
Gli echi dell’ultimo vertice europeo di Bruxelles non si sono ancora spenti e già montano nuove polemiche. Al centro c’è sempre lui, Viktor Orban, e l’Ungheria che lui governa, ormai, ininterrottamente da sedici anni. È vero, le aspettative erano decisamente scarse ma, in base alle ricostruzioni informali che filtrano, sembra che questa volta il primo ministro ungherese abbia davvero superato ogni limite facendo spazientire anche un leader compassato come il suo collega Friedrich Merz. «Un atto di grave slealtà», ha definito il primo ministro tedesco l’ostinazione con cui Orban ha messo il veto al prestito europeo di 90 miliardi di euro all’Ucraina. «Il comportamento di Orban avrà conseguenze che vanno al di là di questo fatto isolato», ha poi aggiunto con altri leader europei che manifestavano un’irritazione analoga.
L’Ungheria è nel pieno della campagna elettorale. Per la prima volta dopo parecchi anni Fidesz, il partito al potere, rischia il 12 aprile di perdere la maggioranza. Ogni occasione è buona per Orban per rilanciare l’immagine del leader che si erge a difensore della patria contro la prepotente ingerenza dell’Ue e l’invadenza dei suoi tecnocrati. L’Ucraina è stata trasformata in minaccia esistenziale con il governo di Budapest che non perde occasione di denunciare il presunto tentativo di Bruxelles di trascinare il Paese in guerra. Nulla di tutto questo, ovviamente, poggia su una qualsiasi parvenza di realtà ma, come è noto, la cultura del nemico è la linfa del sovranismo che si nutre di ardenti contrapposizioni utili, in particolare, per incendiare lo scontro elettorale.
L’impressione è che questa volta Orban abbia tirato troppo la corda dopo avere già esasperato in occasioni precedenti i partner europei. Alla riunione del Consiglio dello scorso dicembre, infatti, il primo ministro ungherese aveva dato il suo assenso all’accordo che, comunque, non coinvolge direttamente l’Ungheria anche se il Trattato di Lisbona prevede il voto unanime di tutti gli Stati Membri. Quello della “Cooperazione Rafforzata” è uno dei tanti paradossi dei meccanismi comunitari. L’articolo 20 stabilisce che i paesi che lo desiderano possono approfondire l’integrazione in alcuni campi specifici purché siano almeno in nove ma per procedere occorre l’assenso anche di quei paesi che decidono di non farne parte. Dei 27, solo Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria si sono sfilate dal prestito europeo di 90 miliardi all’Ucraina ma il loro voto rimane comunque vincolante. Nel giro di tre mesi Viktor Orban ha ribaltato la sua posizione con uno sconcertante voltafaccia. Al di là delle dichiarazioni contrariate di Merz gli altri leader europei hanno deciso per il momento di soprassedere anche per non cadere nella trappola elettorale di Orban. Non fosse che lo scoop del Washington Post, poi confermato, secondo il quale il ministro degli esteri ungherese Peter Szijjarto durante le riunioni a Bruxelles sia in comunicazione diretta con il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha rinfocolato le polemiche.
Ormai sembrano esauriti gli artifizi, gli stratagemmi e le acrobazie diplomatiche. Come quella che alla riunione del Consiglio Europeo del dicembre 2023, quando si trattava di votare sull’apertura dei negoziati di adesione all’Ue dell’Ucraina, vide l’allora primo ministro tedesco Olaf Scholz prendere a braccetto Viktor Orban per accompagnarlo fuori dall’aula per una pausa caffè impedendogli di esercitare il diritto di veto, veto che, tuttavia, Orban si è sbizzarrito a utilizzare, in seguito, per il dossier su eventuali sanzioni contro i coloni violenti in Cisgiordania o per quelle nei confronti di alcuni amministratori della Georgia rei di atti di repressione contro l’opposizione.
Vale la pena sottolineare, inoltre, come le tradizionali conclusioni delle riunioni del Consiglio Europeo consistono, ormai, di due parti: la prima, che include le decisioni formalmente adottate dall’insieme dei Paesi Membri, e la seconda, quella che tocca da qualche anno la guerra in Ucraina, “fermamente sostenuta” solo da 26 capi di stato o di governo senza citare espressamente chi non è d’accordo, ovviamente, l’Ungheria. A questo punto è lecito chiedersi perché l’Ungheria faccia ancora parte dell’Ue. Troppo complicato espellerla ma perché Budapest non decide unilateralmente di uscire come ha fatto il Regno Unito nel 2016? Per due ragioni. Anche se ridotti i fondi europei costituiscono un bancomat vitale per l’economia del Paese; agire da cavallo di Troia per Mosca nella Ue consente a Budapest di ottenere il petrolio russo a prezzi stracciati. Anche Donald Trump è sceso in campo a sostegno di Orban facendo presagire scenari inquietanti nel caso il primo ministro uscente non vinca le elezioni di aprile. Ma l’Europa sovranista è questa, ovvero la non Europa.
Paolo Bergamaschi

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