
di Antonio Missiroli*
I Giochi Olimpici sono storicamente (e idealmente) identificati con un periodo di tregua nei conflitti e di sospensione della competizione politica – interna ma soprattutto internazionale – in nome della neutralità e universalità della competizione sportiva. Questo, almeno, é il mito che le ha accompagnate nei secoli, anche se nella Grecia classica, ad esempio, la cosiddetta ekecheirìa non comportava una vera e propria sospensione delle ostilità – la nozione stessa di ‘pace’ come stato specifico delle relazioni internazionali, del resto, era del tutto sconosciuta a quei tempi – ma soltanto la libertà di transito attraverso le frontiere (comprese le zone di guerra) e la garanzia di incolumità per i viaggiatori (compresi gli atleti) che si recavano a Olimpia – dove i giochi, peraltro, offrivano ai rappresentanti delle varie comunità della koiné greca una piattaforma diplomatica multilaterale comparabile, su scala regionale, a ciò che oggi é la sessione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Olimpiadi: dalle poleis alle potenze europee
Quel mito fu rilanciato alla fine del XIX secolo dal barone francese Pierre De Coubertin – vero e proprio ‘padre fondatore’, nel 1894, del Comitato Internazionale Olimpico (CIO) – con le grandi potenze occidentali dell’epoca presentate come eredi delle città-stato dell’antichità. Le sedi stesse dei primi giochi dell’era contemporanea – da Atene 1896 a Berlino 1936 – rifletterono del resto questo approccio, alternando città europee e americane (grandi e meno grandi) e riproponendo gli ideali dell’atleta dilettante e di una sportività gentlemanly caratteristici delle élites aristocratiche e alto-borghesi del tempo – ideali poi magistralmente ritratti nel pluri-premiato Chariots of Fire (‘Momenti di gloria’, 1981), ambientato ai Giochi di Parigi del 1924.
Al 1924 risale pure anche la primissima edizione dei Giochi olimpici invernali, svoltisi sempre in Francia (a Chamonix), ed eredi a loro volta dei ‘Giochi nordici’ organizzati con la stessa cadenza quadriennale su iniziativa di un altro membro originario del CIO, il generale svedese Viktor Balck, che aveva già cercato di aggiungere una settimana di sport invernali ai Giochi estivi di Stoccolma (1912). Lo ‘spirito’ olimpico dei primi quarant’anni dei Giochi moderni fu insomma marcatamente occidentale ed elitario – si pensi a discipline come la scherma, l’equitazione o la vela – e tendenzialmente conservatore, come dimostrò del resto la stessa composizione del CIO almeno fino agli anni Trenta: l’insistenza sul dilettantismo ne era, in fondo, un corollario – nobile negli intenti ma esclusivo negli effetti – mentre quella sulla neutralità si scontrò subito con la dura realtà della Grande Guerra, spingendo fra l’altro il CIO a trasferirsi, nel 1915, da Parigi a Losanna.
Germania 1936: i Giochi come palcoscenico per il Reich
Anche per questo, i Giochi del 1936 spiccano ancora oggi come l’epilogo simbolico e tragico di quella stagione: la Berlino del Kaiser aveva ottenuto l’organizzazione delle Olimpiadi estive già nel 1912 (per il 1916), ma prima lo scoppio della Grande Guerra e poi l’esclusione della Germania dal CIO fino al 1928 – per effetto della pace ‘cartaginese’ di Versailles – avevano rinviato l’appuntamento. Ad ottenerle di nuovo era stata, nel 1931, la Berlino della Repubblica di Weimar, ma la prima riunione del comitato organizzatore si tenne nel gennaio 1933, pochi giorni prima dell’ascesa al potere di Adolf Hitler. Il consolidamento della dittatura provocò sì qualche tentativo di boicottaggio o spostamento dei Giochi, soprattutto da parte del Comitato olimpico americano, ma un po’ l’astuzia del Fuhrer nel coprire la repressione interna e un po’ l’ingenuità (o il cinismo) dei dirigenti del CIO – de Coubertin giunse fino ad elogiare Hitler pubblicamente – permisero alla fine al regime nazista di trasformare l’evento in un capitolo esemplare della spettacolarizzazione totalitaria del Terzo Reich (turbata soltanto dalle prestazioni di Jesse Owens), immortalata nel celebre documentario di Leni Riefenstahl, Olympia, che ottenne il premio Mussolini al Festival del Cinema di Venezia, a fine agosto 1939. Appena poche ore dopo, l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste pose fine alle speranze della Roma fascista di ospitare a sua volta l’edizione del 1940 (la Roma giolittiana aveva finito per declinare l’offerta di de Coubertin), per la quale il regime aveva appena allestito gli impianti del Foro Italico, dopo che l’organizzazione era stata tolta a Tokyo in seguito all’invasione giapponese della Manciuria, nel 1937.
L’attivismo delle potenze del cosiddetto Patto Tripartito si era dispiegato del resto anche per le Olimpiadi invernali, con l’edizione del 1936 assegnata a Garmisch-Partenkirchen (la seconda e ultima volta in cui lo stesso paese ha ospitato entrambi i Giochi), quella del 1940 a Sapporo e quella del 1944 a Cortina d’Ampezzo. Queste ultime furono poi cancellate con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, ma il passaggio da una pratica (e un’etica) di élites a un’epoca di propaganda politica e comunicazione di massa era evidente, e la morte di de Coubertin – nel 1937, in Svizzera, ormai screditato e perfino impoverito – non fece che sancirlo del tutto.
