Giugno 1978. Mi telefona Ernesto Bettinelli, un collega dell’Università di Pavia, pannelliano di ferro. E mi dice: “Marco ti vuole conoscere. Hai scritto di recente un libro sull’elezione del presidente della Repubblica e lui, alla vigilia della riunione del Parlamento in seduta comune che dovrà sostituire il dimissionario Giovanni Leone, è interessato alla tua monografia”. Ora, nessuno è perfetto. E io meno degli altri. Sono igienista, e questi radicali che protestavano spesso e volentieri seduti per terra mi davano l’orticaria. Ma Bertinelli tanto fa e tanto dice che alla fine, come la manzoniana monaca di Monza, lo sventurato sottoscritto rispose. Malaccorto come sono, dissi di sì. E non ho mai avuto a pentirmene.
Pannella mi accoglie a braccia aperte. E prima di affidarmi a Emma Bonino, che fino alla ventitreesima ora è stata nei secoli fedele al Maestro come la Benemerita, mi dice: “Te la senti di fare delle eccezioni alle decisioni del presidente del Parlamento, visto e considerato che finora il collegio è stato considerato solo un seggio elettorale, dove nessuno può profferire verbo?”. Monografia alla mano, gli risposi che così m’invitava a nozze. Sì, perché questa tesi finora dominante l’avevo sbertucciata ben bene nel mio libro. E qui cominciò una magnifica avventura. Conobbi personaggi fuori dal comune, come Roberto Cicciomessere, i cui emendamenti lo mandavano in estasi, Adele Faccio, un’intelligenza davvero notevole, Marisa Galli, che aveva abbandonato il velo monacale, Mauro Mellini, un avvocato per il quale il diritto non ha segreti. Per non parlare della sullodata Emma Bonino, una delle persone più estrose che abbia mai incontrato. Quasi tutti con un passato più o meno tribolato.
Finalmente capii perché Pannella mi aveva arruolato. Erano gli anni, quelli tra il 1976 e il 1979, della cosiddetta solidarietà nazionale. Quando l’opposizione era ridotta non solo ai minimi termini ma ghettizzata e maltrattata. Il Msi era qualificato o meglio squalificato come fascista. E i radicali erano considerati un branco di pazzerelli senz’arte né parte. Mentre un liberale come Salvatore Valitutti allora ammoniva che anche le istituzioni respirano come una persona. Il polmone è necessario sia alla maggioranza sia all’opposizione. E nessuna delle due può avere la bella pretesa di prevaricare. Parole sante! Pannella lo sapeva bene. E ingaggiò questa battaglia parlamentare al fine di rimarcare il proprio ruolo di oppositore. E con quali armi? Quelle del profeta disarmato, avvocato magari delle cause perse, delle quali nutriva vanto. Perché in ciò sta la sua nobiltà. Fu così che, una volta indottrinato ben bene Pannella, tornai al ruolo di commentatore istituzionale sui giornali – allora su “Il Tempo” di Gianni Letta – scrivendo i miei articoli per comodità nella sede del gruppo parlamentare radicale. E chi stava di fronte a me, battendo a macchina i suoi articoli per “la Repubblica”? Elementare, Watson: Stefano Rodotà. Per un paio di settimane, come mi raccontava Oscar Luigi Scalfaro, fui l’incubo di Pietro Ingrao, che presiedeva il Parlamento in seduta comune. Alle riunioni mattutine con i suoi collaboratori, domandava: “Oggi il professor Armaroli che cosa ha da dire sulle mie decisioni?”.
La verità è che Pannella, immerso fino al collo nell’italica palude, sognava a occhi aperti il modello Westminster. Non a caso avrebbe voluto un sistema elettorale di marca britannica, ossia l’uninominale secca. Nei singoli collegi elettorali chi vince diventa deputato e chi perde resta o è mandato a casa. Maggioranza da una parte e opposizione dall’altra, senza possibilità di farsi piedino come da noi. Di qui l’ostruzionismo pannelliano di carattere strategico. Solo così l’opinione pubblica avrebbe percepito un’opposizione contrapposta alla maggioranza e al governo. Di qui referendum abrogativi a raffica, dov’è possibile solo un sì o un no. Mentre da noi prevale un indistinto ni. Ecco la grandezza di Pannella: non rassegnarsi ad accettare un’Italia mosca bianca dal punto di vista istituzionale nel contesto europeo.
Intendiamoci, non ho sempre condiviso le sfuriate di Pannella. Ma continuo più che mai a pensarla come Indro Montanelli. Marco, qualunque cosa dicesse o facesse, profumava di bucato. Una persona profondamente perbene. Dovrebbe essere la regola. E invece…

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