
Donald Trump ha annunciato a sorpresa che gli Stati Uniti riprenderanno i negoziati sul nucleare iraniano. Seduto accanto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nello Studio Ovale, Trump ha dichiarato ai giornalisti che gli incontri inizieranno ufficialmente il prossimo fine settimana, ma ha lasciato intendere che i contatti tra le due parti sono già iniziati. “Penso che tutti siano d’accordo che fare un accordo sarebbe preferibile all’ovvio. E l’ovvio non è qualcosa in cui voglio essere coinvolto o, francamente, in cui Israele vuole essere coinvolto, se può evitarlo” ha detto, augurandosi “che i colloqui abbiano successo, e penso che sarebbe nel migliore interesse dell’Iran se avessero successo”. Ai giornalisti che lo interrogavano, il tycoon ha risposto che “se i colloqui non avranno successo, l’Iran sarà in grave pericolo, e odio dirlo, perché non può avere un’arma nucleare”. Secondo quanto riferito dal sito di informazione Axios, a guidare la delegazione statunitense sarà l’inviato speciale e amico personale del presidente Trump, Steve Witkoff. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, però, ha insistito sul fatto che i colloqui saranno “indiretti”, condotti attraverso mediatori omaniti. A quanto pare, il primo ministro israeliano Netanyahu era stato informato in anticipo dell’annuncio. Tuttavia, il fatto stesso di trovarsi nello Studio Ovale quando Trump ha annunciato la ripresa dei colloqui con Teheran è stato imbarazzante per il primo ministro che ha fortemente criticato le amministrazioni precedenti per il loro impegno nei confronti dell’Iran. Teheran e Washington non hanno più relazioni diplomatiche dirette dal 1980, anno in cui rivoluzionari islamisti assaltarono l’ambasciata americana a Teheran e tennero in ostaggio 53 diplomatici per 444 giorni.

Per Israele un rischio inaccettabile?
Qualunque sia il formato dei colloqui, diretto o indiretto, una cosa è certa: la loro posta in gioco è alta. Nonostante l’Iran affermi che il suo programma è destinato a scopi puramente civili, le ultime stime dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) sulla dotazione iraniana si attestano a circa 274 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60%. Vale a dire non troppo distante dalla soglia di purezza necessaria – il 90% – che permette la costruzione di un ordigno nucleare. Per Israele, che considera l’Iran una minaccia esistenziale, si tratta di un rischio inaccettabile. Tel Aviv, secondo diverse fonti di intelligence, starebbe valutando attacchi aerei contro i siti nucleari iraniani entro la fine del 2025. Un contesto reso persino più esplosivo dalla crescente instabilità regionale: lo scorso anno Tel Aviv e Teheran si sono lanciati una serie di attacchi reciproci, culminati nei massicci attacchi missilistici del 25 ottobre scorso che hanno inflitto danni significativi alle difese aeree iraniane. Questo, unito alla paralizzante campagna condotta da Israele nell’ultimo anno contro Hezbollah, Hamas e gli Houthi, considerati in vario modo tra i principali alleati di Teheran nella regione, e al crollo del regime di Assad in Siria, ha lasciato l’Iran nella condizione di maggior vulnerabilità militare da decenni. “La nostra difesa non è negoziabile. Come può Teheran disarmare quando Israele ha testate nucleari? Chi ci protegge se Israele o altri attaccano?”, ha detto un funzionario iraniano citato da Reuters.
Per l’Iran timori economici e di difesa?
Alle preoccupazioni per la difesa, in Iran, si aggiungono quelle economiche: entro la fine dell’anno, infatti, l’accordo sul nucleare iraniano, Jcpoa, scadrà formalmente. Anche se il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nel 2018 ne ha ridotto l’efficacia, l’intesa è rimasta in vita grazie agli sforzi diplomatici di altri firmatari, tra cui alcuni paesi europei. Quell’intesa offre a Teheran un alleggerimento delle sanzioni in cambio di limitazioni alle sue attività di arricchimento dell’uranio. Ma ora? Con l’approssimarsi della scadenza, sull’Iran aleggia lo spettro dello snapback, un meccanismo che prevede la re-imposizione immediata delle sanzioni delle Nazioni Unite eche potrebbe essere attivato dai paesi europei (Francia, Germania e Regno Unito, che formano il cosiddetto E3). Un simile scenario infliggerebbe un colpo mortale alla già barcollante economia iraniana mentre tra aumento dei prezzi dei generi alimentari, continuo indebolimento del rial e costanti interruzioni di corrente elettrica, il governo riformista di Massoud Pezeshkian fatica a gestire il malcontento popolare.
Per Trump un banco di prova?
Sebbene sia improbabile una svolta in tempi brevi, i colloqui tra Washington e Teheran suggeriscono che entrambe le parti siano interessate a capire se è possibile raggiungere un accordo. Tuttavia, la distanza tra le posizioni di partenza sembra smisurata. L’Iran ha sempre negato di voler sviluppare un’arma nucleare, ma resisterà allo smantellamento dell’intera infrastruttura nucleare, che gli garantisce una capacità di deterrenza di cui il regime degli Ayatollah non intende privarsi. Inoltre, i funzionari iraniani nutrono poca fiducia e profondi sospetti sulle reali intenzioni dell’amministrazione Usa. Trump difficilmente potrebbe accettare di meno: in passato, ha più volte liquidato come un “disastro” l’intesa firmata da Obama e Teheran un decennio fa, che imponeva restrizioni e controlli regolari attraverso ispezioni dell’Aiea alle centrifughe iraniane per prevenire la possibilità che l’Iran sviluppasse armi nucleari in segreto. Ora la sua sfida – suggerisce il New York Times – potrebbe essere quella di portare a casa più di quanto abbia fatto Obama. Con queste premesse, in un Medio Oriente in fiamme, l’incontro di sabato – ha sottolineato il ministro degli esteri iraniano Aragchi – rappresenta “tanto un’opportunità quanto una prova”.
Il commento
Di Luigi Toninelli, ISPI MENA Centre
“La presenza di Witkoff e Araghchi ai colloqui in Oman conferma che, questa volta, Washington e Teheran sembrano fare sul serio. La sola tenuta di negoziati a questo livello rappresenta, per Trump, un successo maggiore rispetto a quanto ottenuto dal suo predecessore. Tuttavia, l’esito dei colloqui di Muscat dipenderà dalle linee rosse che ciascuna parte deciderà di fissare. Posizioni massimaliste, come lo smantellamento completo del programma nucleare sul modello libico, o la richiesta di un’interruzione totale dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, sono destinate a fallire. Diverso sarà il caso in cui Washington dovesse “accontentarsi” di impedire che la Repubblica islamica ottenga un’arma nucleare. In tal caso, i colloqui potrebbero avere esiti più promettenti. Ad oggi, però, resta ancora incerto quale livello di arricchimento dell’uranio verrà consentito all’Iran e quante – e quali – sanzioni saranno revocate. La fiducia reciproca rimane bassa, ma con la scadenza delle sanzioni ONU alle porte e lo spettro dello snapback che incombe su Teheran, la via negoziale sembra essere l’unica realmente percorribile”.
Alessia De Luca
(Responsabile Ispi Daily News)

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