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NOSTOS: ritorno alla terra dei padri

Dal nostos di Ulisse alla nostalgia di Foscolo, il ritorno alla terra dei padri attraversa la cultura occidentale come desiderio di appartenenza, conoscenza e riscatto. Un tema antico che continua a interrogare anche i giovani italiani che vivono all’estero, sospesi tra radici nazionali e cittadinanza globale.

di Sergio Casprini | 6 Agosto 2026

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

del greco mar da cui vergine nacque Venere,

e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

UGO FOSCOLO A Zacinto, 1803

I Profughi di Parga Francesco Hayez

La parola greca antica nostos (νόστος) è il ritorno in patria, da cui deriva “nostalgia”, lo stato d’animo fatto di tristezza e rimpianto per la lontananza di persone care e di luoghi, come la terra natia, a cui si vorrebbe tornare.

È il sentimento che prova Ugo Foscolo nel sonetto A Zacinto, l’isola del mar Ionio in cui il poeta nacque e in cui, esule, non potrà più tornare, con la conseguenza espressa nei versi conclusivi: “a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura”.

Foscolo scelse quindi come patria d’adozione l’Italia, alla cui libertà dedicò il suo impegno intellettuale e poetico, e dopo di lui negli anni del Risorgimento anche altri artisti italiani hanno affrontato il tema del ritorno alla terra natia, come metafora della condizione di servitù dell’Italia di allora allo straniero, ma anche della sua volontà di riscatto.

Basta ricordare Giuseppe Verdi e la sua opera del 1842, il Nabucco, in cui nel terzo atto gli ebrei prigionieri in Babilonia intonano il coro, Va pensiero sull’ali dorate, oppure il dipinto del 1831 di Francesco Hayez, I profughi di Parga, in cui viene rappresentato il triste destino degli abitanti della città greca di Parga, che, costretti ad abbandonare la loro Patria, ceduta dagli inglesi all’impero ottomano nell’anno 1819, piangono la loro sorte.

L’Ulisse di Matt Damon

Nello stesso sonetto, Foscolo paragona il suo destino a quello di Ulisse, che dopo lunghe e drammatiche peregrinazioni “baciò la sua petrosa Itaca”. Nella cultura occidentale, l’Odissea si è imposta come insuperato paradigma di ogni grande avventura in cui il protagonista riesce a superare gli ostacoli che si frappongono fra lui e la sua mèta, tanto più se quest’ultima si identifica con la sua famiglia e il suo popolo. Tutto questo, però, non senza grandi sofferenze. La figura di Ulisse non rappresenta quindi solo l’attaccamento alla terra dei padri e alla famiglia, ma anche la volontà di mettere in gioco la sua vita per misurarsi con i limiti del suo essere mortale, con la tentazione costante di sfidare gli dèi, di superare le colonne d’Ercole della conoscenza, di testare i confini del mondo visibile, come si evince dalla multiforme e complessa tradizione letteraria, che da Omero arriva fino a Dante, a Pascoli e al poeta greco Kavafis. Numerose le versioni cinematografiche, tra le quali Ulisse di Mario Camerini (1954) con Kirk Douglas, le otto puntate televisive dell’Odissea (1968) diretta da Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava, che ebbe un enorme successo di pubblico, fino ad arrivare oggi al film di Chistopher Nolan con Matt Damon nei panni di Ulisse, che è attualmente nelle sale e sta suscitando un vivace confronto di opinioni

Se per l’Ulisse dell’Odissea si può prevedere una serena vecchiaia, dopo aver stipulato un accordo di pace con le famiglie dei Proci, gli altri poeti hanno arricchito il suo mito di ulteriori sviluppi. Dante ne ha fatto il simbolo della sete di conoscenza dell’uomo, che può però sconfinare (nel contesto di un poema cristiano come la Commedia) nella hybris, la perdita del senso dei propri limiti. Pascoli, invece, lo fa ripartire per ripercorre all’indietro le tappe del suo lungo e tormentoso nostos, che si rivela fonte di amara disillusione e si conclude con la sua morte nelle vicinanze dell’Isola di Calipso

È indubbia l’importanza di questo capolavoro nella storia dell’Occidente, dove hanno convissuto per secoli sia l’istanza di salvaguardare le proprie radici culturali e i confini del proprio Paese, sia la volontà di aprirsi all’altro da sé nel processo progressivo di globalizzazione, che non è solo una mera espressione di logiche mercantili e capitalistiche.

Oggi una buona parte dei giovani italiani che stanno all’estero vivono serenamente questa duplice condizione di essere cittadini italiani, ma anche cittadini del mondo, fortunatamente senza i tormenti esistenziali di Ulisse. Ne è conferma il fatto che al momento delle scadenze elettorali sentono la responsabilità civica di votare, o tornando in Italia o votando nei luoghi dove risiedono in controtendenza all’astensionismo ormai di massa di chi vive in Italia.

Sergio Casprini

Pubblicato in : Cultura ed eventi

Info Sergio Casprini

Fiorentino, è laureato in architettura. Militante nei gruppi della sinistra rivoluzionaria (Potere Operaio), nei primi anni 70 inizia l’attività di insegnamento, prima nelle scuole medie e successivamente, abilitatosi in Storia dell’Arte, nelle scuole di indirizzo artistico. Con l’insegnamento prende progressivamente coscienza del suo ruolo professionale fuori da ogni logica ideologica, per cui si allontana dalle posizioni estremistiche di sinistra degli anni giovanili e si avvicina sempre di più a posizioni liberal-democratiche. E’ tra i fondatori, negli anni 80, della Gilda degli Insegnanti, associazione che cerca di tutelare la valenza professionale dei docenti e, nel dicembre 2005, del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. E’ vicepresidente del Comitato Fiorentino per il Risorgimento, del cui sito è direttore.

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