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Oltre il pateracchio la parola a Mattarella

Il Contratto Di Maio-Salvini, via via più… contratto, ristretto, modesto, è una pastetta privata, , mai certificata dal M5S, uso a espellere i stipulata tra “partiti” molto lontani dall’articolo 49 della Costituzione, che esige democraticità interna dissenzienti.

di Aldo A. Mola | 21 Maggio 2018

Il “plebiscito” indetto da Di Maio e da Salvini sul “Contratto per il governo del cambiamento” è un affare loro, senza rilievo istituzionale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha motivo di conferire alcun valore a una pappolata dai contenuti cangianti, sottoscritto fra dubbi e riserve mentali dai vertici  scamiciati di Movimento 5 Stelle e Lega. Se mai dovesse prenderla in considerazione, la dovrebbe affidare al vaglio di costituzionalità. E lì comincerebbero i sette dolori, perché il “Contratto” tutto è tranne che una proposta politica di ampio respiro. È un pateracchio.

Ognuno è libero di domandare in famiglia se piace l’aglio. Però non può imporlo al prossimo. Il “Contratto” è appunto come l’aglio. Piace ai grilloidi e forse a qualche  leghista (non sappiamo quanti), ma di sicuro non piace a Forza Italia e a Fratelli d’Italia, i cui elettori hanno votato candidati della Lega nei collegi uninominali e ora si sentono traditi. Questo “Contratto” lascia indifferente l’80% degli italiani, indifferenti ai riti piazzaioli da paese del quarto mondo, a rischio di bancarotta. I cittadini attendono un governo vero, con attributi non millantati.

Il Contratto Di Maio-Salvini, via via più… contratto, ristretto, modesto, è una pastetta privata, , mai certificata dal M5S, uso a espellere i stipulata tra “partiti” molto lontani dall’articolo 49 della Costituzione, che esige democraticità interna dissenzienti. L’altro “socio” firmatario farebbe bene a meditare sul verso di Ariosto: “chi troppo in alto va cade sovente, precipitevolissimevolmente”. È quanto accade agli aspiranti onnipotenti, carenti della “grammatica” della politica e di senso dello Stato, come ha solennemente ricordato Mattarella a Dogliani nella rievocazione di Luigi Einaudi.

Ma Di Maio è convinto di “scrivere la storia”. Lo ripete come un mantra. Ci ricorda  Qualcuno. “Disse colui che sedeva sul trono: Ecco, faccio nuove tutte le cose. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. Io darò all’assetato l’acqua della vita, gratuitamente”. Gli altri (gli impudichi, i fattucchieri, gli idolatri) verranno gettati “nel lago che brucia di fuoco e di zolfo”. Così recita l’Apocalisse (21, 5-8). Non sappiamo se Di Maio l’abbia mai letta. Comunque pretende proprio di “far nuove tutte le cose”. In realtà i “contrattisti” non fanno nulla di nuovo, se non continuare a promettere leggi senza indicarne la copertura. Coriandoli. Il Contratto è una nuvola di promesse, ma ignora l’unica riforma davvero urgentissima: una nuova legge elettorale, indispensabile per dare stabilità al governo, in linea con gli obblighi ineludibili dello Stato (altra cosa da governi dalle maggioranze raffazzonate).

Il “plebiscito” indetto da M5S e Lega chiede di sottoscrivere un programma comprendente proposte incostituzionali e riforme che esigono il voto del Parlamento nei modi previsti dall’art. 138 della Carta, non un semplice placet ai gazebo purchessia o via internet.

Non sappiamo quanti grilloidi l’abbiano effettivamente approvato. Vediamo comunque, dati alla mano, che essi sono solo una manciata rispetto ai voti raccattati dal Movimento il 4 marzo scorso. È la prova manifesta che non esiste alcuna proporzione tra la “piattaforma Rousseau”, i votanti (volubili) e l’Italia reale. Ai “gazebi” Salvini registrerà una partecipazione deludente per chi si proclama interprete del “popolo”. Nell’insieme gli italiani non si appassionano affatto a un programma logorroico, scritto in pessimo italiano, zeppo di “vorremmo”, di “si dovrebbe” e di altre giaculatorie. Una bolla di sapone.

Anche se in forme attenuate rispetto alla bozza originaria, il Pateracchio propone un Comitato di conciliazione fra i contraenti del tutto estraneo all’ordinamento dello Stato. Per dargli corpo occorrerebbe una legge ai sensi dell’articolo 138 della Carta: varie letture. Sappiamo come finiscono questi sogni. Anche se approvato, il nuovo Supremo Consiglio sarebbe impugnabile dinnanzi alla Corte Costituzionale. Sappiamo bene (e lo sanno anche Matteo Renzi e Boschi Maria Elena) quanto sia lastricata la via infernale di riforme balzane della Carta vigente.

