
L’asse tra Washington e Tel Aviv ha raggiunto nel marzo 2026 una solidità strutturale senza precedenti, trasformando una storica alleanza strategica in un vero e proprio “Patto di Ferro” operativo. Questo nuovo ordine, consolidato dall’Operazione Roaring Lion – (Ruggito del Leone) (nota anche come Epic Fury – Furia Operazione Furia Epica), segna il passaggio da una fase di contenimento a una di azione diretta e congiunta nello scacchiere mediorientale. Il consolidamento dell’asse è frutto di una convergenza politica e militare maturata tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. La richiesta israeliana di un accordo di sicurezza ventennale con gli Stati Uniti ha gettato le basi per una cooperazione che supera i tradizionali protocolli di assistenza. Questo legame si è manifestato con la massima intensità il 28 febbraio 2026, quando le forze congiunte hanno avviato un’offensiva massiccia contro la Repubblica Islamica dell’Iran. L’intervento militare, descritto come un attacco preventivo per rimuovere minacce esistenziali, ha colpito obiettivi strategici in tutto il territorio iraniano. Siti come Natanz e Isfahan sono stati tra i bersagli primari per smantellare le capacità atomiche di Teheran. L’operazione ha mirato alla “decapitazione” del regime, colpendo funzionari chiave, comandanti dei Pasdaran e la stessa Guida Suprema. L’uso massiccio di Intelligenza Artificiale, droni esplosivi e cyber-sabotaggio ha garantito un blackout informativo quasi totale in Iran durante le prime fasi dell’attacco. Il “Patto di Ferro” sta ridisegnando gli equilibri di potere, ma non senza gravi rischi sistemici. Mentre il Presidente Donald Trump ha rivendicato la necessità dell’azione, l’Unione Europea (rappresentata da Ursula von der Leyen e Antonio Costa) ha espresso profondo allarme per il rischio di un conflitto regionale totale. Il conflitto si è già esteso con operazioni dell’IDF in Libano, confermando che il nuovo ordine non riguarda solo l’Iran ma l’intero assetto dei proxy regionali. Questo nuovo assetto di potere tra USA e Israele non rappresenta più solo una difesa comune, ma un’iniziativa proattiva volta a eradicare definitivamente le minacce percepite, ponendo la comunità internazionale di fronte a un “punto di non ritorno” geopolitico. In sintesi, la strategia attuale di Benjamin Netanyahu mira al cambio di regime a Teheran attraverso un’azione militare diretta e il sostegno a un’insurrezione popolare. Netanyahu ha dichiarato che l’operazione congiunta con gli Stati Uniti è necessaria per smantellare definitivamente il programma nucleare iraniano e le capacità missilistiche che minacciano Israele e l’umanità. Il Primo Ministro si è rivolto direttamente ai cittadini iraniani (persiani, curdi, azeri, beluci e ahwazi), esortandoli a “prendere in mano il proprio destino” e a liberarsi dal “giogo della tirannia”. Mentre Netanyahu promuove attivamente la “liberazione” degli iraniani dalla teocrazia (vedendola come la chiave per la sicurezza israeliana), nega ai palestinesi l’autodeterminazione statuale, sostenendo che quest’ultima porterebbe alla creazione di un nuovo “Stato terrorista” ai confini di Israele. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha parlato lunedì delle crescenti preoccupazioni che gli attacchi statunitensi e israeliani in Iran possano degenerare in un conflitto regionale prolungato, dichiarando: “Questo non è l’Iraq. Non è infinito”, anche se ha avvertito che è probabile che ci siano altre vittime americane nelle prossime settimane. Mentre l’amministrazione Trump ha citato le ambizioni nucleari dell’Iran come la principale preoccupazione da affrontare, i funzionari sottolineano sempre più spesso la minaccia rappresentata dai missili balistici iraniani come motivo chiave per lanciare gli attacchi, nonché come un’opportunità per eliminare la leadership del governo e la sensazione che i negoziati sul programma nucleare siano in fase di stallo.
“Con il lancio dell’Iran Prosperity Project, Pahlavi ha delineato una roadmap dettagliata per i primi 180 giorni post-regime, puntando a garantire la continuità dei servizi e la sicurezza nazionale. Più che rivendicare un trono, il principe sembra voler consolidare il lascito paterno attraverso una transizione laica e democratica, offrendosi come figura di unità nazionale in grado di traghettare il Paese verso un referendum dove, per la prima volta in quasi cinquant’anni, sia il popolo a scegliere la propria forma di governo.”
Giuseppe Basilico

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