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Pasticcio Hormuz

Dopo nove anni Trump è tornato a Pechino. Il rinvio della visita, programmata per aprile già dice molto. Dopo la ‘bravata’ in Venezuela, contava su un potere negoziale creduto irresistibile, se l’iniziativa contro l’Iran fosse andata in porto, sottraendo alla Cina due fornitori privilegiati di petrolio scambiato in yuan anziché in dollari. E invece il pasticcio di Hormuz rischia di vanificare i disegni Usa, volti a indebolire il Dragone in vista dello scenario multipolare, agendo soprattutto sul controllo delle rotte più strategiche: dal Golfo Persico a Malacca, passando per Panama e il Mar Cinese meridionale, con un occhio fisso sull’Artico (dunque la Groenlandia).

di Salvatore Rondello | 20 Maggio 2026

Dopo nove anni Trump è tornato a Pechino. Il rinvio della visita, programmata per aprile già dice molto. Dopo la ‘bravata’ in Venezuela, contava su un potere negoziale creduto irresistibile, se l’iniziativa contro l’Iran fosse andata in porto, sottraendo alla Cina due fornitori privilegiati di petrolio scambiato in yuan anziché in dollari. E invece il pasticcio di Hormuz rischia di vanificare i disegni Usa, volti a indebolire il Dragone in vista dello scenario multipolare, agendo soprattutto sul controllo delle rotte più  strategiche: dal Golfo Persico a Malacca, passando per Panama e il Mar Cinese meridionale, con un occhio fisso sull’Artico (dunque la Groenlandia).
Ciò non significa che Washington non abbia giocato le sue carte nel bilaterale. A Pechino preme tutelare la propria economia votata all’export, mirando a prolungare la tregua nella guerra tariffaria già avviata da Biden ed esasperata da Trump, al momento sospesa a causa della rappresaglia cinese, ossia la stretta su terre rare e minerali critici. La partita dei semiconduttori, server e data center, risente di una dipendenza transizionale dai prodotti americani (al momento più efficienti), ma nella prospettiva dei cinesi di emanciparsi in un campo dove gli Usa non sembrano disposti a rinunce. Lo stesso dicasi per l’intelligenza artificiale: più che una cooperazione, si profila la definizione di un canale di dialogo per regolamentare la competizione. E’ significativa la composizione delle delegazioni al seguito di Trump, corredata, tra gli altri, da Visa, BlackRock, Goldman Sachs: i gioielli di famiglia del capitalismo finanziarizzato degli States che, pur patendo la crisi industriale, puntano a fare leva con quel che hanno, per convincere la Cina a non erodere il monopolio del dollaro nel mercato globale, indispensabile a foraggiare un debito pubblico gigantesco. Ma resta da vedere se per Pechino, votata prevalentemente all’economia reale e refrattaria alle bolle speculative, saranno veramente appetibili le offerte dei signori di Wall Street. Tanto più, vista la capacità cinese di aprire mercati a ogni latitudine: il che significa continuare con passo lento ma costante, senza accettare quel che, alla distanza, potrebbe acquisire da sola.
La richiesta a Xi di mediare con Teheran, per consentire agli Usa di sfilarsi dall’impasse salvando la faccia è un evidente segnale di debolezza. Non è detto che la crisi energetica dia un vantaggio a Trump: non tanto per le difficoltà di approvvigionamento della Cina, quanto per il rischio di deteriorare i rapporti di Pechino con le altre economie asiatiche, le quali paventano la concorrenza del Dragone sulla corsa ad accaparrarsi greggio e gas altrove. Eppure non sembra che su questo capitolo Washington e Pechino siano sintonizzate. Quest’ultima può contare su un’interdipendenza che rende strutturalmente inaggirabile il suo ruolo sia nel vicinato continentale sia negli addentellati di tutti gli attori del Golfo Persico. In secondo luogo, le garanzie securitarie pretese da Teheran possono essere soddisfatte soltanto da Washington, che pure le ritiene irricevibili, laddove includono una riduzione della sua presenza militare nella regione. D’altra parte, non sarebbe una grande mossa coinvolgere direttamente la Cina come agente risolutore della crisi in un’area di cui gli Usa reclamano un controllo egemonico esclusivo.