Le Olimpiadi e la Guerra Fredda: una questione geopolitica
Nel 1948 Londra ospitò un’edizione molto austera dei Giochi – in linea con le restrizioni dell’immediato dopoguerra – tutta all’insegna del rilancio dello spirito olimpico originario, mentre le Olimpiadi invernali si svolsero a St. Moritz, dove si erano tenute già nel 1928 e dove gli impianti erano rimasti intatti durante il conflitto in virtù della neutralità svizzera. Germania e Giappone non furono invitate, mentre l’URSS non aveva comunque mai partecipato ai Giochi (la Russia zarista lo aveva fatto soltanto nel 1912), preferendo invece organizzare le cosiddette ‘Spartachiadi’, e non aveva ancora un proprio comitato nazionale. La Cina, dove divampava ancora la guerra civile, mandò comunque una trentina di atleti, mentre fecero la loro prima apparizione India e Pakistan (da poco indipendenti e divise) assieme ad altri nuovi stati come Iran, Iraq, Libano e Siria, appena ‘liberati’ dalle ex potenze mandatarie Gran Bretagna e Francia – un fenomeno che avrebbe conosciuto un’accelerazione spettacolare con la decolonizzazione dei vent’anni successivi. In coda ai Giochi di Londra si tenne anche la prima edizione dei cosiddetti Stoke Mandeville Games (dal nome della struttura ospedaliera, diretta da un medico tedesco di origine ebraiche emigrato poco prima della guerra, che si occupava della riabilitazione dei ex combattenti paraplegici), veri e propri precursori di quelle che sarebbero in seguito diventate le Paralimpiadi.
I Giochi estivi di Helsinki 1952 e Melbourne 1956 furono invece contrassegnati dall’ingresso della Guerra Fredda e, più in generale, della politica internazionale nella preparazione e nello svolgimento dei Giochi. Helsinki non solo si svolse con la guerra di Corea ancora in corso, ma dovette pure gestire la richiesta di partecipazione di Mosca e dei paesi del blocco sovietico, convintisi che la vetrina olimpica potesse rappresentare un nuovo terreno di battaglia – sia pure “con altri mezzi”, per parafrasare von Clausewitz – con gli occidentali. Gli organizzatori finlandesi, che si trovavano in una situazione politico-strategica molto delicata, contravvennero perfino allo spirito olimpico ospitando le delegazioni dell’Est in un villaggio ad hoc, per evitare sia possibili incidenti che eventuali defezioni. Il CIO cercò inoltre di comporre in qualche modo la controversia fra Pechino e Taiwan sulla partecipazione cinese, ma col risultato che i nazionalisti boicottarono i Giochi e la Repubblica popolare inviò una delegazione solo alla cerimonia di chiusura. E mentre il Giappone fu ufficialmente riammesso, la Germania fu investita da una disputa analoga: il CIO voleva infatti accogliere solo una delegazione comune, ma le sue condizioni furono respinte dalla Repubblica democratica, col risultato che la “Germania” fu rappresentata soltanto da atleti della Repubblica federale. A Helsinki fece il suo esordio olimpico anche Israele, dove nel frattempo David Ben Gurion aveva reintrodotto la vecchia tradizione delle cosiddette ‘Maccabiadi’.
I Giochi di Melbourne, nell’autunno del 1956, furono investiti direttamente dagli effetti delle due grandi crisi internazionali di quell’anno: quella di Suez, scoppiata ad un paio di settimane dalla cerimonia di apertura, portò al ritiro prima dell’Egitto, poi di Iraq e Libano; una settimana più tardi, l’insurrezione di Budapest e la successiva repressione di Mosca provocarono invece il ritiro di Olanda, Svizzera e Spagna franchista. Durante i Giochi, fra l’altro, una trentina di atleti est-europei (in gran parte ungheresi) riuscirono a sottrarsi ai controlli delle rispettive delegazioni e a passare negli Stati Uniti (tramite le Filippine), mentre sul piano sportivo la partita di pallanuoto vinta dall’Ungheria contro l’URSS viene ancora ricordata come il “blood in the water match” per la sua violenza. Ma Melbourne fu anche l’occasione per il ritiro della Cina popolare (per protesta contro la presenza di Taiwan) prima dai Giochi e poi dallo stesso CIO – e per la prima vittoria dell’URSS nel medagliere complessivo delle Olimpiadi. E viene ancora ricordata pure per la love story fra la discobola cecoslovacca Olga Fikotova e il martellista americano Harold Connolly, entrambi medaglie d’oro nelle rispettive discipline: in un primo segno del ‘disgelo’, l’allora presidente ceco Antonin Zapotocky permise il loro matrimonio (che ebbe come testimone il grande mezzofondista e pluri-campione olimpico Emil Zatopek) e il trasferimento della coppia negli Stati Uniti. Alla Fikotova, tuttavia, sarebbe poi stato impedito di continuare a gareggiare per il suo paese, tanto che partecipò a tutte le Olimpiadi dal 1960 al 1972 con la delegazione americana – nel 1972, addirittura, come portabandiera.
