Il congresso del Pd, come la rinascita del logo Forza Italia, non sono eventi politici che riguardano solo gli elettori di quei partiti, ma rappresentano in realtà la trappola in cui siamo prigionieri da decenni e dalla quale non riusciamo ad uscire.

Ma quello che pare più preoccupante, non è solo o soltanto la decisione di far eleggere il segretario ai soli tesserati del partito, quanto cogliere nei passaggi logici, anzi illogici ma contrabbandati come del tutto sensati, che hanno portato ad una simile scelta tutta la consapevolezza ostinata ed arrogante di una classe dirigente che è anche classe politica e che appesantisce come un piombo il nostro paese con la stessa barocca fumisteria con cui uccide il proprio partito.
Perché non sono matti, non sono stolti, non sono incoscienti e men che meno sprovveduti – se ne stanno lì, nel chiuso delle stanze che li tengono al riparo da quegli elettori cui amano sputare in faccia ad ogni consultazione, a distillare formule astruse nei loro alambicchi da stregoni della piccola mediazione, della reciproca transazione, della costante compromissione, e naturalmente della sopravvivenza di sè senza alcun limite di tempo, di età e di vergogna. Chè la dignità della sconfitta è cosa da uomini, non da mercanti di voti consacrati al potere. E pare di leggerli, i fumetti che escono dalle loro teste mentre con espressione impenetrabile si ascoltano e si sorreggono l’un l’altro snocciolando la litania sgualcita cui nessuno crede più: dobbiamo sostenere il governo, il dibattito interno è pericoloso, dobbiamo restare uniti – ma il sottotesto è lo stesso per tutti: difendiamo il nostro potere perchè siamo all’ultimo giro, quello che accadrà dopo di noi non ci riguarda, come non ci ha mai riguardato in tutti questi decenni in cui abbiamo solo pensato a mantenere il più a lungo possibile la nostra rendita di posizione, e pazienza se il paese intanto andava alla deriva.
E dunque fa paura, e non poco, sapere che questi soggetti governano il paese con lo stesso criterio con cui gestiscono il proprio partito, ancorati a rituali e cabale del secolo scorso, acquattati dietro la vuota retorica dell’emergenza e del governo che va protetto, seduti sulla certezza che Berlusconi ha bisogno almeno quanto loro di tenere in piedi la coalizione governativa – hanno declinato il verbo rinviare ed i suoi sinonimi in tutte le possibili forme, procedono a strappi, a svarioni, ad annunci e spot, e intanto si tengono in piedi reciprocamente e passano sopra a tutto, insulti, volgarità e rapimenti di bambini compresi. Altri risultati, fin qui, non pervenuti.
Sono sempre loro, quelli del secolo scorso, che dovrebbero stare ormai negli Ismi del Novecento alle voci Dalemismo, Bersanismo, Epifanismo, Lettismo, quest’ultimo naturalmente con due paragrafi – capitoli che dovrebbero essere già chiusi nella storia politica del nostro paese e che invece ancora si agitano, e si alleano, e si manifestano ad ogni occasione in cui si potrebbe finalmente andare incontro al futuro ed invece il loro peso da zavorre mantiene tutti inchiodati al passato. E si strizzano l’occhio, da una parte all’altra, chè ciò che conta davvero è tornare indietro e restarci il più a lungo possibile, dunque a destra si ritorna a Forza Italia, ed a sinistra si ritorna ai congressi del Pci degli anni Settanta, le facce son le stesse, le parole pure, le promesse anche, la crisi economica uguale, quindi l’operazione conservazione e nostalgia è del tutto legittima, persino giustificata, e chi non lo comprende è un bieco sfascista che vuole solo abbattere le care solide certezze sui cui poggiano le cariatidi al potere.
In fondo, la malattia profonda che corrode il nostro paese sta tutta qua, nell’eterno impossibile ritorno al passato che ci pare sempre più rassicurante rispetto al futuro – il congresso del Pd, come la rinascita del logo Forza Italia, non sono eventi politici che riguardano solo gli elettori di quei partiti, ma rappresentano in realtà la trappola in cui siamo prigionieri da decenni e dalla quale non riusciamo ad uscire. E sembra persino incredibile che più il tempo passa, più la crisi si fa sentire in tutti i suoi pesanti effetti, più vediamo i politici guardare indietro invece che avanti ed i partiti cristallizzarsi in rituali da sedute spiritiche, come se davvero l’unico antidoto possibile ai mali del presente fosse un salto indietro temporale in grado di cancellare decenni di scelleratezze.
Ed è inutile persino ripetere che non usciremo dalla crisi senza la politica, ma che la politica prima deve uscire dal proprio stato comatoso se vuole tornare ad avere un ruolo, un senso, un valore ed una costruttiva incisività sulle sorti di questo paese – aveva ragione Freud, bisogna riuscire ad uccidere il padre, metaforicamente si intende, per crescere: il primo che ci riuscirà davvero anche politicamente, stabilirà un precedente che a quel punto diverrà regola per tutti. Speriamo dunque in un parricidio, ed a tempi brevi, per salvare quel che resta delle nostre sorti alla deriva.

