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Oltre l’acciaio

di Enrico Cisnetto | 10 Giugno 2013

Le responsabilità della politica nel pasticciaccio dell’Ilva, che non è solo giudiziario.

acciaioCapisco, e condivido, le preoccupazioni espresse da taluni sul pericolo cui è stata esposta la certezza del diritto, su un terreno delicato come la proprietà privata, con il decreto che commissaria l’Ilva. E a maggior ragione nutro forti dubbi sul nome prescelto, Enrico Bondi, sia perché era stato chiamato al vertice della società dai Riva – seppure in un clima di forzata condivisione con le istituzioni nazionali e locali – sia per le sue caratteristiche di tagliatore di costi (peraltro niente affatto esaltate nel ruolo di attuatore della spending review), quando invece qui occorre una figura manageriale di grande visione industriale. Ma, detto questo, non mi spaventa la decisione di un intervento pubblico – non mi scandalizzerei neppure della piena nazionalizzazione – quanto la totale mancanza di una strategia, di un progetto con cui non solo bonificare gli impianti ma anche e soprattutto ricollocare l’Ilva nel sistema produttivo nazionale, facendone la capofila di una moderna filiera dell’acciaio.

Per esempio, cosa ne sarà delle acciaierie di Terni, quelle dove l’altro giorno uno sciopero è diventato un caso di ordine pubblico, visto che la multinazionale finlandese Outokumpu, che vuole vendere, ha fin qui definito “non accoglibili” le offerte arrivate per il sito siderurgico umbro? Ci sono spazi di integrazione tra Taranto, Genova e Terni? Una cosa è sicura: non ha senso ragionare solo di difesa di “quei” posti di lavoro. Bisogna capire quanto e quale acciaio serva al nostro manifatturiero, quale capacità competitiva siamo in grado di sprigionare sui mercati internazionali di approvvigionamento di acciaio, e poi decidere come ristrutturare l’Ilva e come rimetterla sul mercato.

Invece, come da due decenni a questa parte, la politica industriale è del tutto assente. Non pervenuta. Eppure sono tanti i poli integrati in settori chiave che si potrebbero costruire, paradossalmente facilitati dalla crisi, per frenare l’emorragia produttiva, rilanciare il sistema industriale e creare nuovi campioni nazionali. Enrico Letta ha esperienza in questo: istituisca a palazzo Chigi una “strategic room” che metta intorno a un tavolo gli imprenditori, le banche, gli strumenti pubblici già attivi (gruppo Cdp con il Fondo Strategico e Simest) e quello pubblico-privati di sistema (F2i) per costruire nuovi poli nell’ambito di una politica industriale coordinata e finalizzata non a precari salvataggi ma a rafforzare la muscolatura, debilitata, del capitalismo nostrano.

In questo quadro, contano molto le operazioni sistemiche che i privati riescono già a realizzare. È il caso, per esempio, della risistemazione dell’azionariato di Pirelli, la multinazionale manifatturiera più globalizzata e decisiva, non solo per il blasone, che ci sia in Italia. Cosa che ha finalmente messo in sicurezza il gruppo Pirelli dopo la kafkiana contesa Malacalza-Tronchetti, grazie al fatto che le due principali banche italiane, Unicredit e Intesa, e Clessidra, l’unico player privato del private equity che sembra meritoriamente muoversi con logiche di sistema, hanno scelto di affiancare Tronchetti (con Moratti e Acutis) in una nuova stagione di sviluppo industriale. L’operazione, infatti, chiude una vicenda poco edificante per l’imprenditoria italica – qui i miei amici Malacalza hanno sbagliato a porsi in una logica di conflitto, che ora per carità si chiude con 60 milioni di plusvalenza, ma che preclude loro un obiettivo, il futuro controllo della Pirelli, che avevano a portata di mano – e semplifica finalmente una catena di controllo che era troppo lunga e barocca.

Si potrebbe concluderne che tutto è bene ciò che finisce bene – e come ho detto, per fortuna la vicenda si è conclusa positivamente nell’interesse del bene conteso – ma sarebbe un errore non trarne il giusto insegnamento. Il quale è così sintetizzabile: le famiglie imprenditoriali invece che allearsi, litigano; piuttosto che fare sistema, vendono a soggetti esteri le loro imprese; piuttosto che cercare accordi, si fanno concorrenza fino al masochismo. In questo caso – al contrario di quanto sostiene qualche firma su giornali il cui padrone è antagonista di Tronchetti – la proprietà di Pirelli, che fin qui ha assicurato al gruppo un’efficienza gestionale che gli ha consentito di raggiungere standard di eccellenza internazionale, ne è uscita rafforzata e la logica di sistema ha prevalso su quella individualista, fino al punto di avviare la società verso un profilo da public company. Ma quanti casi Pirelli ci sono in giro? E, al contrario, quanti casi Ilva?

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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