Con la sentenza 275/2016 la Consulta ha acclarato che l’equilibrio di bilancio di cui all’art. 81 della Carta non può condizionare la doverosa erogazione dei diritti incomprimibili, tra cui il diritto all’istruzione, che devono essere effettivamente garantiti per non rimanere mere previsioni programmatiche. In altre parole, l’equilibrio di bilancio di cui all’art. 81, che è un concetto comunque diverso dal pareggio, visto che non prevede l’identità contabile tra entrate e spese effettive, deve uniformarsi ai diritti costituzionalmente rilevanti per non pregiudicarne l’attuazione. Morale: la pubblica amministrazione non può dire che non ci sono i soldi per garantire istruzione, salute, lavoro, giustizia, eccetera.
La pronuncia di fatto impone, non semplicemente consente, allo Stato italiano di violare i vincoli di bilancio derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea se necessario a garantire i diritti tutelati dalla Costituzione. Eppure per l’Italia, come per gli altri Stati aderenti all’eurozona, potrebbe in qualsiasi momento verificarsi una situazione di indisponibilità finanziaria, qualora i mercati le negassero credito e la Bce non intervenisse per sostenerla. Lo Stato potrebbe cioè non avere la possibilità finanziaria di equilibrare i propri conti bilanciandoli in maniera tale da adempiere i doveri imposti dalla Costituzione.
Il Governo italiano dovrebbe trarre le dovute conseguenze da questa sentenza e richiedere la modifica dell’architettura europea, per adeguarla alla struttura del proprio ordinamento giuridico, ammettendo l’espansione dei deficit pubblici e la garanzia della Bce sui debiti sovrani. L’alternativa per lo Stato italiano sarebbe l’obbligatoria uscita da un sistema di regole manifestamente incostituzionale alla luce della suddetta pronuncia della Corte.

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