
Paolo Ricotti, presidente nazionale del patronato Acli, ha così commentato i dati diffusi recentemente dall’Inps con il XXV Rapporto annuale: “Dall’Inps ci dicono che il lavoro cresce in Italia, ma ci dicono anche che cresce l’età media dei lavoratori. Questo significa che abbiamo un effetto determinato dall’applicazione della cosiddetta riforma Fornero, cioè con la fine delle quote, con la fine quindi della flessibilità in uscita, anche la fine dell’opzione donna e quant’altro. Le persone di fatto lavorano di più, quindi cresce il numero di persone che lavorano e cresce l’età media degli stessi lavoratori. Dall’altra parte il dato è che diminuisce il reddito, quindi diminuisce quello che arriva ai lavoratori tramite il proprio stipendio. Questo è un segnale allarmante perché significa che pur lavorando, gli italiani hanno perso 15% di potere d’acquisto negli ultimi tre anni. A questo si aggiunge il fatto che il numero di lavoratori di età più avanzata cresce, quindi in quella fascia in cui si presuppone che i redditi siano più alti. L’effetto sui più giovani, sugli ultimi entrati nel mondo del lavoro, è ancora più importante in termini di perdita di valore del lavoro, quindi in termini di lavoro povero. Infine, c’è da sottolineare un dato molto importante, che è quello del gender gap che si attesta poco sopra il 25%. Vuol dire che le donne sono pagate il 25-26% in meno in media rispetto agli uomini a parità di lavoro. Questi sono i dati che ci restituiscono quindi una proiezione di pensioni povere a fronte di salari poveri. Con le categorie più colpite, che sono in particolare i giovani e le donne. Anche per questi motivi, abbiamo lanciato la proposta di una pensione contributiva di garanzia per assicurare una tutela previdenziale adeguata a lavoratrici e lavoratori che, pur avendo lavorato, rischiano di arrivare alla pensione con trattamenti insufficienti a causa di salari bassi, carriere discontinue, part-time involontario: non una misura assistenziale, ma un correttivo previdenziale capace di rendere il sistema più equo, più credibile e più vicino alla vita reale delle persone”.
Segnali preoccupanti arrivano anche dall’Ocse che stima una nuova riduzione dei salari reali italiani. Secondo l’Ocse, su uno stipendio netto di 1.500 euro la perdita equivale a circa 162 euro annui.
La stima indica che gli aumenti nominali delle retribuzioni non riusciranno, in media, a compensare completamente la crescita dei prezzi. Per un lavoratore con uno stipendio netto di 1.500 euro al mese, una riduzione dello 0,9% del potere d’acquisto equivale a circa 13,50 euro mensili, pari a 162 euro in un anno calcolato su dodici mensilità.
Il calo reale non corrisponde necessariamente a un taglio della cifra scritta in busta paga. Lo stipendio può aumentare in termini nominali e permettere comunque di acquistare meno beni e servizi, se i prezzi crescono più rapidamente.
Applicando la stima dello 0,9%, un reddito netto mensile di 1.200 euro subisce una perdita teorica di potere d’acquisto pari a 10,80 euro al mese. Su dodici mensilità sono circa 130 euro.
Con 1.500 euro netti, la riduzione sale a 13,50 euro al mese e 162 euro annui. Chi riceve 2.000 euro al mese perde una capacità di spesa equivalente a 18 euro mensili, circa 216 euro l’anno.
Con uno stipendio di 2.500 euro, il valore raggiunge 22,50 euro al mese e 270 euro in dodici mesi. Si tratta di calcoli indicativi basati sulla media nazionale, non di somme che verranno sottratte automaticamente dal cedolino.
Secondo le stime Ocse degli ultimi giorni, i salari reali italiani restano inferiori di circa il 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. Il divario sarebbe il più ampio tra le maggiori economie dell’organizzazione.
Una parte dei lavoratori ha ottenuto aumenti attraverso i rinnovi dei contratti collettivi. Gli adeguamenti arrivano però con tempi diversi e non coinvolgono contemporaneamente tutti i settori.
Il risultato dipende anche dalla composizione della busta paga. Detrazioni fiscali, aliquote Irpef, premi aziendali e misure sul cuneo contributivo possono attenuare o ampliare la variazione sul reddito disponibile.
L’inflazione misurata dagli istituti statistici rappresenta una media. Chi spende una quota elevata del reddito per alimentari, affitto, energia e trasporti può registrare una perdita superiore.
Una famiglia proprietaria dell’abitazione e senza spese di affitto potrebbe invece subire un impatto diverso rispetto a chi vive in una grande città e destina ogni mese una parte consistente dello stipendio al canone.
La riduzione dello 0,9% offre quindi una misura generale. Per valutare la perdita individuale bisogna confrontare l’aumento netto effettivamente ricevuto nel 2026 con la crescita dei prezzi dei beni acquistati più frequentemente. Dunque, gli italiani sono sempre più poveri anche alla luce dei nuovi aumenti dei costi del carburante e dell’energia.
Salvatore Rondello

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