“Sono qui, scopritemi!”
Lui, pare che abbia scritto un messaggio definendosi “barbaro assassino” e sembra che abbiano trovato, nella borsa di Lidia, una poesia di Pavese: “verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.
Versi che lo ossessionavano: così dichiara un’amica, oggi testimone.
Quale che sia la verità che verrà accertata, rimane un turbamento, un interrogativo su un movente che appare malato di fondamentalismo, di accecato fanatismo, di delirio di onnipotenza: farsi esecutore di un processo e farsi assassino di una condanna.
Una ossessione religiosa di purezza.
Una vita da indagare in quel “Sono qui, scopritemi!”
Dopo trent’anni.
Carmela Panariello Franchini
(16 gennaio 2016 – “Sono qui, scopritemi!”)
La polemica di questi giorni e, penso, dei giorni a venire, sulle nudità coperte per la visita in Campidoglio del presidente iraniano Rohani, mi ha ricordato le parole del dott. Peobody nel romanzo “Mentre morivo” di W. Faulkner: “il desiderio di nascondere quell’abietta nudità che ci portiamo dietro”.
L’abiezione non era per il nudo in quanto tale ma per il penoso pensiero, per quella oscurità subdola che devasta le coscienze, quella che ha indotto a “vestire” la cultura.
Eppure, Hassan Rohani a Papa Francesco ha detto : “Preghi per me”.
Carmela Panariello Franchini
(25 gennaio 2016 – “nudi”)
Notizia fresca fresca da Napoli (con scena registrata da una telecamera).
Una coppia entra in un esercizio commerciale per mette a segno una rapina (riuscita).
Mentre la donna si allontana con il bottino l’uomo si trattiene a parlare con il cassiere: le elecamere mostrano il rapinatore che cordialmente tende la mano, dialoga amichevolmente e mostra il suo documento d’identità.
La polizia, naturalmente. lo intercetta nel giro di poche ore. Si scopre, tra l’altro, che era agli arresti domiciliari. Lo preleva, trasferendolo in carcere.
Mi è venuto da pensare al dialogo di une piece teatrale:
il rapinatore: “Scusa amico, spero che non ti abbiamo spaventato, ma sai sono disoccupato e affamato. Mia moglie si è allontanata per prima per prepararmi la valigia per Poggioreale e portare un po’ di liquidità a casa. Sai, per pagare bollette, fitto, salumiere e comprare un paio di scarpe -che mi servono!- Spero che arrestino anche lei. Sai, abbiamo bisogno di un poco di tranquilità e anche il rancio ci sembrerà cucinato da uno chef. Ora ti mostro il mio documento. Tu cerca di ricordarlo a memoria! Sennò ho fatto solo una cavolata, spaventandoti. Allora, siamo d’accordo? Qua la mano amico mio, grazie e saluti a casa.”
Se fosse vero? Se prendesse piede ? Se fosse l’ultima trovata dovuta alla disperazione?
Carmela Panariello Franchini
(28 gennaio 2016 – “la rapina”)
Qualche giorno fa sono andata a Tor Bella Monaca, quartiere complesso della capitale, sulla prenestina, immediatamente sopo il sacro GRA.
Qui c’è una realtà interessante grazie a Stefania Catallo, autrice, regista, attrice teatrale. Eppure Stefania a Tor Bella Monaca non ha fatto un teatro, ma un centro di ascolto anti violenza sulle donne, centro che un anno fa il comune ha chiuso, ma che Stefania con una lotta appassionata, raccogliendo 45.000 firme contro Marino e muovendo mari e monti, compreso Napolitano, ha oggi riaperto in un altro luogo di Torbella (noi romani chiamiamo il quartiere così).
Stefania è una donna eccezionale. Ho letto il suo libro denuncia “sulla pelle delle donne” dove racconta le storie che si è sentita raccontare, attraverso l’ascolto attivo nel suo centro. Non è un libro che si può raccontare, si può solo leggere, in solitudine e con un continuo e perenne dolore allo stomaco.
