
Non sempre la storia è scritta dai vincitori.
Un caso opposto è quello del libro di Carlo Sama (“La caduta di un impero – 1993 Montedison, Ferruzzi, Enimont”, Editore Rizzoli) che racconta dal lato degli sconfitti la vicenda della fine della straordinaria azienda fondata da Serafino Ferruzzi, denunciando un esproprio senza scrupoli, non proletario ma capitalistico, ad opera dei pescecani del venerando Santuario Mediobanca, quello di Cuccia e Maranghi.
E, en passant, cancellando quasi del tutto l’immagine positiva di un ex vincente, Raoul Gardini, descritto molto da vicino nella sua caduta, tutta da attribuire, secondo Sama, a clamorosi errori personali, da megalomane fuori controllo.
Ce n’è abbastanza per giustificare un libro che esce quasi 35 anni dopo i fatti, che offre una lettura controcorrente di una vicenda che per pigrizia e per convenienza molti hanno ritenuto opportuno non riaprire. E quindi rendendo ancora auspicabili supplementi di indagine sulla verità vera.
Eppure, stiamo parlando di una delle più grandi realtà industriali nella storia del Paese. Il gruppo Ferfin-Montedison, secondo il comunicato stampa dei due Commissari straordinari Rossi e Bondi, gli stessi che erano entrati in scena a gamba tesa e palese disprezzo versi gli azionisti storici, ricordava ancora nel 1993 una serie di record: 1° nello zucchero, amidi, derivati, semi oleosi a livello Cee, primi a livello mondo nelle proteine di soia e nel polipropilene e nelle proteine sintetiche, 5° in Europa nel cemento e 1° in Italia nel calcestruzzo, ma anche nell’assicurazione danni.
Insomma, una serie di primati di cui i Commissari si vantavano dopo aver dato ordini perentori agli ex padroni di togliersi di mezzo.
Comprensibile il risentimento di Carlo Sama e dei suoi parenti anche se nel libro lo stesso autore seleziona gli argomenti e tiene per sé molte verità che sono rimaste sommerse, a cominciare da quella dell’Enimont, con la scusa che di essa si è detto “tutto e il contrario di tutto”, motivazione non proprio chiarificatrice su quale sia il “tutto” attendibile.
In particolare, resta inevasa la spiegazione del mai celebrato processo Enimont sostituito da una fiction tv con unico protagonista Sergio Cusani. E resta inosservato il buco temporale tra il momento Enimont e, ben due anni dopo, quello della maxitangente (“maxiballa” disse Bettino Craxi) relativa alla definizione del rapporto con ENI, con Gardini già uscito dalla Ferruzzi e non più in grado di versare o incassare alcunchè. E però con Carlo Sama rimasto solo a fronteggiare il sistema dei partiti.
Il libro diventa comunque una controlettura rispetto ad una verità consolidata nel tempo, su cui si sono esercitati scrittori e giornalisti che in genere si sono limitati a rendere omaggio, talora eccessivo, al carisma di Raoul Gardini.
C’è negli scaffali una intera biblioteca di biografie che hanno lungamente esaltato il “contadino” diventato “pirata”, simpatico e guascone, capace di portare il Moro di Venezia (regalo di Serafino ai figli) su mari sconosciuti agli italiani, novello Ulisse della “canoscenza” senza paura.
In questo libro, il carisma viene invece distrutto dal cognato Sama, ma forse ancor più dalla testimonianza della moglie di Carlo, Alessandra Ferruzzi, che scrive un’introduzione di fuoco, esasperata da una delusione cocente – l’aver concesso a Gardini una leadership familiare acritica – e dalla spietata descrizione di un uomo andato ad un certo punto fuori di testa, per mania di grandezza. Con il chiaro sospetto di un complesso nato dal confronto con la genialità del suocero fondatore di un’azienda che è stata campione di un’italianità protagonista nel mondo. E capostipite di una famiglia immensamente ricca, sostanzialmente saccheggiata dal genero per disinvoltura non perdonabile e grandi errori imprenditoriali, dopo aver sposato la primogenita e aver poi tentato la fuga in un disegno di malcelata intenzione di cancellare i meriti del passato.
Beppe Facchetti

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