Dopo un’abbuffata di dati e di commenti elettorali almeno una certezza: i cittadini scelgono (anche di non scegliere) sulla base di considerazioni semplici e dirette, che nascono dalla loro percezione dei fatti. Il resto è il torneo delle formule e del politichese, che appassiona ancora troppa parte degli addetti ai lavori, afflitti spesso, nel migliore dei casi, da una buona dose di pigrizia mentale.
Questo modo di parlar di politica, senza approfondire mai il confronto sulle soluzioni ai problemi e alle preoccupazioni delle famiglie, dei vari soggetti sociali e delle imprese, è una delle ragioni più forti della disaffezione di tanti cittadini.
L’altra è certamentela mancanza di quel rinnovamento dell’ etica pubblica che era stato sbandierato come risultato da raggiungere con la liquidazione della prima Repubblica.
Solo chi è incline al fanatismo non si è ancora accorto della grande mistificazione che si è coltivata, per arrivare ad una situazione più deteriorata e sfilacciata di prima.
Disaffezione e sfiducia mettono in crisi, forse definitivamente, il bipolarismo italico che non si è mai davvero consolidato, ammesso sia esistito. E pensare che molti grandi strateghi e raffinati osservatori hanno vagheggiato in questi anni addirittura un sistema a due partiti, da incoraggiare forzando un po’ le situazioni, con l’aiuto determinante di una legge elettorale così assurda, che sembra pensata per il Paese-che non- c’è.
I partiti che hanno rappresentato la continuità del sistema hanno pagato un prezzo elettorale, che li pone dinanzi a scelte molto difficili, sia pure per ragioni diverse e in parte opposte.
Il PD ha una leadership forte anche troppo, che lo pone “fuori asse” rispetto ad una buona parte del suo elettorato, ma soprattutto rispetto ad una cultura, ad un posizionamento sociale, ad una tradizione con i valori ed i miti che ogni radicata tradizione comporta.
Questo “disassamento” non è frutto di una evoluzione discussa e ragionata, ma di un tatticismo esasperato e mutevole, tipico dell’uomo solo al comando, il cui valore-guida è l’attivismo.
Il partito della sinistra che vince nei quartieri dell’alta borghesia e perde nelle periferie metropolitane ha un problema che non può rinviare, perché riguarda le ragioni stesse della sua identità.
Quello che fu il centro-destra che abbiamo conosciuto è anch’esso alle prese con una scelta di tipo identitario, che nasce, al contrario, dal declino della storica leaderhip berlusconiana e dalla difficoltà di ritrovare una piattaforma comune tra spinte e sentimenti divaricanti. Non è solo questione di nomi, ma in ballo ci sono visioni e sensibilità molto diverse, la cui sintesi non può affidarsi alla benevolenza del destino.
Il terzo incomodo-Movimento 5 Stelle- non può più considerarsi un ospite inatteso o di passaggio.
Il folclore e le provocazioni degli inizi, come pure l’astratta ingenuità della palingenesi promessa, suscitano ancora giustificate cautele. Ma sarebbe un grave errore non capire che ormai si tratta di un fenomeno di ben altro spessore. Esso intercetta, ed è l’unico partito in grado di farlo, spinte e aspirazioni largamente trasversali rispetto ai tradizionali schieramenti destra-sinistra, ciascuno dei quali vive una propria specifica crisi. Qui sarà messa alla prova la potenziale modernità dei 5 Stelle, ben più che sulla mitizzazione della rete e della partecipazione minuto per minuto, di tutti e di ciascuno, su ogni singolo atto amministrativo.
Altro che rottamazione o “Vaffa-day”; altro che furbizie del partito della Nazione : la modernità si misurerà per tutti sulla capacità di adeguare il proprio bagaglio culturale e politico per metterlo in sintonia con i fenomeni di epocale cambiamento che incombono e con le sfide, fino a ieri impensabili, che è necessario affrontare.

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