Nel 1219 ci aveva provato San Francesco a pacificare al Malik al Kamil nipote del feroce Saladino nel corso della quinta Crociata, ma sembra – nonostante tutte le leggende che sorsero intorno a quell’incontro presso la città assediata di Damietta, da parte dei Crociati – non abbia certamente conseguito lo scopo pacificatore fra le contrapposte armate. Ora papa Francesco scende (a febbraio) ancor più in profondità, negli Emirati Arabi, ed è la prima volta che un pontefice calca quelle terre. Luoghi anch’essi non privi di bellicosità. Gli Emirati arabi parteciparono con gli Americani alla guerra contro l’Iraq e hanno sempre un contenzioso di confini aperto con l’Arabia Saudita. Cosa spinga il Papa a tali trasferte defatiganti è presto detto: la mancanza di una diplomazia pontificia di livello. Non che la Chiesa cattolica non la possedesse, anzi era una delle migliori ai tempi di Pacelli, Roncalli, Casaroli… Poi come tutte le cose che stanno intorno a noi lentamente ha subito un declivio inesorabile per cui si sono sostituiti ad essa Paolo VI e Giovanni Paolo II ; al contrario con papa Benedetto XVI, grande teologo, ma assolutamente negato per la politica si è toccato il punto più basso. Occorreva che un altro Papa prendesse iniziative in attesa di riformare un corpo diplomatico di livello e Francesco non ha certamente deluso con il suo attivismo a trecento sessanta gradi. Non ha sicuramente le raffinatezze di un diplomatico di carriera, ma la vita perigliosa in Argentina lo ha forgiato nel fuoco della lotta e sa osare seguendo il più puro pragmatismo. La benevolenza che suscita nei popoli, un miliardo e trecento milioni di cattolici, cento arcivescovi che rappresentano la Santa Sede nel mondo, i martiri cattolici trucidati per fede, la mancanza di un esercito, e quindi inerme come San Francesco, fa sì che la Sua autorità supplisca egregiamente ad una classe diplomatica in formazione. Lo scopo della Chiesa, come più volte ha indicato il Papa, durante il suo pontificato, deve essere una Chiesa “in uscita” e un “ospedale da campo”; pertanto Egli attua a livello internazionale ciò che debba valere per un buon cattolico nella vita di tutti i giorni: contaminarsi con il mondo, portare la buona Novella dove essa manchi. Semplicemente, senza dietrologie. Non sono più i tempi di guardare alle altre religioni come eresie da combattere; si può, mantenendo il proprio credo personale, collaborare per la pace o per il benessere dell’Umanità con gli altri anche se hanno divergenze teologiche o ideologiche. Tuttavia se dal volto appare la sua contrarietà, nell’incontro con qualche capo di Stato che non gli va a genio (Trump), dovremo scusarlo; non può farne a meno, non avendo studiato per diplomatico.
Guglielmo Adilardi

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