
Viviamo nell’era della massima contraddizione: l’intelligenza artificiale e l’automazione avanzata corrono a ritmi esponenziali, mentre i diritti sociali e la stabilità economica arretrano ovunque. Di fronte a questo scenario, la politica non può restare a guardare né limitarsi a rincorrere il progresso con normative tampone. L’analisi della realtà, condotta con rigore materialista, ci mostra che il socialismo tecnologico non è un’opzione tra le tante, ma l’unica via d’uscita dalla trappola del feudalesimo digitale. Le forze produttive odierne hanno azzerato i costi marginali di produzione di beni e conoscenza, rendendo la scarsità materiale un concetto obsoleto. Eppure, la ricchezza e i dati prodotti dalla collettività rimangono blindati nei forzieri di pochissimi oligarchi monopolisti. Questa immensa concentrazione di potere trasforma la tecnologia da strumento di potenziale liberazione a catena di montaggio invisibile, che genera precarizzazione globale e sorveglianza di massa. Non serve a nulla rifugiarsi in un luddismo nostalgico o sperare in una impossibile autoregolamentazione del mercato neoliberista. La tecnologia non è un’entità astratta e neutrale: risponde a chi ne possiede le chiavi. Ecco perché l’unica battaglia cruciale del nostro tempo è quella per la socializzazione dell’algoritmo e delle infrastrutture digitali. Grazie a capacità di calcolo un tempo fantascientifiche, la pianificazione democratica ed ecologica dell’economia è oggi una realtà tecnica applicabile. Sottrarre i dati e i mezzi di produzione digitali alla logica del profitto privato per orientarli al bene comune è il solo modo per ridurre il tempo di lavoro forzato, restituendo ai cittadini il proprio tempo di vita. Rompere i monopoli privati dei dati è il primo passo indispensabile verso una società realmente libera ed emancipata. Il socialismo tecnologico è l’unica strada per trasformare l’automazione in un motore di progresso umano e collettivo.
Raffaele Amendola

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