La politica anziché fuggire dovrebbe progettare un “nocciolo duro” di diritti e doveri su cui fondare l’idea di una cittadinanza globale.

L’internazionalizzazione avrebbe abbattuto le originarie “pareti” dell’organizzazione statuale e sarebbe stato così impedito agli Stati di continuare ad esercitare un benefico controllo sul mercato a vantaggio di tutte le comunità nazionali. Anche qui occorrono però precisazioni. Una critica “alla cieca” della globalizzazione dei mercati nazionali fa perdere di vista che proprio l’internazionalizzazione delle economie ha portato grandi vantaggi per molte comunità un tempo ai margini del benessere economico. Non solo. La critica alla cieca alla globalizzazione trascura che il processo ad essa sottostante non è affatto incompatibile con un’azione politica finalizzata a ricondurre il mercato sotto nuove regole e ad esaltare, per questa via, la capacità dei cittadini di rimuovere o affievolire gli esiti sgraditi di un mercato fuori controllo.
A livello cosmopolitico è, infatti, possibile immaginare un’azione politica virtuosa, sempre che siano accettate alcune precondizioni. Queste dovrebbero riguardare, in particolare, la creazione di una sfera pubblica globale e l’introduzione di un “nocciolo duro” di diritti e doveri su cui fondare l’idea di una cittadinanza globale. Inoltre, le stesse precondizioni dovrebbero anche includere, a livello mondiale, un’appropriata offerta di beni pubblici (in primo luogo la giustizia internazionale) e la riconduzione dell’interventismo statale, proprio del “welfarismo”, al rispetto continuo della dignità esistenziale dei cittadini.
Una politica rispettosa di queste precondizioni genererebbe diversi vantaggi. Ad esempio, la promozione di un’area di dibattito per stimolare il crescente consolidamento di uno stato di pace e la diffusione di un pensiero critico funzionale all’esaltazione di una maggiore efficienza delle istituzioni democratiche rispetto a configurazioni istituzionali alternative. Ulteriori vantaggi sarebbero poi quelli legati ad un crescente senso di sicurezza personale e di giustizia sociale. Per ottenere queste vantaggi in termini ottimali o soddisfacenti servirebbero però interventi che stimolassero i cittadini a sviluppare una concezione generale della loro identità e a non accontentarsi di semplici “premi di consolazione”, come invece ora succede.
L’operatività di questa prospettiva di azione politica non ipotizza necessariamente un accordo interstatale per progettare e realizzare in via immediata e diretta istituzioni internazionali o il miglioramento di quelle già esistenti. Semmai, tale prospettiva ipotizza l’emersione di linee di tendenza culturali e politiche, utili a potenziare pratiche istituzionali e di governance di tipo democratico. E ciò soprattutto attraverso un auspicabile apporto costruttivo da parte delle nuove generazioni. E’ questa una rivoluzione culturale alla quale possono essere chiamati tutti i cittadini. Solo così si può sperare di ricuperare la politica dal ruolo marginale in cui si trova e in cui molti vogliono conservarla. E’ immediato in proposito pensare, da un lato, a chi ha interesse a mantenere un laissez-faire senza regole e, dall’altro, a chi criticando affrettatamente la classe politica per l’essersi lasciata “sfuggire” il mercato dal necessario controllo finisce in definitiva col palesare l’inguaribile pessimismo che unisce tanto chi demonizza la politica, quanto chi disprezza il mercato.

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