In Italia, lo sappiamo, il bipolarismo non ha mai funzionato bene. E, come tutte le cose nate male, è finito peggio. Adesso il bipolarismo è agli sgoccioli, o così sembrerebbe: da un parte il PdL senza la Lega non va da nessuna parte e deve concederle sempre maggiori prebende e contentini, venendo oltretutto da essa superato nelle ricche regioni del Nord Est. Dall’altra il PD, diviso fra correnti, fondazioni e sottopartiti, che cerca nella paralisi e nella stasi della propria vita politica l’ultima soluzione per evitare la disgregazione, e intanto cede consistenti quote di elettorato all’IdV. E infine, nel mezzo, l’UDC che aspira a guadagnarsi il ruolo di ago della bilancia passando dalla “opposizione repubblicana” delle prime giornate post elettorali alla “opposizione collaborativa” (e diciamo pure connivente) con l’uno e l’altro partito. Apparentemente, un falso bipolarismo giunto al capolinea.
Ma non facciamoci troppe illusioni: PD e PdL sono decisi a rinserrare le fila pur di evitare ulteriori smottamenti del loro “migliore dei mondi possibili”. Lo scioglimento della Commissione di Vigilanza RAI e la deposizione di Villari proprio da parte di quei consiglieri PdL che erano poi coloro che lo avevano eletto, riconosciuto e sostenuto, è stata la prima dimostrazione del “soccorso azzurro” che dal centrodestra era partito per aiutare il PD. Lo sappiamo bene: i due blocchi non possono esistere l’uno senza l’altro. Quando uno dei due entra in sofferenza, l’altro fino ad un certo punto ne approfitta; ma quando la sua crisi diventa troppo grave o rischia di farsi irreversibile, allora questi deve porgere la mano al suo avversario per impedirne il tracollo definitivo. Ne va della propria stessa sopravvivenza. Nel vuoto pneumatico che potrebbe aprirsi nel centrodestra o nel centrosinistra dopo il crollo del PdL o del PD potrebbero nascere alternative politiche pericolose; ma soprattutto dall’altra parte comincerebbero a verificarsi fughe e spostamenti elettorali per occupare quella nuova frontiera tutta da ripopolare, e allora non ci sarebbero più nè vincitori nè vinti, ma semplicemente una nuova fase politica che spaventa gli attuali padroni.
Nel PdL sperano che, detronizzato Villari, il PD possa insediare alla presidenza della Commissione un uomo di fiducia bipartisan, tanto per salvare le apparenze ma soprattutto la sostanza. Così il PD riprenderà fiato senza che il PdL possa sentirsi danneggiato dall’operato di un nome tanto prestigioso ed innocuo come quello di Zavoli.
La seconda mossa è quella dello sbarramento del 4% alle Europee: si ottengono due immediati e cospicui vantaggi. Il primo è che, parlando della riforma elettorale, non si parlerà della crisi; e poichè questa polemica riguarderà soprattutto i piccoli partiti, ne consegue che la loro scarsa visibilità mediatica sarà tutta finalizzata solo nella polemica contro lo sbarramento al 4%. Gli elettori, non sentendo dai piccoli partiti proposte in merito alla crisi economica (che è poi l’argomento che più seriamente interessa loro), non li prenderanno in considerazione al momento di dover mettere la croce sulla scheda elettorale. Il secondo è che si eviteranno fughe elettorali dal PD ai partiti minori della sinistra, e così il blocco veltronian-rutellian-dalemiano potrà riconsolidarsi forte di un risultato alle Europee in linea con le previsioni o addirittura leggermente più positivo. Al contempo, tutti i tentativi fatti a sinistra per dare vita ad alternative nuove e moderne al conformismo veltroniano naufragheranno facendo affondare ancora più profondamente la sinistra nella sua attuale crisi politico-elettorale.
La protesta contro lo sbarramento al 4% (iniquo non soltanto perchè penalizza la rappresentanza, ma anche perchè il Parlamento Europeo, non eleggendo un governo, non ha l’esigenza della “governance” tanto cara ai berlusconiani e ai veltroniani, ma semmai il compito di rappresentare al meglio tutti i paesi che ne fanno parte) è una battaglia sacrosanta, che però legherà le mani ai piccoli partiti mettendoli ancora più con le spalle al muro di quanto già non ci stiano adesso. E nel frattempo, PD e PdL gongoleranno.
Quello che dobbiamo sperare, e per cui dobbiamo anche lavorare, è che il risultato alle Europee sia tutt’altro che scontato come Veltroni e Berlusconi si augurano. Non solo dobbiamo lavorare per unificare la sinistra che si riconosce nel PSE, ma soprattutto dobbiamo approfittare al meglio e con la maggiore intelligenza possibile dell’evidente crisi e delle contraddizioni che attanagliano i due blocchi. Uno spazio riformista tra le crepe dei due blocchi c’è, impossibile non riconoscerlo: la nostra sfida dovrà consistere nell’occuparlo.
Filippo Bovo.

Il ragionamento fila via liscio ,senza incertezze:”Uno spazio riformista tra le crepe dei due blocchi c’è, impossibile non riconoscerlo: la nostra sfida dovrà consistere nell’occuparlo.”
Andrebbe benissimo ,se non fosse inficiato da un piccolo neo: che la proposta dell’occupatore non rende lo stesso più credibile dei due blocchi contrapposti .
L’azione suggerita può solo essere ,consapevolmente ,strumentale ed occasionale .
Perchè il ” ce ” verdoniano si dovrebbe riferire a tutti , non solo ai “benpensanti” riformisti d’accatto.