Abbiamo qualche serio problema ad orientarci nei continui richiami della Chiesa cattolica alla difesa della vita, in tutte le sue forme, dal concepimento alla morte, perché noi, che non siamo teologi come Ratzinger, filosofi come Pera, o finti ingenui come Mastella, abbiamo la pessima ma ormai radicata abitudine a leggere di tutto ed a costruirci un’opinione di conseguenza. Metodo pragmatico che, di questi tempi, non sembra avere molti seguaci. Meno di un mese fa, l’Arcivescovo di Firenze, Mons.Antonelli, si è pronunciato in merito alla pena di morte, giammai con una ferma condanna, come sarebbe lecito aspettarsi da un uomo di Chiesa che difende la vita sempre e comunque, ma sostenendo invece che su questo tema la dottrina cattolica è molto prudente, perché molti stati adottano la pena di morte e dunque non si può prendere posizione contro di essa senza rischiare un’interferenza pesante nella vita istituzionale degli stati suddetti. Poi leggiamo l’esortazione di Ratzinger alla difesa della vita con l’obiezione di coscienza che molte categorie di professionisti – in primis politici, medici e magistrati – dovrebbero applicare per rifiutare ogni attentato alla vita, da qualunque parte e con qualunque motivazione esso giunga, e le idee, come abbiamo detto, si confondono. E parecchio. Chi scrive è assolutamente contrario alla pena di morte, strumento atroce ed incivile al massimo grado, che non amministra affatto la giustizia ma applica solo una legge del taglione del tutto primitiva: paga con la tua vita la vita che hai tolto. Non c’è giustificazione alcuna a questa terrificante pratica, perché si può condannare il peggiore criminale all’ergastolo e fargli scontare, da vivo, la sua pena, qualunque essa sia. Le esecuzioni sono quanto di più spietato e barbaro mente umana possa concepire, senza contare gli errori, coperti da un sistema giudiziario spesso approssimativo – come accade negli Usa – o l’utilizzo della pena di morte come strumento repressivo della libertà di espressione e di pensiero: la Cina vi dice nulla, in proposito?! Dunque, chi proclama una crociata in difesa della vita dovrebbe iniziare proprio da qui, da una campagna capillare per l’abolizione della pena di morte ovunque sia praticata nel mondo: sarebbe, ci pare, un buon inizio, se non altro credibile perché condivisibile da tutti coloro che si ritengono esseri civili e non animali vendicatori. Invece, di questa tragedia non si fa parola nel proclama del Papa, che punta il dito su aborto, pillola del giorno dopo, eutanasia – e già ci pare che non si possa fare di tutta l’erba un fascio, trattandosi di temi che, per loro stessa natura, contengono, purtroppo, mille sfumature assolutamente non riconducibili ad una rigida formula confessionale. L’obiezione di coscienza, che apparentemente sembra figlia della libertà di coscienza e di pensiero, obbedisce in realtà a principi derivanti dalla stretta osservanza di un dogma; il medico obiettore che rifiuta di praticare un aborto, rischia di consegnare la persona che ne fa richiesta in mano ad un macellaio clandestino – questo va detto, anche per ricordare come mai questo paese, seppure sempre in ritardo rispetto al resto del mondo, ha deciso di darsi una legge come la 194, perché l’aborto clandestino provocava più vittime, ad esempio, dell’alcolismo. Il medico svolge un ruolo delicato, difficile e che richiede – o richiederebbe – la massima fiducia nel rapporto con il paziente: ma se il medico si erge a giudice, e respinge la donna che vuole abortire, non corre il rischio di allontanarla dalla struttura sanitaria alla ricerca di qualcun altro che non la giudichi rispetto alle sue scelte?! Invece, il Papa addirittura lamenta che l’obiezione di coscienza sia purtroppo ristretta all’ambito individuale invece che estesa all’intera struttura sanitaria: ora, vi immaginate un cartello fuori da un ospedale che dica “Zona deabortizzata, qui si partorisce e basta”. Non c’è da ridere, affatto, ma il paradosso serve ad esemplificare chiaramente la portata di certe affermazioni. Pericolose, perché figlie di un’intransigenza che non sottilizza sui metodi pur di raggiungere lo scopo, ovvero l’intimidazione, il giudizio, e dunque la costrizione che ne segue: tu partorirai con dolore, così è scritto e così sarà, nei secoli dei secoli. Noi crediamo che il dolore sia anche nel cuore di chi, per milioni di motivi che non sta a noi indagare, decide di abortire, aprendo così una ferita non più rimarginabile – e chi compie questa scelta, poiché vive in un paese democratico, laico, e garantista, ha il diritto di farlo senza sentirsi esposta al giudizio, al rifiuto, all’allontanamento. Così come crediamo che la donna stuprata abbia diritto di avere la pillola del giorno dopo: in nome di quale abnorme obbligo, dovrebbe concepire e tenere un figlio nato da simile mostruosità?! Ma anche la semplice rottura di un preservativo deve dare diritto alla stessa pillola, perché un mero accadimento meccanico non origina affatto una maternità voluta e responsabile, né possiamo accettare che la nostra vita sia a tal punto in balìa della sorte da doverci vedere solo come soggetti passivi delle sue imprevedibili trame.
Capiremmo, da laici pragmatici quali siamo, un invito alla responsabilità, alla consapevolezza, all’attenzione meditata nelle proprie scelte di vita, e per primi ce ne faremmo volentieri carico anche per tematiche che bruciano tante vite, come le dipendenze da alcol e droga. Capiremmo anche la volontà di un’educazione al rispetto di sé e degli altri che conduce, di solito, anche al rispetto della vita; capiremmo un invito alla libertà di pensiero e di opinione come frutto di una formazione personale non superficiale ed abborracciata. Capiremmo molte cose, ma non possiamo capire – né accettare – il giudizio, l’imposizione, la negazione, il dogma. Su questi, non si costruisce nulla, se non una epidermica, prima ancora che razionale, ribellione ai presupposti che li generano. Ed alla prossima esecuzione capitale di cui avremo notizia, chiederemo come mai ci si preoccupa della possibile ingerenza nella vita di uno stato, mentre in Italia si tenta di far passare il principio di obiezione di coscienza applicabile ad intere strutture sanitarie, quando la legge 194 è sempre in vigore ed è una legge dello stato. Chi è che bara, a questo macabro gioco?!
Chiara Boriosi

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