
«La foto di Papa Francesco ed Emma Bonino è uno straordinario ritratto della possibilità di incontrarsi tra mondi diversi. È la Chiesa che mi piace: collaborativa, sensibile, fragile, umana. Una profezia»
Monsignor Paglia, lei ha lavorato a lungo accanto a Papa Francesco su alcuni dei terreni più delicati: famiglia, vita, bioetica. A distanza di tempo, qual è la riforma culturale più profonda che Francesco lascia alla Chiesa?
Con Papa Francesco è mutato anzitutto l’atteggiamento verso la “vita” che non è stata ridotta solo ad alcuni principi. Il Papa volle che fosse sempre più evidente la difesa della vita a tutto tondo, dall’inizio alla fine e in qualsiasi condizione essa fosse. In questa prospettiva la dimensione della “bioetica” si è allargata in rapporto ai nuovi orizzonti avviandosi così verso una bioetica globale che comprendesse sia l’umano che l’ambiente. In questo orizzonte Papa Francesco ha affrontato per primo in maniera articolata la questione dell’Intelligenza Artificiale che papa Leone ha poi codificato ina maniera organica. Un altro campo è stato quello della famiglia. Sino ad allora esisteva quasi unicamente una teologia della coppia. Con papa Francesco è nata una vera e propria “teologia della famiglia” e quindi di una realtà caratterizzata da una molteplicità di relazioni che vanno ben oltre la coppia. Il testo di Amoris Laetitia descrive un nuovo orizzonte per la famiglia.
Lei ha detto che bisognava superare una Chiesa dei “valori non negoziabili” intesi come principi astratti, per arrivare a una Chiesa capace di “accompagnare, discernere, integrare”. È cambiata davvero la Chiesa o questa battaglia è ancora aperta?
Ricordo ancora una volta quando papa Francesco mi ricordò l’ultimo articolo del vecchio codice di Diritto Canonico: la suprema lex della Chiesa era la “salus animarum” e non la “salus principiorum”. Ovviamente i principi restano ma quel che va salvata è la gente che va perciò aiutata a crescere e a comprendere sempre più profondamente il Vangelo. E a seguirlo, ovviamente. Non bisogna cedere alla tentazione di atteggiamenti fissi, irrigiditi. La Tradizione della Chiesa non è ingessata. Dall’VIII secolo si parla di “sviluppo del dogma”. Se si guarda la storia della Chiesa, appare evidente che le strutture nascono ed evolvono in risposta a situazioni storiche contingenti. Quello che resta sempre, senza tempo, è il messaggio del Vangelo. Dobbiamo sempre ritornare al Vangelo e alla vita della Chiesa nascente come è descritta negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di Paolo, per scoprire e riscoprire il metodo dei primi cristiani per andare avanti. Papa Gregorio Magno diceva che le Sacre Scritture “crescono con chi lo legge”. Vanno messe in relazione ai tempi della storia: nella Parola di Dio troviamo le risposte ai problemi nuovi di oggi. Con la esegesi raffinata di cui disponiamo, con lo studio, con la preghiera, in quei testi troviamo stimoli per le esigenze dei nostri tempi. Questa è la dinamica della fede, non una Tradizione che individua dei presunti valori non negoziabili, ma una Tradizione che libera le potenzialità espressive delle persone.
Famiglia, separazioni, nuove forme affettive, omosessualità: la società è cambiata molto più velocemente della dottrina e del linguaggio ecclesiale. Come può la Chiesa restare fedele al Vangelo senza perdere il contatto con la vita reale delle persone?
Leggendo il Vangelo scopriamo pagine straordinarie che descrivono gli atteggiamenti accoglienti di Gesù verso i reietti del suo tempo: la donna samaritana con cui parla al pozzo scandalizzando i discepoli, i lebbrosi, operando guarigioni nel giorno di sabato scandalizzando i farisei. Tanti episodi che indicano un modo di fare e di agire. Senza che Gesù perdesse il contatto con se stesso e con la realtà. E i discepoli, dapprima scandalizzati e scettici, alla fine hanno compreso il messaggio universale di salvezza che avevano il compito di portare avanti. Ecco il punto: un messaggio universale di salvezza perché alla fine, siamo tutti fratelli e sorelle tra di noi. Senza distinzioni.
Lei parla della necessità di superare una visione della vita limitata alla battaglia su aborto ed eutanasia. Che cosa significa oggi, concretamente, essere “dalla parte della vita”, considerando l’intero arco dell’esistenza, dalle fragilità sociali alle cure palliative, dalla violenza alle guerre fino alle nuove tecnologie?
La risposta è la Bioetica Globale, come ha indicato e insegnato Papa francesco. La vita umana non va ridotta a momenti: la nascita e la morte. Come accennavo all’inizio, bisogna considerare tutto l’arco dell’esistenza, con le diverse problematiche. La Chiesa lo sta cominciando a comprendere. Ma poi la vita umana non è isolata, non è chiusa in sé stessa. Siamo in relazione non solo tra di noi ma siamo in relazione con l’ambiente, con il pianeta in cui viviamo. Non abbiamo una seconda vita da vivere e neppure un secondo pianeta quando esauriamo le risorse di questo. Dunque la rivoluzione della vita comincia da qui: rispetto e attenzione verso tutte le fasi dell’esistenza, nei diversi contesti, e nel contesto di un pianeta che deve continuare a darci le risorse per vivere.