Dopo molte chiacchiere su “sovranità alimentare” (che evoca la “battaglia del grano” e l’“autarchia” di mussoliniana memoria), danza, cinema, musica, teatro, difesa (appena 13 righe su 39 pagine), esteri (15 righe), in due lunghe pagine su Riforme istituzionali, autonomie e democrazia diretta, il Contratto impone il “vincolo di mandato per i parlamentari”, in conflitto con l’art. 67 della Costituzione, e l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (sopravvissuto al referendum del 4 dicembre 2016). Non solo: come fosse vitale per l’Italia, il Pateracchio propone l’“inserimento del laureato in scienze motorie nell’organico di ruolo della scuola primaria”, la “supervisione di un organismo di controllo pubblico” su una Banca per gli investimenti (un soviet?), altre cosette su turismo (da riorganizzare con apposito dipartimento in capo alla presidenza del consiglio in vista dell’istituzione di un futuro ministero, con chissà quanti famelici “consulenti” e portaborse), abolizione della tassa di soggiorno e riforma dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Tutti temi sicuramente appassionanti in questo 20 maggio 2018.

A parte tante divagazioni, il “Contratto delle Meraviglie” inciampa su alcuni sassi aguzzi. In primo luogo contiene in forma surrettizia una riforma fiscale. Qualunque sia l’esito del “plebiscito” espresso dalla piattaforma Rousseau e dai “gazebi”, l’articolo 75 della Carta vigente è chiaro: “Non è ammesso il referendum per leggi tributarie e di bilancio”. Ognuno è libero di dire quel che vuole: ma se dal mattino si vede il buon giorno, quanto tempo chiederà l’elaborazione di disegni di legge per dare corpo a questa larva d’intesa grillo-leghista? Le leggi si presentano e si discutono in Parlamento, non in piazzole o crocicchi reali o virtuali. Lo stesso vale per i trattati internazionali. L’Italia non è i Paese dei Balocchi. È uno Stato.

I firmatari del Contratto confondono i loro desideri (legittimi, come quelli di ogni altro cittadino) con pronunce di valore politico. Ma mille vorrei non fanno un voglio. Farcito di formule ora ovvie, ora vanesie, esso entra a gamba tesa per cancellare diritti non negoziabili dei cittadini. Afferma infatti che non può far parte del governo chi sia iscritto alla massoneria. Non è necessario ripetere che i cittadini sono liberi di iscriversi ad associazioni non vietate dalla legge penale, come appunto è la massoneria. Però va ricordato a Di Maio e a Salvini che la Massoneria è un Ordine universale, che molti italiani sono affiliati in logge estere e che molti stranieri sono  massoni in Italia. L’esclusione dei massoni dalle cariche pubbliche in Italia ha tre precedenti: le scomuniche papali, il fascismo e la Terza Internazionale leninistica-staliniana. Non solo: la massoneria è combattuta a morte dai fondamentalisti islamici e da tutti i peggiori fanatici del pianeta. Dinnanzi a queste enormità come si schiereranno i “liberali” eletti nelle file della Lega? Si benderanno gli occhi?

Un’ultima considerazione. I plebisciti sono sempre stati e sono la peggiore forma di consultazione possibile. Basti un esempio. Come attestano i Vangeli, il proconsole di Roma a Gerusalemme, Ponzio Pilato, propose alla piazza di decidere la sorte di Gesù Cristo. La folla rispose unanime: “Crucifige”. Non furono né Pilato né Erode, né Roma né il re della Giudea, a condannarlo alla crocefissione. Fu la oclocrazia. Fu la folla imbestialita. Su quella orrenda piazzata concordano i quattro Evangelisti: Matteo (27, 22-26), Marco (15,13-15)  Luca (23, 22-25) e Giovanni (19, 15-16).

Ma Sergio Mattarella non è Ponzio Pilato. È il Capo dello Stato, garante della Costituzione. Deciderà per il meglio, nell’interesse dell’Italia, sicurezza interna, vincoli internazionali e certezza del diritto. Un governo fondato sul Pateracchio causerebbe non solo la fuga dei capitali e la dissuasione degli investimenti dall’estero ma l’implosione dello Stato: un lusso che l’Italia non si può e non si deve permettere dopo appena un secolo e mezzo dalla sua nascita e proprio nel Centenario di Vittorio Veneto.

 

Aldo A. Mola 

Pubblicato in : EditorialeTag: 5 stelle, abolizione, bolla di sapone, capitali, capo dello stato, centenario, cinema, collegi uninominali, consultazione, corte costituzionale, costituzione, democrazia, estero, fascismo, futuro, governo, italia, lavoro, lega, legge elettorale, luigi einaudi, massoneria, matteo renzi, mondo, movimento

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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