L’argomento è noto ai lettori di “Pensalibero” poiché è stato oggetto già in altra occasione[1] di un nostro intervento. Ma ne riparliamo in questo numero per la stizza, che nell’immediatezza dell’ entrata in vigore del D.Lgs. n. 8/2016, recante le nuove disposizioni in materia di depenalizzazione, ci provoca il prendere atto che per l’ennesima volta si è utilizzata un’operazione di cattiva politica spacciandola all’opinione pubblica per una riforma volta a rendere il Paese più moderno e più civile.
Da giovani, nelle aule di Giurisprudenza, ci hanno insegnato che vi sono alcune funzioni essenziali, come l’amministrare la Giustizia, che sono la ragion stessa dell’esistenza di uno Stato e senza le quali una collettività non ha più motivo di riconoscersi in una identità unitaria.
Il buon funzionamento della macchina giudiziaria richiede un complesso ordinato di leggi chiaro e sintetico, una magistratura composta da un numero congruo di soggetti competenti ed esperti, una organizzazione di ausiliari (cancellieri, ufficiali giudiziari, ecc.) adeguata numericamente e qualitativamente, mezzi e strutture moderne ed efficaci: insomma è una cosa molto complicata che si costruisce nel corso di decenni con alla base una forte volontà politica di migliorare il sistema nell’interesse esclusivo dei cittadini.
In tale ottica le furbate e gli opportunismi non sono ammessi.
Invece l’attuale Governo ha pensato bene di imboccare come al solito la scorciatoia senza alcun disegno strategico e soprattutto senza provvedere ai necessari sostegni economici, che sarebbe come intervenire su un edificio che rischia di crollare rifacendo l’ intonacatura. Solo in tale ottica si riesce a capire il senso del D.Lgs n. 8/2016 che depenalizza una miriade di reati nei quali la pena detentiva non è superiore nel massimo a cinque anni (!!) ed il comportamento dell’autore del fatto non risulta abituale.
Per dirla in breve, con questa bella pensata, migliaia di processi passeranno dai giudici penali a quelli civili, dal che consegue che le vittime dei reati dovranno sostenere ingenti spese legali senza poter più contare sull’apparato giudiziario penale che, con tutti i suoi difetti, conserva per i cittadini quantomeno il vantaggio della gratuità.
Viceversa, gli unici ad essere avvantaggiati da questa riforma sono le casse dello Stato e paradossalmente gli stessi colpevoli per le ragioni che andremo a dire.
Che la macchina giudiziaria sia in affanno è un leit motiv che ci accompagna in maniera pressoché incessante dai primi anni settanta, che la strada della depenalizzazione a oltranza però sia il modo di risolvere la questione è tutto da dimostrare.
Prendiamo ad esempio i due reati di ingiuria e danneggiamento, che da soli consentiranno l’immediata chiusura di più di diecimila processi penali, con una drastica riduzione del carico di lavoro dei giudici di pace e dei tribunali.
Il problema non è per nulla risolto, perché per questi fatti da ora in poi non sarà evitato un processo ma si trasferirà il carico di lavoro dai giudici penali a quelli civili – che certamente non si trovano in condizione migliore rispetto ai loro colleghi – con il rischio di ingolfare ancora di più quest’ altro settore della giustizia già notoriamente lento (si calcola in circa 8 anni la durata media dei processi civili).
Per assurdo a farne le spese potrebbero essere soprattutto le vittime.
Per ottenere giustizia, infatti, chi sarà vittima di uno di questi illeciti dovrà rivolgersi necessariamente ad un avvocato – sostenendone le spese – e potrà chiedere al giudice civile il risarcimento del danno arrecatogli solo dopo avere pagato allo Stato il contributo unificato che, a seconda del valore del processo, può essere anche di qualche centinaio di euro.
La vittima inoltre non potrà più, come nel processo penale, contare soltanto sulla propria testimonianza, ma dovrà necessariamente portare al giudice altre prove, come documenti o dichiarazioni di altre persone presenti con tutte le inevitabili difficoltà che ciò comporta. Basti pensare al reato di ingiuria che viene il più delle volte commesso oralmente e dove sarà impresa titanica rintracciare chi vi abbia eventualmente assistito e sia disposto a testimoniarlo.
I colpevoli potranno quindi farla franca più facilmente e nei loro confronti l’efficacia della pena dipenderà ovviamente dalle proprie condizioni economiche risolvendosi in una mera faccenda pecuniaria (alla faccia del concetto di “equità” e di uguaglianza dei cittadini davanti alla Legge)
Non era questa dunque la strada giusta per risolvere problemi seri che esigono soluzioni serie come avrebbe potuto essere l’adozione di procedimenti più snelli e dunque più rapidi dinanzi a fattispecie delittuose di non particolare gravità.
Ma sin tanto che si penserà di risolvere problemi giganteschi mediante spot pubblicitari una soluzione vera ai mali endemici della nostra giustizia sarà difficile trovarla.
[1] http://www.pensalibero.it/2016/01/17/corsa-contro-il-tempo-del-governo-la-guida-senza-patente-non-e-piu-reato-ma-quanto-la-paghi-cara/

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