E arriviamo all’età anziana. Viviamo più a lungo, ma spesso consideriamo la vecchiaia quasi un tempo “in più”, improduttivo. Che cosa non abbiamo ancora capito dell’ultima parte della vita?
Non abbiamo capito che è una risorsa e non uno scarto. La “pensione” non è un parcheggio prima di morire, dove si sta lì seduti su una panchina ad aspettare. È l’età “grande” come mi piace definirla, in cui ci si può mettere a servizio degli altri. In cui le risorse culturali, relazionali, anche economiche degli anziani, possono aiutare figli e nipoti, in una fase di interscambio generazionale. Altro che pensione, altro che parcheggio!
La solitudine degli anziani è diventata una grande questione sociale. Il problema è soltanto organizzare meglio assistenza e welfare oppure dobbiamo cambiare radicalmente il nostro modo di pensare le generazioni e i legami?
I due aspetti vanno di pari passo. Non a caso la legge 33 del 2023, che riforma l’assistenza agli anziani – e che il Parlamento ha approvato all’unanimità – si basa su un nuovo modello di assistenza domestica e territoriale, con strutture e risorse. Proprio per non spezzare i legami: per rinforzare le famiglie che hanno in carico persone anziane e dare legami e relazioni a chi invece non ne ha attraverso una rete. È una rivoluzione culturale. Non è ancora ben compresa, forse, perché noi anziani tendiamo a rimanere un po’ nascosti. Ma gli ultra 65enni sono 14 milioni e oltre, in Italia. È un popolo che non può venire ignorato a lungo.
Poi c’è la morte, parola che la nostra società sembra voler rimuovere. Abbiamo medicalizzato il morire e contemporaneamente abbiamo paura persino di parlarne. Come si restituisce umanità alla fine della vita?
Non lasciando solo nessuno. È un tema di importanza vitale. Anche la Chiesa può e deve riscoprire la predicazione sulla fine della vita. Per noi credenti la morte non è il termine di ogni realtà. Tutt’altro. Come recita il Credo: “aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”. È una promessa, non tutto finisce. Siamo mortali, ma non per la morte. La morte è un passaggio che apre alla vita piena. E non è una questione di fede, semplicemente. E’ del tutto ragionevole che le cose belle che abbiamo fatto, gli affetti che abbiamo vissuti e promossi…tutto ciò non può finire nel nulla. Sarebbe una contraddizione! La fede cristiana ci dà un alfabeto per l’Oltre che la ragione fa fatica ad elaborarlo. Tanti non credenti nella loro vita, quando si avvicinano alla loro fase terminale, riscoprono il fascino della vera vita dopo la morte corporale. Lo dico per esperienza diretta con tanti malati.
Sul fine vita il confronto pubblico tende immediatamente a dividersi tra favorevoli e contrari all’eutanasia. Lei insiste invece molto sulle cure palliative e sull’accompagnamento. È possibile costruire uno spazio comune prima dello scontro ideologico?
È questo che lei indica lo spazio comune. Uno Stato degno di questo nome non deve dare la morte alle persone. C’è già la morte per questo, perché è il destino di ogni essere vivente, quello di morire. Uno Stato deve preoccuparsi che ci siano condizioni degne: con le cure palliative, con un vero accompagnamento. Dietro le richieste di morte anticipata, c’è la solitudine, la paura di soffrire, di essere un peso per gli altri. Condizioni di sofferenza fisica e mentale che vanno tolte. Gli strumenti li abbiamo e dobbiamo usarli, togliendo spazio ad un dibattito ideologico che fa solo del male ai veri malati e non risolve i problemi.
C’è poi un’altra rivoluzione, quella dell’intelligenza artificiale. Lei comprese molto presto che robotica e AI erano anche questioni bioetiche. Oggi qual è il rischio più grande: che le macchine diventino troppo simili all’uomo o che l’uomo finisca per comportarsi sempre più come una macchina?
Sposterei la prospettiva. I progressi tecnologici non mi fanno paura. Mi fa più paura la stupidità umana, quando non riesce a governare la tecnologia e quando non ci rendiamo conto che abbiamo dei meravigliosi strumenti da utilizzare per fare del bene. Accecati come siamo dalla volontà di potenza, dal desiderio di arricchimento, non comprendiamo che la pace ci rende molto più ricchi della guerra. E che la tecnologia al servizio dello sviluppo umano è infinitamente più redditizia della tecnologia al servizio dei conflitti.
C’è infine una fotografia che oggi assume un significato ancora più forte: Papa Francesco ed Emma Bonino insieme, entrambi in sedia a rotelle. Erano lontanissimi su molte battaglie, ma non smisero mai di dialogare. Che cosa racconta quella fotografia della Chiesa che Francesco voleva costruire?
Come ho detto in occasione della morte di Emma Bonino, la foto è uno straordinario ritratto della possibilità di incontrarsi tra mondi diversi. Il tratto comune è l’umanità di due persone fragili, in sedia a rotelle, malate, che dialogano tra loro. Un papa ed una esponente radicale, cosa potrebbero avere in comune? La loro intelligenza, sensibilità, fragilità. E le dirò di più, è il ritratto della Chiesa che mi piace: collaborativa, sensibile, fragile, in una parola sola: umana e proiettata verso il Cielo al tempo stesso. Una profezia.
Gaetano Amatruda

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