Le Olimpiadi come simbolo di rinascita…
Le quattro edizioni successive dei Giochi estivi furono tutte ospitate da paesi che ne fecero un simbolo e un palcoscenico del loro cambiamento interno e nuovo status internazionale. Roma 1960, la cui organizzazione fu diretta dall’allora ministro della difesa Giulio Andreotti e finanziata in gran parte dagli introiti del Totocalcio, proiettò sugli schermi dell’Eurovisione (che aveva fatto le sue prime prove ai Giochi invernali di Cortina nel 1956) e della CBS americana – fra antichità classiche e Stadio dei Marmi – l’Italia del miracolo economico. Tokyo 1964 trasmise (per la prima volta via satellite) l’immagine di un Giappone ultramoderno, capace di accogliere oltre 100 delegazioni – ma non il Sudafrica dell’apartheid, poi escluso anche dal CIO assieme all’allora Rhodesia – e migliaia di atleti. Città del Messico ottenne i Giochi del 1968 nello stesso anno (1961) in cui il paese fu ammesso all’OCSE, il club dei paesi più industrializzati. E Monaco 1972, nella città che era stata la culla stessa del movimento nazionalsocialista, mise in mostra una Germania federale che – 36 anni dopo Berlino 1936 – non solo era di nuovo qualcuno (‘wir sind wieder wer’) ma aveva appena normalizzato le proprie relazioni sia con l’URSS che con l’“altra” Germania (presente autonomamente ai Giochi già nel 1968), assieme alla quale era anche stata da poco ammessa all’ONU. Perfino Seoul 1988 – la prima edizione in cui il numero delle delegazioni partecipanti (159) eguagliò, prima di cominciare a superarlo, quello dei membri delle Nazioni Unite – avrebbe segnato una svolta importante nella liberalizzazione e democratizzazione del paese asiatico, quando il braccio di ferro interno al regime si risolse, proprio alla vigilia (e in gran parte a causa) dei Giochi, a favore dei moderati, portando nel dicembre immediatamente successivo alla vittoria di Roh Tae Woo nelle prime elezioni presidenziali libere.
…e di competizione internazionale
Ma i vent’anni fra il 1968 e il 1988 furono anche gli anni in cui la politica internazionale fece piena irruzione nei Giochi, nonostante l’ostinata opposizione dell’allora presidente del CIO, l’ultra-conservatore americano Avery Brundage (l’unico non-europeo, fino al 2025, ad aver rivestito la carica), a qualsiasi interferenza con il presunto ideale olimpico. A Città del Messico fu la sanguinosa repressione della polizia contro una manifestazione studentesca a Piazza delle Tre Culture (oltre 300 morti), alla vigilia dei Giochi, a gettare un’ombra sinistra sull’evento. A Monaco di Baviera, l’attacco terroristico di Settembre Nero contro un gruppo di atleti israeliani proprio nel cuore del villaggio olimpico bloccò le competizioni ma per una sola giornata – molti ancora ricordano il “the Games must go on” di Brundage, allora alla fine del suo lungo mandato ventennale – dopo che l’azione si concluse, in seguito ad un maldestro intervento della polizia tedesca, con la morte di tutti gli ostaggi e di cinque degli otto membri del commando palestinese. La tragedia di Monaco avrebbe del resto avuto pure importanti strascichi extra-sportivi, dalla vendetta del Mossad contro i terroristi superstiti e i loro mandanti (alla quale Steven Spielberg ha dedicato nel 2005 il suo film Munich) al riscatto delle ‘teste di cuoio’ tedesche, nel 1977, con la liberazione di tutti gli ostaggi su un volo Lufthansa all’aeroporto di Mogadiscio.
I Giochi di Montreal del 1976, che videro per la prima volta la partecipazione di Pechino come rappresentante della Cina (Taipei poté però mantenere il proprio comitato olimpico), subirono il boicottaggio di una trentina di paesi africani – poche settimane dopo la sanguinosa repressione della rivolta di Soweto – per protesta contro la Nuova Zelanda (di cui avevano chiesto l’esclusione), colpevole di aver ospitato la squadra di rugby sudafricana degli Springboks per alcuni match amichevoli. E furono, incidentalmente, anche i primi Giochi a generare un’esplosione dei costi per gli organizzatori che portò le autorità locali sull’orlo della bancarotta.
Mosca 1980 fu invece boicottata dagli Stati Uniti del presidente Carter e da alcuni paesi alleati (fra cui Germania e Giappone ma non Francia, Regno Unito, Italia, Spagna e Australia) per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan, avvenuta alla fine del 1979. E Los Angeles 1984 – la prima edizione massicciamente finanziata da sponsor privati quali Coca Cola, Mars, IBM e AT&T, e i cui organizzatori vendettero con grande profitto anche i diritti televisivi al network americano ABC – fu alla fine boicottata dall’URSS di Konstantin Chernenko e da una dozzina di paesi del blocco sovietico (compresa Cuba ma non Romania, Cina e Jugoslavia), durante una fase molto tesa delle relazioni Est-Ovest, col pretesto dell’avvenuta installazione dei cosiddetti ‘euromissili’ in Europa occidentale. Gli stessi paesi non avevano però boicottato, pochi mesi prima, i Giochi invernali di Sarajevo, in quella che era ancora la Repubblica federale jugoslava; e del resto neppure le edizioni precedenti di Innsbruck (1976) e Lake Placid (1980) erano state condizionate da eventi extra-sportivi, salvo forse il boicottaggio di Taipei – l’unico nella storia delle Olimpiadi invernali, nel 1980 – per protesta contro il declassamento del suo Comitato olimpico a vantaggio di Pechino. Per Mosca e Los Angeles, il paradosso fu che l’assegnazione dei Giochi a USA e URSS era avvenuta nel pieno della distensione Est-Ovest -– culminata con i trattati sulla limitazione degli armamenti nucleari e gli accordi di Helsinki (1975) – mentre i boicottaggi incrociati marcarono il ritorno, sia pure temporaneo, alle tensioni della guerra fredda.
