Parlando di Europa, bisogna parlare di agricoltura: l’Unione Europea spende più per l’agricoltura che per ogni altro settore in cui interviene

Ad oggi l’agricoltura italiana riceve circa 400 euro/ettaro: se però non si distinguerà più tra produzioni massive e produzioni di nicchia, il livellamento previsto minaccia proprio quelle realtà produttive (agrumeti, vigneti, molte produzioni tipiche locali) che tradizionalmente sono basate su piccoli appezzamenti di terreno.
Anche l’Olanda, con la sua sofisticata agricoltura intensiva di poca terra strappata al mare, e Malta, con i suoi pochi campi strappati all’aridità insulare, sono minacciate da questo cambiamento, che è invece gradito a Polonia, Romania, Lituania, ma anche Portogallo, dove un’agricoltura più estensiva e meno qualitativa vedrebbe invece, per la medesima “convergenza”, un incremento degli aiuti, oggi per questi Paesi ancora inferiori alla soglia dei 270 euro che a Bruxelles si pensa dovrà essere il punto di arrivo per tutti. Privilegiare il criterio della superficie significa che l’Italia e la sua agricoltura di piccole aziende “perderà” circa 270/280 milioni di euro l’anno.
Al di là degli interessi nazionali, è giusto tutto questo? In parte sì, perché riequilibra gli aiuti comunitari a favore dei Paesi meno industrializzati e meno sviluppati, insomma più poveri; in parte certamente no, perché il valore del Brunello di Montalcino o del Bergamotto di Calabria non può, con tutto il rispetto, essere misurato con lo stesso criterio delle produzioni estensive di foraggi, patate e mais d’Oltralpe. Come si vede, non è una questione noiosa e prosaica da euroburocrati, anzi è molto delicata e importante, anche se se ne parla assai poco.

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