In altre occasioni da queste colonne ho affermato il principio per cui tutti dovremmo farci carico della cosa pubblica, senza lasciare una delega in bianco agli occasionali governanti. Ma di fronte all’incessante e poco riflessiva onda legislativa c’è da scoraggiarsi non poco.
La Camera ha apportato un correttivo alla normativa sulle abilitazioni per professori universitari di prima e seconda fascia, che si sostanzia in quattro punti qualificanti: 1) dal prossimo febbraio gli interessati potranno fare domanda, senza che vi sia bisogno di un bando; 2) il numero minimo di pubblicazioni richieste scende da 12 a 10; 3) l’abilitazione conseguita avrà una durata di 6 anni; 4) coloro che dovessero incorrere in un esito infausto potranno “riprovarci” dopo un anno.
Così, ancora una volta, in un breve arco temporale si torna sul tema del reclutamento dei docenti universitari. Ed ancora una volta ci si torna con una scarsa visione di fondo ed una totale mancanza di attenzione a quella “meritocrazia” che, se tanto riempie le bocche dei nostri politicanti, altrettanto ampiamente resta costantemente fuori dalle loro scelte politiche, oltre che dai loro comportamenti concreti.
Dopo l’esperienza dei concorsi locali che ha letteralmente “fatto a pezzi”, culturalmente ed economicamente, un sistema universitario che, ancorché con qualche difetto, aveva tuttavia la capacità di selezionare personale mediamente capace sia sul piano scientifico sia su quello didattico, dalla legge Gelmini in poi si è perso ogni senso delle cose, scimmiottando sistemi stranieri per mezzo della creazione di strani, e del tutto, italici marchingegni.
A voler riflettere appena un poco sul tema, senza farsi prendere unicamente dalla foga di un “fare” senza costrutto, si potrebbe pensare ad un modello “istituzionale”, tipico di un’Università pubblica, tutto imperniato su serie selezioni nazionali e severe, quanto stringenti, direttive nazionali. Oppure si potrebbe pensare ad un modello “di mercato”, che si fondi del tutto sull’autonomia delle varie Università, che, come potrebbero avere la libertà di scegliere le modalità dei propri impegni didattici e scientifici, comprendenti anche diversificate modalità stipendiali, così si assumerebbero il rischio della loro stessa sopravvivenza. Oppure, ancora, si potrebbe percorrere una via di mezzo, che, partendo dall’osservazione della grande diversità tra aree scientifiche ed aree umanistiche (per modalità ed esigenze della ricerca e della didattica), adottasse un modello “di mercato” per le prime ed un modello “istituzionale” per le seconde.
In tutti questi casi la serietà ed il merito sarebbero salvaguardati: dall’incontro della domanda e dell’offerta nell’ambito del primo modello ovvero dai severi, ed istituzionali, sistemi di selezione nell’ambito del secondo modello.
Invece i nostri politicanti si sono “inventati” un sistema che non ha alcuna attenzione al merito, non potendosi certo dare credito alle affermazioni ministeriali per cui saranno premiati gli Atenei virtuosi, essendo le valutazioni che dovrebbero attribuire il patentino della virtuosità del tutto ipotetiche e fondate su criteri tanto burocratici quanto poco attendibili. Così tutto l’impianto sembra in realtà fondarsi solo su una deresponsabilizzazione del governo centrale, che scarica sugli Atenei, peraltro economicamente dissanguati, il peso di scelte locali che, come gli addetti ai lavori sanno, mai sono state fatte con lungimiranza, quantomeno per la scarsissima chiarezza e l’incerta stabilità delle coordinate nel cui ambito esse si sarebbero dovute fare.
In altre occasioni da queste colonne ho affermato il principio per cui tutti dovremmo farci carico della cosa pubblica, senza lasciare una delega in bianco agli occasionali governanti. Ma di fronte all’incessante e poco riflessiva onda legislativa c’è da scoraggiarsi non poco. Quella qui trattata è una questione molto importante, perché, se l’Università è ricerca e didattica, mi pare che sia fondamentale ciò che, con una brutta espressione, si definisce “materiale umano”. Nelle nostre Università abbiamo migliaia di giovani che vogliono studiare, dedicarsi con passione alla ricerca e all’insegnamento. Intelligenze che, pur in mancanza di stimoli, di strutture, di risorse, di un contesto emozionante che tenga viva la fiammella dell’amore per il sapere, vogliono continuare a lavorare ed a sperare. Nonostante il silenzio della c.d. Governance delle Università, nonostante i cattivi esempi dei politicanti, nonostante una nuova classe di “baronetti” locali che hanno sostituito i Maestri di un tempo.
A questi giovani dovremmo dare una risposta seria e credibile. Prima che i migliori siano ancor più di prima indotti a trovare altre strade professionali o, non volendo abbandonare la ricerca, siano costretti a trovare fortuna in Paesi stranieri.

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