Gesti e simboli che hanno fatto la storia
L’irruzione dei conflitti politici sulla scena dei Giochi, del resto, è stata spesso immortalata in modo emblematico da immagini ormai trasmesse dal vivo, in mondovisione e, dal 1972, anche a colori. Si pensi all’arrivo trionfale sotto l’arco di Costantino a Roma di Abebe Bikila, il maratoneta etiope scalzo (prima medaglia d’oro nazionale africana della storia olimpica) che faceva parte della guardia imperiale di Hailé Sélassié – esiliato ad opera dell’Italia fascista negli anni Trenta – e aveva perfino partecipato alla guerra di Corea con le forze ONU; al pugno chiuso guantato di nero (e ai piedi nudi) degli sprinter americani Tommie Smith e John Carlos sul podio allo Stadio Azteca, poi privati delle medaglie e pienamente riabilitati soltanto quasi mezzo secolo più tardi, da Barack Obama, nel 2016; o, sempre a Città del Messico, al gesto di sdegno della ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska, medaglia d’argento, al momento dell’inno del paese che pochi mesi prima aveva invaso il suo ponendo fine alla Primavera di Praga (ostracizzata poco dopo il ritorno in patria, la ginnasta fu poi riabilitata da Vaclav Havel dopo la ‘rivoluzione di velluto’ del novembre 1989, e prima nominata alla testa del comitato olimpico nazionale e poi eletta al CIO); ovvero al gesto dell’ombrello indirizzato nel 1980 al pubblico moscovita (e giustificato ex post da Varsavia come uno “spasmo muscolare”) dall’astista polacco Wladislaw Kozakiewicz dopo il salto che sancì la sua vittoria sul favorito, il russo Konstantin Volkov, appena pochi giorni prima del riconoscimento ufficiale di Solidarnosc con l’accordo ai cantieri Lenin di Danzica.
Dilettantismo o semi-professionismo?
Gli anni Settanta e Ottanta videro anche ricorrenti controversie sul professionismo, emerse già ai Giochi invernali di Sapporo (1972), prima con l’esclusione di alcuni sciatori (fra cui il campione austriaco Karl Schranz) accusati di aver preso denaro per eventi promozionali, e poi con il ritiro della squadra di hockey canadese per protesta contro il divieto di utilizzare giocatori provenienti dalla NHL nord-americana. Le dispute assunsero presto anche contorni più marcatamente politici in seguito ai crescenti successi degli atleti e delle atlete del blocco sovietico – in particolare di URSS e Germania Est, vittoriose nel medagliere olimpico per nazioni dal 1972 al 1988 (salvo ovviamente che nel 1984, dove comunque la Romania di Nadia Comaneci si piazzò seconda assoluta) – spesso accusati di professionismo di Stato e sospettati di doping sistematico, ma ufficialmente presentati dalle rispettive autorità come “sportivi dilettanti a tempo pieno”. È vero, tuttavia, che anche molti paesi occidentali consentivano ormai forme di semi-professionismo fondate sulle prime sponsorizzazioni commerciali ovvero sull’inquadramento degli atleti nei ranghi delle forze armate e di polizia. Celebre, comunque, la vicenda della squadra di hockey statunitense, composta soltanto da giocatori di squadre di college, che a Lake Placid 1980 prima sconfisse lo strafavorito squadrone sovietico e poi finì per vincere l’oro – un’epopea ricordata ancora oggi negli Stati Uniti come il “Miracle on Ice”. Allo stesso tempo, a riprova del perdurare dello ‘spirito’ olimpico, sempre a Lake Placid un paese tropicale (il Costa Rica) partecipò per la prima volta ai giochi invernali – tradizionalmente dominio riservato dei paesi dell’emisfero nord – poi emulato nel 1988 a Calgary dalla Giamaica, il cui improvvisato equipaggio di bob offrì in seguito lo spunto per una celebre commedia hollywoodiana (Cool Runnings, 1993).
Seoul 1988, infine, fu anche la prima Olimpiade alla quale seguirono – a pochi giorni di distanza, e negli stessi impianti – i Giochi paralimpici eredi degli Stoke Mandeville Games e la cui prima edizione ufficiale si era tenuta a Roma 1960, inaugurando così un’altra tradizione che si sarebbe consolidata e rafforzata negli anni e decenni successivi. I Giochi si erano ormai trasformati, insomma, in una manifestazione mondiale, popolare, inclusiva, e anche commerciale.
La globalizzazione olimpica: l’eredità di Barcellona 1992
È stato però solo durante il lungo mandato di Juan Antonio Samaranch alla presidenza del CIO (1981-2001) che i Giochi sono diventati quello che sono oggi. Samaranch fu il primo dirigente del movimento olimpico a risiedere stabilmente a Losanna, da dove mise a frutto la sua esperienza politico-diplomatica (dopo un passato franchista, era stato l’ambasciatore della Spagna a Mosca nel 1980) e le sue capacità organizzative – sostenuto in questo dal presidente della federazione internazionale di atletica leggera Primo Nebiolo – per trasformare le Olimpiadi in grandi eventi globali e sempre più inclusivi, massimizzando gli introiti televisivi e il merchandising. Samaranch pose anche fine, con una revisione della Carta Olimpica, alla finzione ormai insostenibile del dilettantismo – si pensi alla medaglia d’oro conquistata dalla tennista Steffi Graf a Seoul 1988 – e promosse la creazione di un’agenzia (la WADA) e di un tribunale ad hoc per la prevenzione e il controllo del doping.