L’unica cosa che possiamo qui evidenziare è il lavoro storico e certosino che Stefania ha fatto per raccontare la storia delle “Marocchinate”, le donne ciociare, che come un bottino di guerra, sono state lasciate in balia degli alleati marocchini per due giorni per volere del comando francese. I goumier marcchini erano appunto sotto il comando francese.
Ce ne è un sentore nella Ciociara di De Sica, o perlomeno io che fin da piccola ho visto il film, ho sempre creduto che la Ciociara e sua figlia fossero vittime di un episodio sporadico, di una triste casualità, e non decisione presa a tavolino dal comando francese.
Le Marocchinate si sono ammalate in molte, hanno contratto una malattia che è rimasta loro attaccata per la vita. In molte, a seguito di questo sono morte e l’episodio ha distrutto molto del tessuto sociale e famigliare della zona. La vergogna delle donne marocchinate ha spesso avuto la meglio, insieme alla malattia contratta, sulla loro vita. Gli uomini che hanno tentato di salvare le donne sono stati sodomizzati. Le cifre delle violenze subite e delle morti sono sull’odine delle migliaia, diversi sono i comuni della ciociaria interessati.
Un vero e proprio bottino di guerra.
Ad un certo punto qualcuna di loro ha iniziato a denunciare ed hanno chiesto un risarcimento allo stato italiano e francese, mai concesso. Non ricordo con precisione, ma forse le sole inutili scuse, per anni chieste, sono arrivate molto poco tempo fa.
Delle Marocchinate Stefania ha fatto una piece teatrale, molto bella devo dire, di una drammaticità evidente.
Ma a Tor Bella Monaca Stefania non ha creato solo un centro d’ascolto, ha creato una biblioteca che è stata inseriti pochi giorni fa nell’albo delle biblioteche nazionali. Ora sta cercando di renderla biblioteca comunale e di quartiere.
Io credo che in una realtà come quella di Tor Bella Monaca si ha molto bisogno di una biblioteca. La biblioteca è nata dal un lascito ereditario di un abitante di Torbella. Poi piano piano si è ampliata di libri di filosofia storia. Ha ovviamente una sezione di genere e un reparto per ragazzi.
Fuori dalla biblioteca, sul marciapiede ci sono i libri gratis, chi vuole può prenderli, qualcuno li lascia.
Insomma una donna eccezionale, in molti nel quartiere la aiutano. Nessun quartiere più di Tor Bella Monaca ha bisogno di realtà di questo tipo.
Un abbraccio Stefania, ti seguirò sempre.
Lia Romano
(30 gennaio 2016 – “Tor Bella Monaca”)
“ho paura!”, così ha scritto Francesco Nuti su un pezzo di carta mostrandolo al magistrato.
In quelle due parole tutta l’angoscia e l’impotenza di chi riceve umiliazioni ma non può parlare né sa allertare, accusare.
Di chi ha perso il potere sulla propria vita. Le responsabilità penali verranno accertate e sembra che si sia individuato il colpevole; una persona che si è macchiata di indifferenza ed ha alimentato le sue frustrazioni “esercitandosi” su un essere umano del quale aveva la responsabilità.
Mi sono ricordata della apparizione televisiva di Nuti.
Una sorta di appello lanciato dal fratello, un tentativo, una smorfia di sorriso la speranza di un progetto.
Poi, il silenzio, il vuoto, l’anonimato doloroso di chi è stato osannato, invitato, premiato e dimenticato quando la sua vita è andata a male, quando non si rialza, quando non serve più.
Mi offendono le ipocrisie, i commenti, gli abietti che scorazzano indisturbati sui social; con osservazioni volgari sulle fragilità altrui.
Mi offendono perché fanno parte di quella collettività mostruosa e tentacolare che nutre le sue vittime, le esalta, aspettando il tempo della demolizione, dell’insuccesso.
Quell’immenso livido anonimato, una folla che ronfa con un occhio aperto.
“Madonna che silenzio c’è stasera.”
carmela panariello franchini
(1 febbraio 2016 – “ho paura!”)


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