
In effetti WE CAN’T GO HOME AGAIN fu proiettato in versione non completata negli anni Settanta a Cannes; nel 1976 l’autore cercò di terminare il suo impegno, ma la mancanza di fondi e soprattutto il cancro, che nel 1979 mise fine alla sua vita, impedirono al progetto di realizzarsi.
Adesso questo strumento “pratico” per insegnare a girare film, come afferma lo stesso Ray: ‘l’unico modo per imparare a fare film si concretizza con un altro film’ è realizzato secondo le intenzioni dell’autore e di sua moglie Susan che presiedela Nicholas RayFoundation. Il successo di questa impresa si deve anche alla Mostra diretta da Müller e alla Biennale dell’ingegner Baratta e ovviamente al partner Jaeger-Le Coultre.
Le due versioni incomplete (1972 e 1976) erano state presentate dallo stesso Müller nel 1991 quale direttore del FILM FESTIVAL ROTTERDAM; insomma è il film sperimentale, apprezzato tra gli altri anche da Wim Wenders che lo cita nel suo Lightning Over Water/Nick’s Movie, che è il risultato delle lezioni tenute dal maestro all’Harpur College nello Stato di New York. Dopo trenta anni il ‘multiple image’ innovativo di Ray desta ancora meraviglia: 2, 4,5 immagini in movimento fissate simultaneamente su pellicola a35 millimetrie tutto questo molto tempo prima dell’avvento della tecnologia digitale che rende più facile questo tipo di sperimentazione.
Durante le riprese Ray usò90.000 piedidi pellicola in tutti i formati,8 mm,16 mme35 mm, con le immagini più piccole integrate attraverso la retroproiezione simultanea in un fotogramma da35 mm. In 90 minuti lo spettatore può vedere così 3 o 4 ore di film. Attraverso questo uso delle immagini multiple il film vuole riflettere la realtà: noi non viviamo o pensiamo in maniera lineare, le nostre vite si intrecciano contemporaneamente con le vite altrui influenzandosi vicendevolmente.
Attraverso l’uso del video sintetizzatore di Nam Paik, Ray altera le immagini e i loro colori avvicinandosi all’astrazione espressionistica e collocando il film al confine tra cinema e video arte, ben prima, come già detto, delle facilitazioni dovute alla tecnologia digitale.
E’ la stessa Susan Ray che racconta in sala come si è proceduto al restauro con queste parole:
“L’ultimo film di Nicholas Ray, WE CAN’T GO HOME AGAIN, è il risultato di tre esperimenti condotti simultaneamente dal regista: 1) insegnare a degli studenti universitari come si realizza un film contemporaneo; 2) utilizzare immagini multiple che si vanno a integrare a narrazioni multiple, all’interno di una storia più ampia; 3) sperimentare una nuova forma di film giornalistico, che documenti la cultura e gli eventi politici del proprio tempo attraverso il loro impatto sulla vita quotidiana, sulle emozioni, sull’umore degli individui e sulle loro comunità.
L’intento principale del restauro del film, realizzato dalla Nicholas Ray Foundation in collaborazione con l’EYE Film Institute Netherlands, l’Academy of Motion Pictures Film Archive, con il sostegno della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Gucci, TheFilm Foundation,la Cinematheque Francaisee Rai Cinema, era quello di riparare i danni del tempo alle immagini e al suono, ripulendo la colonna sonora, riportandola alla registrazione originale e incrementandola con il racconto di Ray, cercando di manomettere il meno possibile il carattere ‘home-made’ e l’espressività spontanea delle immagini multiple.
Il restauro è stato condotto a partire dalla versione di We can’t Go home Again approntata per una proiezione work-in-progress al Festival di Cannes 1973; la versione più completa che sia stata presentata PUBBLICAMENTE. Abbiamo integrato le immagini del 1973 con un racconto creato da Ray e registrato con la sua stessa voce negli anni dopo la proiezione a Cannes del ’73, mentre continuava a lavorare al film, fino alla sua morte nel1979”.
Difficilmente si vedrà nelle sale, forse lo trasmetteràla Rai, ma sarà presto in dvd, a disposizione di chi oltre ad amare il cinema è anche curioso e disposto a capire come nasce e come funziona un film, un racconto più o meno lungo per immagini.

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