Infine la vertenza su Taiwan, per cui Xi chiede che gli Usa tornino a rispettare la dottrina della “One China” inaugurata da Nixon, interrompendo il contrasto alla riunificazione speso dagli ultimi inquilini della Casa Bianca. Non a caso la diplomazia cinese ha inteso porre la questione ai vertici dell’agenda del bilaterale: scelta inusuale, quella di anteporre in scaletta il dossier più arduo, se non si vuole condizionare negativamente il prosieguo negoziale. La recente sospensione di forniture militari a Taipei parrebbe un segnale distensivo, se non un indizio che preparerebbe l’isola a merce di scambio. Tuttavia la scelta può essere solo provvisoria, per fronteggiare l’assottigliamento delle scorte d’arsenale dovuto al pluriennale dispendio a favore di Ucraina e Israele, cui si aggiunge il formidabile consumo contro l’Iran. Del resto, sarebbe paradossale cedere alla Cina proprio sul quadrante del Pacifico, su cui gli Usa puntano da anni per arrestare la crescita del rivale. Piuttosto, ora la Casa Bianca considera l’opzione di ribaltare la strategia di Nixon: allora si trattò di strappare Pechino da Mosca, adesso vale lo sforzo in senso contrario. Senza sottostimare il deficit di credibilità che i giochi d’azzardo e i bluff messi in atto da Trump, di certo non ignorati da Xi.
Nel complesso, resta una divergenza fondamentale sul piano strategico-intenzionale. Da un lato, Xi ambisce da tempo ad accordi strutturali nella governance globale, in vista di un condominio egemonico da stabilizzare in chiave paritetica, ottenendo dagli Usa la rinuncia a pianificare una geopolitica condita da strappi eversivi, volti a guadagnare vantaggi posizionali e insieme ad azzoppare il Dragone. Il che non collima con l’inclinazione di Trump a trattare in modo segmentato e settoriale, per ottenere profitti transattivi immediati, utili a disciplinare provvisoriamente i rapporti con il rivale fondamentale: ovvio, visto che nei suoi riguardi Washington va misurando tutte le mosse antagonistiche degli ultimi vent’anni.
Forse è inevitabile che, in tale divergenza posturale, debba essere la Cina ad adeguarsi al registro dell’ospite di questi giorni, reso emblematico dal nome di “Board of Trade” che il Tycoon ha assegnato all’intera missione diplomatica. In vista non pare esserci alcuna svolta ordinativa, almeno compatibile con la più profonda esigenza di responsabilità cooperativa, la cui assenza spiega i travagli su scala mondiale di quest’epoca.
Il vertice di Pechino non ha chiuso i dossier più esplosivi, Taiwan, Iran, chip, terre rare, commercio, ma, secondo Giuliano Noci, ha chiarito qualcosa di più profondo: il rapporto di forza tra Stati Uniti e Cina non è più quello di prima.
Secondo il docente del Politecnico di Milano, prorettore delegato del Polo Territoriale Cinese, Washington non tratta più da posizione dominante, mentre Pechino usa le proprie leve industriali e tecnologiche con crescente sicurezza. Tuttavia la Cina non è onnipotente. Ha consumi deboli, crisi immobiliare e inverno demografico. Ma, nel confronto con l’America di Trump, “è una mezza debolezza davanti a una debolezza intera”.
Nell’intervista rilasciata al Sussidiario, il Professor Noci ha detto: “È andato a baciare la pantofola dell’imperatore. Donald Trump ha fatto un disastro in questi tredici mesi. Ha portato l’inflazione negli Stati Uniti al 4%, quella dei beni produttivi al 6%, il prezzo della benzina è a 4,5 dollari. La manifattura non è tornata. E tutto questo grazie a politiche completamente sbagliate. Poi si è infilato nel vicolo cieco della guerra in Iran. A quel punto, per evitare che bruciasse tutto, è dovuto andare a Pechino, ammiccare e cercare un accordo. Gli accordi economici erano quasi obbligatori, perché le due economie dipendono l’una dall’altra. La cosa davvero interessante è un’altra: per la prima volta gli Stati Uniti riconoscono alla Cina pari dignità. Questa è la cifra del vertice. Passiamo da un mondo unipolare a un mondo bipolare. Puro, vero, riconosciuto anche dagli americani”.
Su Taiwan le agenzie hanno registrato un irrigidimento cinese e una cautela americana maggiore sulle forniture militari. Secondo il prof. Noci, Taiwan può diventare una merce di scambio dentro un accordo più largo su Iran, chip e commercio: “Direi che è più che possibile. I cinesi i compromessi li sanno trovare. Sono molto più rotondi e molto meno spigolosi di noi occidentali, soprattutto di Donald Trump. Se Trump riesce a chiudere la guerra in Iran, vende volentieri tutta Taiwan. Taiwan l’ha già dimenticata. Adesso bisogna vedere se nei prossimi giorni i cinesi faranno i compiti a casa, cioè se eserciteranno sugli iraniani quella moral suasion che hanno promesso a Trump. Intendo che ora si misureranno gli impegni veri. Trump ha ancora la pistola puntata, perché appena partito ha detto che non sono esclusi attacchi all’Iran. Dunque siamo in una fase in cui entrambi devono capire se l’altro mantiene fede agli impegni virtuali presi. Virtuali, appunto: perché un conto sono le dichiarazioni, un conto è spostare davvero gli equilibri”.
