande metropoli? Forse no: con i suoi 1,3 milioni di abitanti è piuttosto una piccola metropoli, destinata però a diventare il cuore di un’area urbana ed economica molto più vasta. Il futuro collegamento ferroviario Milano-Genova in 50 minuti, insieme a quello già esistente con Torino, può infatti rafforzare enormemente il grande triangolo economico del Nord-Ovest. Milano è già la città della moda, del design, della finanza, dell’economia e dei grandi eventi. Ma le manca qualcosa: un’anima, un progetto, la capacità di tornare a sognare.
E allora perché non pensare a una Milano città della cultura diffusa? Una città che valorizzi i suoi teatri, le università, i luoghi della cultura e che sappia costruire nuovi appuntamenti di respiro internazionale: un grande festival del teatro, un festival internazionale del jazz, e tante altre iniziative capaci di trasformare ciò che già esiste in un vero progetto di città. È un’idea che riprende, in qualche modo, quella della cultura diffusa immaginata anni fa da Paolo Grassi e Giorgio Strehler. Milano non ha bisogno soltanto di amministratori che si contendano Palazzo Marino o di conduttori televisivi improvvisati arbitri della politica. Ha bisogno di una visione. Dorme, ma non sogna. E invece un po’ di sogno, un po’ di cuore e soprattutto un po’ di anima, a questa città servono davvero.
Roberto Caputo

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