I primi giochi del dopo Guerra Fredda, tenutisi nel 1992 nella ‘sua’ Barcellona, rappresentano probabilmente a tutt’oggi l’edizione più riuscita delle Olimpiadi estive, grazie anche all’inedita collaborazione fra il governo centrale guidato dal socialista Felipe Gonzalez e gli autonomisti catalani (unita all’impegno dei baschi dell’ETA a non interferire), moltiplicando così il soft power di una Spagna ormai pienamente integrata nella UE e nella NATO. In quell’anno, che coincise anche con l’Expo universale a Siviglia, la nomina di Madrid come capitale europea della cultura e, soprattutto, il 500esimo anniversario della scoperta dell’America, Barcellona accolse quasi 10 mila atleti da 169 paesi. Fra questi – come in parte accaduto già pochi mesi prima anche ai Giochi invernali di Albertville, in Savoia – c’erano, oltre alla Germania appena riunificata, le tre repubbliche baltiche ex sovietiche, Croazia, Slovenia e Bosnia (anch’esse da poco indipendenti, prima che divampassero le guerre balcaniche), ma anche il Sudafrica di Nelson Mandela e, per la prima e unica volta, una delegazione congiunta della Comunità di Stati Indipendenti che raccoglieva i paesi dell’ex URSS, che sfilò dietro la bandiera con i cinque cerchi. Il neo-presidente russo Boris Eltsin aveva del resto cercato di ritardare il più possibile l’implosione e la frammentazione della superpotenza sportiva sovietica, trovando in questo una sponda nel CIO, mentre gli atleti serbi e montenegrini – da ciò che restava della Federazione jugoslava, soggetta a sanzioni internazionali – furono ammessi come “partecipanti olimpici indipendenti” (assieme a quelli della ex repubblica di Macedonia, non ancora riconosciuta).
A sancire e illustrare la svolta verso il professionismo, infine, gli Stati Uniti inviarono a Barcellona il famoso Dream Team con i grandi campioni della NBA, mentre il momento forse più emozionante di questo ‘nuovo ordine mondiale’ dello sport fu rappresentato dal trionfale giro di pista congiunto delle medaglie d’oro e d’argento dei 10 mila metri femminili, l’etiope Derartu Tulu e la sudafricana bianca Elana Meyer – un simbolo di riscatto e riconciliazione anche più forte della vittoria nei 400 metri (a Sydney, otto anni dopo) dell’aborigena australiana Cathy Freeman. A conferma dell’eccezionalità del momento, pochi giorni prima dell’apertura di Barcellona 1992 Samaranch lanciò anche un appello al ristabilimento dell’antica ‘tregua’ olimpica – da sette giorni prima dell’apertura dei Giochi a sette giorni dopo la loro chiusura – riuscendo fra l’altro a coinvolgere perfino l’ONU, la cui Assemblea Generale avrebbe approvato una risoluzione in questo senso il 25 ottobre 1993, rinnovandola da allora ogni due anni.
Sempre nel 1992, infatti, il CIO decise anche di scorporare una volta per tutte le date dei giochi invernali e di quelli estivi, celebrando ancora entrambi ogni quattro anni ma a distanza di due gli uni dagli altri: ad Albertville succedette così (in via eccezionale già nel 1994) Lillehammer, in Norvegia, che fu appunto la prima Olimpiade a dichiarare (ed osservare) la ‘tregua”, adottata ufficialmente anche dal CIO, e che vide fra l’altro il debutto delle delegazioni ceca e slovacca appena separatesi.
Ad Atlanta 1996 anche tutte le repubbliche ex sovietiche parteciparono in proprio, e perfino la Palestina poté fare la sua prima apparizione, portando il numero delle delegazioni presenti a 197. Quell’edizione, tuttavia, è ancora ricordata per un secondo episodio di terrorismo, ad opera stavolta di un cittadino americano, Eric Rudolph, peraltro identificato e arrestato solo nel 2003, dopo aver attaccato cliniche dove si praticavano aborti e un locale notturno LGBT. I tre ordigni esplosi al Centennial Park della città provocarono un paio di vittime e un centinaio di feriti e, come a Monaco, comportarono solo una breve pausa nelle competizioni. Ma otto anni più tardi, quando le Olimpiadi tornarono finalmente ad Atene, lo spettro del terrorismo di matrice islamista – che pochi mesi prima, nell’aprile 2004, aveva colpito a Madrid – avrebbe indotto il governo greco a chiedere l’assistenza della NATO, che inviò nel paese per tutta la durata dei Giochi una flotta di aerei-radar (i celebri AWACS) con compiti di sorveglianza e prevenzione, garantendo anche un costante pattugliamento navale, senza contare il ricorso sistematico delle autorità alle telecamere a circuito chiuso: il CIO consentì inoltre alle delegazioni americana, britannica e israeliana di assicurare in proprio la sicurezza dei loro atleti.
