Per oltre quarant’anni ha lavorato a Firenze in via Rondinelli, nel suo studio, ed è a Firenze che è morto esattamente dieci anni fa. Eppure, Emilio Ambron, pittore, disegnatore e straordinario scultore, è poco ricordato dalla città che ha visto nascere la sua passione per la scultura, negli anni ’70, e che ancora oggi conserva molte tracce di questo straordinario artista. Cinquanta sono disegni che si trovano al Gabinetto delle Stampe e dei Disegni della Galleria degli Uffizi, e due i quadri a olio del 1926 che sono a Palazzo Pitti, donati dalla famiglia nel 1998. E poi il suo studio, in via Rondinelli, appunto, dove tutto è ancora intatto, dal letto su cui era solito riposare dopo le ore e ore passate a creare, agli attrezzi del mestiere, alle sue sculture e ai piccoli quadretti ‘da baule’ realizzati durante i suoi innumerevoli viaggi in Egitto, Cina, Indonesia. Quadretti che sono dei capolavori, che vanno a carpire attimi di vita vissuta, piccoli gesti quotidiani. Come ha scritto infatti Idanna Pucci, Ambron era «instancabile osservatore della manifestazione estetica umana, ne seguiva il movimento, l’andatura, le posizioni. Ossessivamente, fino all’ultimo, ha continuato a fermare il gesto, lo sguardo, l’attimo in moto, cogliendone l’interiore, essenziale bellezza». Una bellezza che Ambron ha trovato soprattutto a Bali (dove oggi il museo nazionale conserva 70 delle sue opere), nei volti e nei corpi delle ragazze che ha reso eterni nei disegni a carboncino, nei calchi in gesso e nelle sculture di bronzo, marmo di Carrara, marmo rosa del Portogallo o marmo nero del Belgio. «Queste donne – scriveva Ambron nel ’39 – sembrano cariatidi staccate da un bassorilievo ellenico. Se non fossero i toni violenti della luce tropicale si potrebbe pensare alla folla di un villaggio greco dell’antichità». Nel ’38 Ambron decide di lasciare l’Italia e iniziare un lungo periodo (torna in Europa nel ’46) di vita nomade e avventurosa, tra Filippine, Cina, Cambogia, guadagnandosi da vivere solo con la sua arte. Ed è nel corso di quel viaggio, in particolare, che Ambron cattura i volti, le immagini e i gesti delle donne che popolano la sua Arte, colte mentre danzano, riposano o si pettinano.
Figlio di Aldo, ingegnere che partecipò alla costruzione del porto di Alessandria d’Egitto, e di Amelia, ottima pittrice allieva di Antonio Mancini, Ambron, nato a Roma nel 1905, ebbe nei primi anni giovanili un maestro d’eccezione, Giacomo Balla, amico della madre. È Balla, infatti, che, pur avendo già intrapreso il percorso futurista, lo stimola a ‘cogliere dei tipi’, gli insegna a ritrarre paesaggi e lo coinvolge in ‘gite pittoriche’, nel corso delle quali i due erano soliti parlare dei rapporti tra forma, colore e luce. E proprio con un omaggio al Maestro, il Ritratto di Balla, oggi andato perso, Ambron si presentò per la prima volta al pubblico italiano nel ’28, alla mostra degli Amatori e Cultori.
Le sue opere, oltre a Bali e a Firenze, si trovano alla Pinacoteca di San Francesco nella Repubblica di San Marino, alla Fondazione Lercaro di Bologna e ad Ancona. Suo è l’affresco Incontro di Dante e Sapìa nel Palazzo Chigi Saracini a Siena.
Monica Pieraccini

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