Uno dei problemi piu’ complicati per chi governa l’Italia e’ tentare di riparare ai guasti creati dalle Regioni, istituzione imposta dalla Costituzione. Da lì, dal 1970, e’ cominciato l’assalto alla diligenza, la moltiplicazione artificiale, spesso ammantata di keynesismo volgare, dei pani e dei pesci, insomma l’onda lunga che poi ha coinvolto tutto il sistema politico per la facilita’ con cui si potevano oltretutto risolvere anche problemi di natura personale con la politica, naturalmente a cominciare proprio dalla periferia. I guasti che sono stati creati sono probabilmente irreparabili, a tutti i livelli, ma volendo sintetizzare al massimo ne abbiamo di due tipi: sul piano pratico di tipo finanziario, piu’ in generale di visione del bene comune, per usare un linguaggio caro alla scienza politica fin dai tempi di Aristotele. Non conta la dimensione. Nella mia piccola regione -governata dalla sinistra- si e’ stabilito un sistema di potere che controlla tutto, e niente gli sfugge … ebbene, sono arrivate le discariche per rifiuti di fuori regione, tra cui Roma, e molto altro. Altro che Regione argine alla distruzione dell’ambiente.
Bisogna rimettere sotto controllo in qualche modo i poteri locali, togliergli competenze, ridarle al centro, e allo stesso tempo coinvolgerli di piu’ nelle scelte generali, anche in rapporto all’Europa. L’idea che ogni Regione si raccordi direttamente all’Europa e’ pazzesca. Come e’ pazzesco il fatto che una regione minuscola apra uffici di rappresentanza -che so- a Hong Kong, o voglia addirittura cimentarsi in una specie di politica estera tutta sua.
E’ gia’ probabilmente troppo tardi, anche perche’ nessuno osera’ chiudere con le Regioni, abolendole. Ma qualcosa bisogna pur fare, prima che tornino il podesta’ governativo e tutto il resto, come diceva ad un caffe’ filosofico un’anziana professoressa universitaria, famosa negli anni Settanta per le sue battaglie progressiste.
Allo stesso tempo bisogna togliere potere al centro ridandolo alla societa’, con il centro a far da controllore: poche leggi (allo stesso tempo delegificando intensamente) e monitoraggio severo circa la loro applicazione. Oggi e’ tutto rovesciato, con il centro che da’ l’impressione di organizzarsi, insieme alla periferia, per impoverire, alla resa dei conti, la popolazione, o per rendere piu’ incerto il futuro.
Bisognerebbe andare a ritroso: vedere cosa e’ stato fatto a partire dal 1970 e metterci le mani, per provare a rimettere in piedi un paese altrimenti a rischio di sbriciolamento. Un’eventualita’ questa attualmente troppo sottovalutata, ma che non puo’ sfuggire a chi analizzi con attenzione tutta una serie di fenomeni di disgregazione/riaggregazione, sicuramente spesso dai risvolti folcloristici, e tuttavia in grado di seminare in tante realta’ -a partire dal Sud o dal Veneto- un nuovo senso comune.
E’ in quest’ottica che va vista ogni riforma dello Stato, al di là dell’esito del referendum. E, volendo filtrare la realtà alla maniera dei costituzionalisti, non si puo’ ignorare che si e’ di fronte a una crisi evidente anche della stessa concezione della separazione dei poteri, perche’ il problema dal 1970 non e’ piu’ solo quello di far funzionare un contrappeso ad una Camera, istituendone una seconda con criteri parzialmente o totalmente diversi, il problema e’ anche quello di trovare un contrappeso reale ai nuovi poteri decentrati, senza contare che in aggiunta, negli ultimi venti anni, si è assistito all’irruzione di un ennesimo potere, quello delle istituzioni europee.
Si tratta quindi oggi di prendere atto che ci troviamo di fonte fondamentalmente a una partita a tre, Camera, Regioni e Parlamento europeo, cui diventa difficile applicare i principi del bilanciamento dei poteri alla vecchia maniera. Quindi qualcosa di inusitato va fatto, e se innovare per innovare ovviamente non serve, stare fermi sarebbe la resa della politica.

Sicuramente la gestazione della nostra Costituzione non e’ paragonabile a quella americana.
Art. 1 Cost. it.
L’Italia e` una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranita` appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
PREAMBOLO – Usa
Noi, popolo degli Stati Uniti, al fine di perfezionare la nostra Unione, garantire la giustizia, assicurare la tranquillità all’interno, provvedere alla difesa comune, promuovere il benessere generale, salvaguardare per noi e per i nostri posteri il bene della libertà, poniamo in essere questa Costituzione quale ordinamento per gli Stati Uniti d’America.
Come si vede la nostra gia’ comincia male, con un evidente compromesso, essendoci di mezzo partiti filo-sovietici. Cosa c’entra il ” lavoro ” ? Sembra incredibile … La parola chiave dovrebbe essere ” liberta’ ” come correttamente si legge in quella Usa. E la Costituzione deve garantirla, al singolo (giustizia, sicurezza) e alla nazione (difesa) come risultato di un “patto”.
Ma anche “benessere” perche’ un governo, un parlamento non puo’ puntare ad impoverire il popolo, che della Costituzione ne e’ il detentore, e in fondo perche’ la liberta’ diventa un “bene” meno prezioso se non c’e’ benessere. Una costruzione perfetta.
I primi 12 articoli della nostra sono immodificabili, gli altri no. Gli Usa procedono invece per emendamenti, XXVII dal 1787 sui VII Articoli.
Il celebre esordio “WE, THE PEOPLE of the United States” e’ straordinario per concisione ed efficacia.
La sentenza della Corte Costituzionale, su ricorso della Regione veneta, sulla riforma della PA da’ ragione a questo articolo (scritto di fretta e con uno stile che uso di rado) su dov’e’ il nodo (scorsoio) che blocca questo paese.