Il 6 luglio dell’anno successivo il CIO decise di attribuire l’organizzazione dei Giochi del 2012 a Londra, che prevalse di stretta misura su Parigi: il giorno seguente, mentre i leader dell’allora G-8 si riunivano in Scozia per il loro vertice annuale, un altro grave attentato terroristico colpì proprio la capitale britannica, che infatti avrebbe preparato le sue future Olimpiadi con una grande attenzione alla sicurezza e alla sorveglianza, pur con maggiore austerità rispetto ad Atene anche a causa delle ripercussioni della crisi finanziaria in Europa (a cui aveva contribuito il debito accumulato dalla Grecia anche per effetto dei Giochi del 2004).
Sul piano sportivo, l’edizione di Londra è ricordata per la vicenda del velocista sudafricano Oscar Pistorius, che corse i 400 metri (fino alle semifinali) con una speciale protesi metallica ad entrambe le gambe – amputate quando era ancora un bambino – che gli valse il soprannome di Blade Runner: Pistorius poi partecipò, vincendo due ori, anche alle successive Paralimpiadi, che proprio a Londra conobbero un grande successo anche di pubblico – tanto da dare impulso ai cosiddetti Invictus Games (dal 2014), sul modello dei Warrior Games promossi dagli Stati Uniti nel 2010 per gli invalidi delle guerre in Iraq e Afghanistan.
Parte dell’eredità dell’era Samaranch è stata anche l’assegnazione dei giochi a paesi ‘emergenti’ come Cina e Brasile, due dei cosiddetti BRICS. Pechino ne ottenne l’organizzazione nel 2001 – lo stesso anno in cui fu ammessa al WTO, e poco dopo aver reintegrato Hong Kong e Macao – e ne fece fin dall’inizio un test della propria “peaceful rise” (come suonava lo slogan ufficiale dell’epoca), ottenendo in seguito, unica città nella storia, anche le Olimpiadi invernali del 2022. Pechino 2008 impressionò infatti per le infrastrutture e gli impianti, oltre che per le prestazioni degli atleti cinesi: per la prima volta dal 1936, nei giochi estivi, il medagliere fu infatti vinto da una squadra diversa dagli Stati Uniti o (fino al 1988) dall’URSS, mettendo così fine anche nello sport sia al vecchio bipolarismo che all’“unipolar moment” del dopo guerra fredda. E se Serbia e Montenegro vi fecero la loro prima apparizione come delegazioni distinte, dopo la separazione del 2006, la Corea del Nord ottenne di sfilare da sola, dopo averlo fatto assieme “all’altra” Corea nelle due edizioni precedenti.
A turbare lo spettacolo offerto dalla nuova Cina, più che le proteste pro-Tibet che lo precedettero lungo il percorso della fiamma olimpica o le polemiche sull’inquinamento dell’aria, intervenne tuttavia – la mattina stessa della cerimonia inaugurale, l’08/08/08 – lo scoppio della guerra russo-georgiana nel Caucaso. Lo stretto controllo degli organizzatori e la breve durata delle ostilità (pochi giorni) concorsero tuttavia a tenere di fatto il conflitto fuori dall’orizzonte mediatico dalle Olimpiadi. In retrospettiva, peraltro, nell’estate del 2008 la combinazione fra i Giochi cinesi, l’aggressione russa e lo scoppio della crisi finanziaria in America avrebbe restituito l’impressione di un vero e proprio tornante strategico e psicologico, tale da segnare l’inizio della fine della stagione apertasi vent’anni prima con la caduta del Muro di Berlino.
Sei anni più tardi, nel febbraio 2014, Vladimir Putin attese invece la conclusione dei Giochi invernali che aveva promosso personalmente a Sochi, sul Mar Nero, prima di lanciare l’operazione militare che avrebbe portato all’occupazione e all’annessione della Crimea, condotta peraltro ancora durante la ‘tregua’ ufficiale e senza troppo turbare le Paralimpiadi svoltesi poco dopo nella stessa città, e apertesi nel giorno stesso del ‘referendum’ in cui la Crimea votò a favore dell’annessione alla Federazione russa. Anche le Olimpiadi di Sochi registrarono grandi successi per gli atleti del paese ospitante, che avevano invece enormemente deluso nell’edizione precedente a Vancouver: una commissione disciplinare d’inchiesta insediata dal CIO l’anno successivo, in seguito all’autodenuncia da parte dell’ex direttore del laboratorio anti-doping Grigory Rodchenkov, portò tuttavia alla luce l’esistenza – fra il 2011 e il 2015 – di un vasto programma di doping sistematico coordinato dai servizi segreti russi (FSB), e condusse alla squalifica di 43 atleti, alla cancellazione di 13 medaglie (nove delle quali poi restituite dopo un appello), e alla sospensione del Comitato olimpico russo. Ai Giochi invernali successivi, tenutisi a Pyeongchang in Corea del Sud, fu così ammessa soltanto – e dopo severi controlli – una delegazione di “atleti olimpici dalla Russia” sotto la bandiera del CIO, mentre la cerimonia di apertura fu turbata da una serie di attacchi cibernetici in seguito attribuiti a Mosca, dopo i sospetti iniziali nei confronti della Corea del Nord. Nonostante le tensioni allora in atto fra le due Coree, del resto, Pyongyang partecipò ai Giochi – sfilando assieme alla delegazione di Seoul sotto un’unica insegna – ed accettò perfino di schierare una squadra comune nell’hockey su ghiaccio femminile.
