
L’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato la sua risoluzione il 12 settembre 2025. Indica la rotta dei due Stati, chiede la fine dei combattimenti, la liberazione degli ostaggi, più tutela per i civili e una cornice internazionale per stabilizzare Gaza. È un messaggio politico forte, ma non vincolante. All’ONU contano le decisioni operative del Consiglio di Sicurezza. Senza una delibera adottata e priva di veti, sul piano giuridico non cambia nulla.
Il Parlamento europeo si è mosso in scia l’11 settembre 2025 con una propria risoluzione che invita i governi dell’Unione a considerare il riconoscimento della Palestina, rafforza gli appelli umanitari e ribadisce la soluzione dei due Stati. Anche qui nessun riconoscimento automatico, nessuna accusa di genocidio a Israele, nessun obbligo per gli Stati membri. Il Parlamento orienta e fa pressione, ma la politica estera la decidono le capitali e il Consiglio dell’UE, spesso all’unanimità.
Dentro questo quadro si muove una guerra di narrazioni. Hamas usa la parola genocidio come arma comunicativa e la diffonde a tappeto. Una parte dell’ecosistema informativo regionale la amplifica con grande potenza, spesso in modo costruito. In questo rientra anche Al Jazeera, rete qatariota ostile a Israele. Israele combatte una guerra asimmetrica contro un partito-milizia sostenuto dall’Iran, con l’obiettivo di proteggere i propri cittadini e i civili per quanto possibile, visto che vengono usati come scudi umani.
I limiti delle due risoluzioni restano evidenti. Non impongono sanzioni, non riconoscono Stati, non obbligano nessuno. Per passare dalle parole ai fatti servono tre interruttori reali. Una decisione del Consiglio di Sicurezza senza veti. Scelte formali e coordinate nelle capitali europee, fino a riconoscimenti e misure diplomatiche concrete. Una gestione credibile di Gaza che tagli ogni legame con il terrorismo e apra davvero la strada a istituzioni palestinesi responsabili.
Sul merito, il punto non cambia. Hamas è un pericolo per israeliani e palestinesi. Va sconfitto, portato alla resa e smantellato con operazioni che tengano ferma la protezione dei civili per quanto possibile. Dopo viene il lavoro serio. Ricostruire Gaza e affidarne la gestione a una compagine araba o internazionale capace di garantire sicurezza, servizi e legalità. Solo così la prospettiva di uno Stato palestinese diventa più di uno slogan.
Se l’Italia fosse bersaglio di lanci di missili e attentati dall’Albania, manderebbe i carri armati, non flottille in cerca di consenso, e deciderebbe in legittima difesa anche prescindendo da ONU e UE. Israele fa lo stesso: è in guerra, protegge i suoi cittadini e non si fa dettare la condotta da dichiarazioni senza effetti.
Piero Terracina

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