La Cina è più forte di quanto sembri. Il professore spiega: “La debolezza intera è quella americana. La mezza debolezza è quella cinese. La Cina ha una domanda interna debole, un settore immobiliare in difficoltà, un dividendo demografico ormai negativo. Quindi, se Trump piange, Xi non ride. Però resta il fatto che la Cina ha in mano leve decisive. E soprattutto sa usarle. Il punto non è dire che Pechino non abbia problemi, il punto è che, dentro questa interdipendenza, la Cina oggi dispone di carte molto pesanti. Hanno già liberato la commercializzazione dei chip Nvidia verso dieci imprese cinesi, cioè le più importanti. Trump ha dovuto cedere. È positivo o negativo? Non c’è molto da commentare: l’ha dovuto fare. Perché se non lo avesse fatto, i cinesi avrebbero chiuso il flusso delle terre rare. E le terre rare sono l’interruttore economico del pianeta”.
Il prof. Noci aggiunge: “In questa partita le carte nel poker di Trump non le aveva Donald, le aveva Xi. E le ha giocate. Se gli americani non danno chip alla Cina, i cinesi accelerano per produrli da soli. Se glieli danno, facilitano la Cina, ma al tempo stesso la rendono un pò meno indipendente, perché riducono l’incentivo a sviluppare chip avanzati autonomi. Alla fine non fa una differenza enorme. Il punto vero è che Trump non poteva fare diversamente: Xi gli dice “non ti do le terre rare” e Donald va in ginocchio”.
L’Europa guarda questa partita da fuori. Intanto BYD tratta per rilevare stabilimenti sottoutilizzati in Europa e l’Italia è tra i Paesi osservati. Si pone il dubbio se salvare fabbriche o perdere sovranità industriale. Il Prof. Noci soiega: “Quello che è sconcertante sono le chiacchiere che si fanno in Europa e in Italia. Una quantità infinita di ossigeno sprecato. Con i cinesi bisogna essere pragmatici. Loro, quando erano indietro, ci hanno detto: venite a produrre qui, accedete al nostro mercato, però ci date il vostro know-how. Ecco, io farei la stessa cosa al contrario. Vuoi venire qui a produrre? Molto bene. Metti sul tavolo il tuo know-how, perché io ne ho bisogno. Questo dovremmo fare. Temo che non ci siamo. L’Europa, più che altro, non esiste. È una creatura astratta di 27 Paesi con interessi variegati. Il consenso, così, lo trovi sulla posizione peggiore: devi convincere quello più indietro, quello che frena di più. Se oggi entriamo in un mondo bipolare vero, l’Europa dovrebbe trarne qualche conclusione. Invece non è al tavolo della diplomazia, e forse non è neanche il menù. È uno degli ultimi maggiordomi che aspira a entrare nella stanza, ma il maître gli dice: non sei ancora capace”.
Il Prof. Noci conclude: “L’Europa per non restare fuori dalla stanza dovrebbe frantumare l’attuale disegno europeo e costruirne uno più serio. Mi vengono i brividi quando sento il cancelliere Merz opporsi alla fusione tra Unicredit e Commerzbank in nome di principi campanilistici. Parliamo di due formiche a livello mondiale che vorrebbero unirsi, mentre fuori stanno entrando i leoni. E noi difendiamo un pezzo di formica”.
Come facilmente possono comprendere i lettori, siamo ormai entrati nell’era del dragone cinese con la complicità della questione climatica.

Salvatore Rondello

PASTICCIO HORMUZ
Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Salvatore Rondello

Salvatore Rondello è nato a Trapani il 11 luglio 1954. Dal 1982 vive e lavora a Roma.
Dopo aver conseguito la maturità con il massimo dei voti, ha proseguito gli studi in economia e commercio presso l’Università degli Studi di Venezia “Ca’ Foscari”.
Studioso di problematiche sociali, economiche e politiche con particolare attenzione alle tematiche del credito, del welfare e del mercato del lavoro, ha organizzato diversi convegni ai quali sono intervenuti importanti personalità del mondo accademico, politico e sindacale.
Opinionista, consulente artistico e poeta, ha coordinato diversi dibattiti culturali tra i quali sono annoverati diverse presentazioni di nuove pubblicazioni librarie.
Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati in diverse riviste e quotidiani. Da settembre 2016 collabora con la Redazione del quotidiano “Avanti on line”.
Nel febbraio 2015 pubblica per Aletti Editore la raccolta di poesie “Vagazioni” classificata finalista nella II edizione del Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo”.
Si è sempre battuto socialmente per la tutela del patrimonio artistico e naturale, per la diffusione della cultura, per la difesa Resistenza dei diritti umani e dei valori della Costituzione della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza.

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