Globalizzazione, professionalizzazione e commercializzazione hanno inoltre portato più corruzione – anche nell’assegnazione dei Giochi stessi, a cominciare dal caso di Salt Lake City 2002 – e più politicizzazione, dai sospetti di sportswashing sui regimi autoritari alla gestione dei sempre più numerosi casi di doping. Tutto questo ha seriamente intaccato la credibilità complessiva del sistema, minando forse una volta per tutte l’ambizione – già perseguita a suo tempo da de Coubertin e poi, con ancor maggiore intraprendenza, da Samaranch – di ottenere per i Giochi il premio Nobel per la Pace, soprattutto dopo che nel 2009 al CIO era stato addirittura concesso (come alla Croce Rossa nel 1990) lo status di Osservatore Permanente alle Nazioni Unite. Gli scandali hanno perfino spinto gli Stati Uniti ad agire unilateralmente nel denunciare e perseguire il doping a livello internazionale attraverso il Rodchenkov Act del 2021 (dal nome, appunto, del primo whistleblower), vero e proprio equivalente sportivo delle sanzioni extraterritoriali applicate sempre più spesso da Washington in questo scorcio di secolo.
Lo scenario oggi: nuovi equilibri?
Anche l’inclusività delle Olimpiadi del XXI secolo, che ha fra l’altro comportato una continua espansione e proliferazione delle discipline ammesse ai Giochi, è stata tuttavia soltanto parziale per il cosiddetto ‘Global South’. La stessa esperienza di Rio de Janeiro 2016 è stata indicativa: rispetto a Pechino, infatti, i Giochi si rivelarono – fra impianti inadeguati e polluzione ambientale – una vetrina molto meno scintillante del progresso conseguito dal paese ospite, al quale erano stati peraltro assegnati nel settembre 2009, dopo un lungo periodo di stabilità e crescita sotto la presidenza di Luis Ignacio ‘Lula’ da Silva, ed appena tre mesi dopo il primo summit dei BRICS a Ekaterinburg, in Russia. Ma le Olimpiadi finirono per svolgersi durante una fase convulsa della vita pubblica del paese, contrassegnata da scandali a ripetizione e nel mezzo dell’opaca procedura di impeachment (e poi della destituzione) di Dilma Rousseff, succeduta a Lula nel 2011. Furono comunque le prime a vedere la partecipazione del Sud Sudan e soprattutto del Kosovo, che dopo la dichiarazione di indipendenza dalla Serbia (2008) – indipendenza tuttora non riconosciuta dall’ONU – aveva ottenuto il via libera per il proprio Comitato olimpico nazionale solo nel 2014, in virtù dell’accordo del 2013 fra Pristina e Belgrado mediato dall’Unione Europea, e a condizione di permettere ai rappresentanti della minoranza serba nel nord del paese di gareggiare, appunto, con Belgrado.
Per parte loro, Londra, Parigi e Los Angeles hanno ciascuna ottenuto di organizzare una terza edizione (e Tokyo una seconda, slittata poi di un anno a causa della pandemia di COVID); anche l’Australia – situata nell’emisfero sud ma a tutti gli effetti parte dell’Occidente economico e politico – ne ospiterà presto una terza (a Brisbane, nel 2032). Ma il continente africano, da cui pure viene più di un quarto dei membri del CIO, rimane l’unico fra i cinque cerchi del logo olimpico a non aver ancora ospitato la manifestazione – a differenza di quanto accaduto, ad esempio, con la Coppa del Mondo di calcio – anche se l’anno scorso ha ottenuto la presidenza del CIO con Kirsty Coventry, prima medaglia d’oro olimpica per lo Zimbabwe (ad Atene, nel nuoto) e poi ministra dello sport a Harare. Quello che è certo è che i costi prevedibili dell’organizzazione di un’Olimpiade del XXI secolo sono ormai tali da scoraggiare molti paesi dell’emisfero sud a candidarsi: non è un caso se, per l’edizione 2036 dei Giochi, i front runners sono l’India di Narendra Modi e il Qatar, che ha già ospitato nel 2022 la Coppa del Mondo di calcio.
Da Pechino a Cortina: giochi, guerra e geopolitica
Come i Giochi estivi svoltisi a Tokyo nel 2021, anche le Olimpiadi invernali tenutesi a Pechino e dintorni dal 4 al 20 febbraio 2022 furono condizionate da severe restrizioni e rigidi controlli – anche sulla partecipazione del pubblico agli eventi sportivi – dovuti alla recente pandemia. A Tokyo 2020, alcuni si svolsero anzi a porte chiuse, nonostante il vecchio motto olimpico ‘citius – altius – fortius’ fosse appena stato arricchito da un ‘communiter’ (insieme) inteso ad evidenziarne lo spirito inclusivo e partecipativo.
A Pechino, nella classifica finale per nazioni, a prevalere fu ancora una volta (la nona) la Norvegia, divenuta ormai una vera e propria superpotenza degli sport invernali, ma l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale era già concentrata su Ucraina e Russia, a causa delle tensioni montanti fra i due paesi. E, ancora una volta, Putin attese la conclusione dei Giochi (ma non della ‘tregua’) prima di lanciare, il 24 febbraio, l’“operazione militare speciale” – a cui contribuì anche la Bielorussia – tradottasi in una seconda invasione del territorio ucraino, e presto trasformatasi in una lunga guerra convenzionale di logoramento fra i due paesi. Le Paralimpiadi si svolsero regolarmente, in marzo, ma poco dopo il CIO decise di squalificare sia Mosca che Minsk dai successivi Giochi estivi del 2024 a Parigi. La squalifica, tuttavia, non è stata completa, dato che il CIO – anche per timore che Mosca, per ritorsione, cercasse di organizzare giochi alternativi con alcuni paesi della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) – ha autorizzato la partecipazione a titolo individuale e senza insegne, inni o logo a quegli atleti che avessero dimostrato di essere ‘puliti’ dal doping, di non aver fatto dichiarazioni a favore dell’invasione e di non essere sotto contratto con l’esercito o i servizi di sicurezza. Dopo aver ventilato la minaccia di un boicottaggio completo, dunque, la Russia si è sì presentata a Parigi, ma con appena 15 atleti – a fronte dei 282 di Rio e 333 di Tokyo, dove però era in vigore ‘solo’ l’esclusione per doping.
