
Si è spento a 87 anni, ieri 27 marzo, Fabio Roversi Monaco, uno dei più
autorevoli giuristi italiani del secondo novecento, figura centrale nella vita
culturale e istituzionale di Bologna. Con lui scompare non solo un grande
studioso del diritto, ma un insigne professore e rettore di quell’Università che fu
anche la mia, l’“Alma Mater Studiorum”, la più antica università del mondo
occidentale.
Roversi Monaco guidò l’ateneo bolognese dal 1985 al 2000: quindici anni
durante i quali vi è stato a capo con una visione strategica e un forte senso delle
istituzioni.
Sotto la sua guida, l’università si è aperta sempre di più al contesto
internazionale, diventando uno dei centri propulsori della riforma europea degli
studi superiori. Fu infatti tra i promotori della Magna Charta Universitatum
del1988 e del Processo di Bologna del 1999 che posero le basi per uno spazio
europeo dell’istruzione superiore.
Nato ad Addis Abeba nel 1938, Roversi Monaco ha mantenuto per tutta la vita
uno sguardo internazionale, pur restando profondamente legato a Bologna, città
in cui si è svolta gran parte della sua carriera accademica e istituzionale.
Non è quindi un caso che sia stato soprannominato “il Magnifico” perché
Roversi Monaco non fu soltanto un accademico di spessore, ma un vero uomo
di potere culturale, capace di incidere profondamente sulla città.
Dopo il rettorato, fu alla guida della Fondazione Carisbo e promosse il progetto
Genus Bononiae: un vasto sistema museale diffuso che ha restituito alla
cittadinanza palazzi storici e opere d’arte, contribuendo a ridefinire il volto
culturale di Bologna.
La sua idea era chiara: la cultura come bene pubblico, accessibile e condiviso.
Una visione che lo portò anche a sostenere iniziative musicali di alto livello,
come la nascita dell’Orchestra Mozart insieme a Claudio Abbado.
Roversi Monaco è stata figura complessa, carismatica, talvolta controversa, ad
un tempo ammirato e criticato forse anche per il suo stile diretto – io lo ricordo
bene all’Università – e per la sua indipendenza che lo resero protagonista di
dibattiti e polemiche, ma mai privo di autorevolezza.
Rifiutò più volte incarichi politici di primo piano, preferendo restare nel suo
ambito, dove poteva incidere con maggiore libertà e visione.
Alla notizia della sua scomparsa, il mondo accademico ha ricordato la sua
capacità di guidare l’università “con visione, determinazione e profondo senso
delle istituzioni”, sottolineando il contributo decisivo dato allo sviluppo
internazionale dell’Ateneo.
L’eredità di Fabio Roversi Monaco è duplice: da un lato quella del giurista
rigoroso e innovatore, dall’altro quella del costruttore di istituzioni culturali.
In un’epoca spesso segnata da visioni corte, egli ha rappresentato una rara
figura di intellettuale capace di coniugare sapere, potere e progetto. E proprio in
questa sintesi risiede la ragione per cui la sua scomparsa segna una perdita
profonda non solo per Bologna, ma per l’intero Paese.
Paola Bergamo

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