L’opera astratta non deve – e, aggiungo, non può – sorprendere, perché “essa è uno specchio d’interiorità”.
Ciò che sto per scrivere è un’ipotesi di lavoro: primo, perché il suo oggetto è la pittura astratta, i cui recessi semantici sempre invocano l’apertura di un’indagine dagli esiti non scontati e men che meno definitivi; secondo, perché si tratterà di percezioni/riflessioni di un profano – appassionato sì, ma pur sempre profano.
Così posso parlare delle opere di Roberto Miniati nella mostra che si tiene dal 13 giugno a fine agosto presso la Sala del Basolato del Comune di Fiesole e dal titolo che già è un programma: “Affinità selettive”. Nel riferimento all’opera di Goethe il passaggio dalla ‘elezione’ alla ‘selezione’ – che ripete (depurato dal dramma) il binomio necessità/libertà – pare alludere alla fatica dell’artista, al silenzioso setaccio, alla “mediazione interiore” che sottendono segnatamente l’arte astratta. Lo conferma Miniati (per il quale dipingere è “un cammino tra memorie e sogni, un atto intimo racchiuso dentro un palpito ansioso, ricco di attese e di solitudine, alchimia schiusa nelle mani di uno sciamano”) che, fors’anche in virtù degli studi giovanili di psicologia, ben sa come tutto avvenga “all’interno dell’anima e del nostro inconscio”.
Dunque l’opera astratta non deve – e, aggiungo, non può – sorprendere, perché “essa è uno specchio d’interiorità”. E concordo con Giovanni Faccenda quando, in prefazione al bel catalogo, situa la produzione di Miniati “in un versante ‘altro’ e alto dell’astrazione”. Il colore è – qui più che mai – la temperatura di un’anima e tanto mi basta a leggervi un profondo equilibrio – lo stesso che ammiriamo nelle proporzioni della Cupola del Brunelleschi e che invera le origini toscane dell’artista – arricchito da uno sguardo curioso, a volte (auto)compiaciuto – ma con discrezione – sull’esistenza. Se l’architettura compositiva di molte delle opere di Miniati rinvia immediatamente al suo “labirinto interiore”, una volta tanto il labirinto – complesso ma anche segnato da linee ampie e distese – non è il luogo dello smarrimento o, peggio, della disperazione, bensì un itinerario da seguire con padronanza e fiducia, senza l’ansia della fuga o il problema d’una via d’uscita.
La razionalità, la passione misurata e, a tratti, l’ironia che avverto nei quadri di Miniati, ne esprimono una unità/uniformità di fondo che non esclude stravaganze (come in “San Pietro senza chiavi” e in “Aperitivo con oliva”) e innovazioni formali (“Il gioco”).
La stravaganza è la cifra di tutta l’arte astratta perché, espungendo da sé l’imitazione delle forme della natura, si concentra su quelle dell’interiorità e le porta in superficie con il carico di soggettività ed enigmaticità (ove non indecifrabilità) ad esse connaturato. Per ciò il titolo diventa strumento ermeneutico che guida al combinato-disposto di linee e colori, è estrinseco all’opera eppure costitutivo della sua identità. Nell’“aperitivo con oliva” si distingue l’oliva ma non è dato l’aperitivo – se non grazie al titolo. Posso indovinare un bicchiere, il banco del barman e forse i tavoli. Semmai o soprattutto mi pare, a questo punto, di coglierne la situazione impalpabile, così come in “Red carpet” respiro l’atmosfera magica, charmante di una rassegna di dive del cinema. Sarà davvero così? E soprattutto, che cosa avrei immaginato con un diverso titolo?
Fascino potente dell’arte astratta che, se imita qualcosa, imita alla fine l’entità reale ma inconsistente della vita, con gli inganni, le apparenze, l’assurdità di cui è capace! Ed è lo statuto dell’arte tout court che – almeno da Duchamp in poi – concede all’arte stessa tutto l’arbitrio e il capriccio che le sono necessari per ‘rappresentarla’ al meglio.



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