I percorsi politici di leaders attuali e giovani, sono a volte persino meno significativi di quello di Renzi, perchè alla fine gli elettori che li hanno liberamente scelti e votati hanno premiato le loro idee ed i loro programmi. Non ho parlato di modelli da importare, ho semplicemente fatto un esempio e/o un paragone.
Chiara, non è questione di età, ma del percorso politico, e quello di Renzi è piccino, piccino. E poi Obama ti sembra un bell’esempio? Se ancora vedi negli States e nel Regno Unito degli esempi da importare, piuttosto che elaborare modelli dalla nostra storia e da quella delle nazioni europee a noi vicine, mi sembra che ci resti poco su cui discutere.
Ma davvero, dunque pensa come son grulli gli americani che eleggono Presidenti quarantenni, gli inglesi che eleggono premier quarantenni …..
Ma Chiara, lo scandalo sta nella povertà dell’esperienza politica che si porta in dote uno che vorrebbe essere primo ministro. A prescindere dalle doti.
A parte che i tuoi conti sono sbagliati, perchè fra Provincia e comune siamo, per ora, a nove anni – io ho parlato di incarichi, non di vita di partito – se si candidasse Premier, ruolo che non ha mai ricoperto, avendo oltretutto 38 anni, non vedrei lo scandalo.
Chiara diciamo esattamente la stessa cosa, e ben comprendi che Renzi è già out visto che fa politica da quasi vent’anni, ammesso che essersi fatto le ossa come presidente di Provincia, ente i n via di estinzione, abbia gran peso.
Bene, dunque tu per professionista della politica intendi il classico politico a vita modello italiano. Io invece intendo qualcuno che abbia competenze certe ed utilizzate nel proprio campo – cosa che in Italia non accade mai, visto che le nomine si fanno col Cencelli e non con i curricula – amministri per un periodo di tempo utile a produrre risultati, e poi ne esca e metta a disposizione la propria esperienza altrove, ovvero fuori dalle istituzioni,, come accade normalmente nelle democrazie evolute ed avvezze al ricambio generazionale.
Chiara, tu invochi i politici come professionisti, e quando mai dei professionisti non dovrebbero costituire un apparato di iscritti in difesa dall’ingerenza dei votanti? E’ proprio il politico professionista a temere un allargamento. C’è una contraddizione in termini tra l’allargamento previsto nelle democrazie cosiddette empiriche che rigettano i professionisti a vita della politica, e questi ultimi di cui è ancora piena l’Italia. Per professinista della politica non intendo il buon politico che viene, amministra e sparisce, ma colui che in politica ha trovato il posto di lavoro a vita, inizia assessore di Roccacannuccia a vent’anni, sindaco a venticinque, deputato regionale a trenta, assessore regionale a trentacinque, deputato nazionale a quaranta, ministro a quarantacinque e così via, finché non viene trombato e mandato a presiedere qualche fondazione, solitamente culturale, poiché fuori dalla chiacchiera il poveretto non sa nemmeno cucinarsi un uovo in camicia. Di simili professionisti della politica se ne ha le tasche piene.
Libere associazioni che liberamente lasciano ai tenutari ogni decisione circa l’ organizzazione interna e la nomina delle guide o rappresentanti ,sono lo specchio di quella democrazia rappresentativa che anche nelle istituzioni politiche allontana i vertici dai “rappresentati”. Realizzando una contraddizione in termini. L’ apparato ,una volta legittimato formalmente a decidere ,segue forzatamente gli interessi che conosce meglio :i propri . Se ne esce in un modo solo ,che è tutto fuorché pacifico. La serratura deve essere attivata da DENTRO , da fuori si sfonda la porta….Queste sono le storture della “rappresentanza”…tenendo conto anche di un aspetto psicologico fondamentale : se vedo un “rappresentante” di cui mi fido ,e che mi piace , lo seguo e lo voto . Se questi non viene designato quale “rappresentante” ,posso essere iscritto al gruppo , magari ,ma non voto . Secondo voi ,dove sta LA LIBERTA’ ? Nell’ allineati e coperti ?
Non si capisce perchè i politici non debbano essere professionisti, chè dei dilettanti ne abbiamo anche troppi, con pessimi risultati. Riguardo alla elezione del segretario, il numero dei tesserati è di gran lunga inferiore al numero degli elettori che votano Pd, come i dirigenti sanno benissimo, dunque sarebbe logico coinvolgere i propri elettori nella scelta del Segretario, sempre che si vogliano conservare naturalmente…..
Un parricida di quasi quarant’anni, Renzi, più che un liberatore mi sembrerebbe un disturbato. Perché a vent’anni non si mise a lavorare e se ne andò di casa? Semplicemente perché è della stessa razza dei padri., l’ennesimo professionista della politica. Poi l’elezione alla segreteria. Siamo alle solite, passasse il principio che tutti possono parteciparvi si creerebbero vere congreghe prezzolate e pilotate nelle elezioni di qualsiasi partito.