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Olimpiadi romane, una difficile verità

di Davide Giacalone | 22 Aprile 2012

Monti dice che Roma sarebbe stata perfetta per le Olimpiadi? Proprio lui che le ha bocciate? 

La candidatura di Roma, per le olimpiadi del 2020, sarebbe stata vincente. Non è la tesi di un oppositore, ma del presidente del Consiglio, Mario Monti, esposta in occasione di una visita al Coni. Il 14 febbraio scorso, però, il governo ritenne di non offrire alcuna garanzia, di non appoggiare la candidatura perché, disse lo stesso Monti, era meglio non correre rischi. Molti commentarono positivamente quella decisione, riconoscendovi la serietà dell’allora nuovo esecutivo. Noi l’accogliemmo con amarezza, che cresce al sentir dire che la gara sarebbe stata vinta. Il diniego poteva essere fondato sulla valutazione negativa del progetto presentato, considerandolo mal concepito ed economicamente pericoloso. Nel qual caso, però, il governo avrebbe dovuto provvedere, dopo la dolorosa defezione, all’azzeramento di quanti lo avevano concepito, lasciando ai cittadini romani il decidere della sorte del loro sindaco, che lo aveva condiviso. Monti, invece, ha reso visita proprio a quanti lo avevano preparato e caldeggiato, complimentandosi per la calorosa accoglienza ricevuta, nonostante la delusione inflitta il giorno di San Valentino. Oso immaginare, quindi, che non era quello il motivo.

Scartatolo, però, ne resta uno terribile: il pensare che l’Italia avrebbe trasformato un’opportunità in un rischio e il rischio in disfatta. Sapere, insomma, che l’appuntamento olimpico si sarebbe trasformato in spese dissennate e incapacità di produrre ricchezza in misura almeno pari al costo. Essendo l’Italia il più favoloso contenitore di beni artistici e ambientali, una meta turistica fra le più preziose al mondo, ed essendoci, quindi, la possibilità di mettere a profitto quel grande afflusso di persone, ne deriva che l’aver fatto cadere la proposta equivale a una manifestazione di piena sfiducia nel Paese. Il che, da parte di chi lo governa, è un boccone piuttosto indigesto. C’è il pessimo precedente greco, ovvero di giochi tradottisi in perdite. Verissimo, ma questo significa che i primi a considerarsi degni della sorte greca siamo noi stessi. Invece, con tutto il rispetto per gli ellenici, nostri concittadini europei, l’Italia non è la Grecia. Non lo è nei conti pubblici, perché abbiamo un debito troppo alto, ma non abbiamo mai barato e abbiamo affrontato la crisi con una disciplina di bilancio assai rigorosa. Non lo è nel sistema produttivo, perché noi siamo un grande sistema industriale, capace di far crescere le esportazioni nel mentre il mondo ci crollava addosso. Non lo è nel suo tessuto sociale, perché la forza della nostra imprenditoria e la perizia di milioni di nostri lavoratori non è paragonabile a chi s’era abituato a vivere di spesa pubblica (anche da noi è troppo vasta, ma è anche quella che il governo in carica, come quelli precedenti, non riesce a tagliare). Non lo è nella consapevolezza e nel senso civico dei cittadini, perché da noi ripetute riforme del sistema pensionistico si sono fatte senza che le piazze abbiano preso fuoco.

Allora, se l’occasione delle olimpiadi è stata persa per colpa di chi preparò il progetto, è giusto che paghi e se ne vada. Ma se è stata persa perché non abbiamo fiducia in noi stessi, perché partiamo dal principio che l’investimento si sarebbe tradotto in spreco e sarebbe mancata la capacità di mettere a sistema l’arrivo di molti ospiti, allora tanto vale mettersi una pietra al collo e buttarsi da qualche ponte. Non è accettabile. Non possiamo considerarci sconfitti in partenza, affondati dalle nostre miserie. Perché ciò ci porta solo ad affondare, moltiplicando le miserie. Nessuno potrebbe rimproverare Monti se si chiudesse a Palazzo Chigi, impegnato in un lavoro difficilissimo (mai dimenticarlo, specie quando si critica), ma se si dedica a girare e parlare, raccogliendo applausi alla cerimonia della consegna dei collari d’oro, dovrebbe avere maggior cura e prudenza nello scegliere le parole.

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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