La XXXIII edizione dei Giochi estivi dell’era moderna, nella capitale francese, è ricordata per il fallito tentativo del Comitato olimpico palestinese di far escludere Israele – a causa delle operazioni condotte a Gaza in reazione all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 – e per le particolari circostanze politiche in cui si è svolta, appena un paio di settimane dopo che il presidente Emmanuel Macron aveva convocato – nella sorpresa generale – elezioni parlamentari anticipate risoltesi senza una maggioranza precisa. Di fronte all’impasse, Macron invocò infatti una ‘tregua politica’ interna, lasciando in carica fino all’autunno, a condurre gli affari correnti, il governo dimissionario uscente, e cercando allo stesso tempo – con modesti risultati – di riunire il paese attorno al successo dei Giochi e alle prestazioni degli atleti di casa.
Oggi il CIO conta 206 comitati nazionali – rispetto ai 193 membri dell’ONU – ed é superato solo dalla FIFA con 211. Dal 2015, inoltre, comprende anche un comitato ad hoc per i rifugiati, creato in seguito alla grande crisi migratoria del 2015 in Europa sulla base di una risoluzione dell’Assemblea Generale (approvata da 180 paesi), supportato dall’Alto Commissariato (UNHCR) delle Nazioni Unite, e co-finanziato fra gli altri da Liechtenstein e Qatar. Il comitato, che sfila dietro la bandiera olimpica, ha già inviato una decina di atleti a Rio, una trentina a Tokyo – soprattutto da Medio Oriente, Africa sub-sahariana, Afghanistan e Venezuela – e una quarantina a Parigi, dove la pugile d’origine camerunese Cindy Ngamba ha anche conquistato, con il suo bronzo, la loro prima medaglia.
I vincoli alla partecipazione degli atleti russi e bielorussi sono rimasti in vigore anche per i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026, appena conclusisi, ma ha fatto scalpore la decisione del CIO di squalificare un atleta ucraino, Vladyslav Heraskevych, che aveva insistito per utilizzare anche in gara un casco protettivo che riproduceva immagini di sportivi (e non) caduti nella guerra ancora in corso: probabilmente un segnale, al di là degli aspetti strettamente regolamentari, dell’intento manifestato dal CIO di ripristinare – per così dire – la ‘neutralità’ politica dei Giochi. Un proposito che si è tradotto anche nella decisione del Comitato Paralimpico di permettere a sei atleti russi e quattro bielorussi di sfilare dietro alle rispettive bandiere nella cerimonia di apertura in programma il 6 marzo, contestata non solo dagli ucraini ma anche da alcuni paesi UE e dallo stesso Commissario europeo Glen Micallef.
Neppure a Milano-Cortina, del resto, la politica è rimasta fuori dai Giochi: basti pensare alle controversie sul ‘patriottismo’ che hanno attraversato la delegazione americana, alimentate anche dagli interventi dell’amministrazione Trump contro gli atleti che l’avevano velatamente criticata; o ai destini paralleli e incrociati delle due campionesse – Eileen Gu e Alyse Liu – condivise e contese fra Cina e Stati Uniti; o, infine, alla curiosa vicenda della struttura di accoglienza olimpica USA, quella ‘Ice House’ ribattezzata all’ultimo momento ‘Winter House’ per evitare le polemiche che stavano dividendo l’opinione pubblica americana e mondiale sull’operato della Immigration and Custom Enforcement (ICE) Agency nello stato del Minnesota, dal quale venivano fra l’altro alcuni atleti di spicco.
È facile immaginare, del resto, che anche i prossimi Giochi estivi di Los Angeles 2028 – negli Stati Uniti di Donald Trump, nella California di Gavin Newsom, e nel pieno della prossima campagna presidenziale – offriranno altre sfide alla pretesa di Olimpiadi a-politiche o im-politiche. Non solo, infatti, quella pretesa (o ambizione) è sempre stata problematica, dato che ogni inclusione o esclusione è di per sé anche una decisione politica; ma la globalizzazione dei partecipanti e la spettacolarizzazione degli eventi rende i Giochi, inevitabilmente, un’arena unica per comunicare messaggi e valori – attraverso gesti, comportamenti e, oggi, social media – con potenziali risvolti politici. Piuttosto, lo sforzo di isolare e quasi ‘sterilizzare’ le Olimpiadi da quanto accade sulla scena mondiale sembra riflettere, e almeno in parte consolidare, la crescente erosione dei principi su cui è stato basato (sia pure in modo imperfetto) il sistema internazionale a cavallo fra il XX e il XXI secolo, prendendo atto in qualche modo del venir meno di un consenso (per quanto fragile e condizionato) sulle sue regole.
Antonio Missiroli
*ISPI Senior Advisor, Former NATO Assistant Secretary-General for Emerging Security ChallengesEuropa e Governance Globale Europa e Governance Globale Sicurezza e Difesa

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