
L’idea della “ripubblicizzazione dell’acqua” si diffonde nel dibattito della campagna elettorale. Chi la propugna sostiene di voler “tenere il bene primario alla larga dalle logiche di profitto”, “vendicare” il referendum negato sull’acqua pubblica e tenere basse le tariffe per favorire l’utenza. Sono posizioni economicamente insostenibile.
La società che gestisce da noi il servizio idrico, Publiacqua, è già pubblica, più precisamente è una società soggetta a controllo pubblico, ai sensi del Testo Unico sulle società partecipate (Dlgs 19 agosto 2016, n. 175). I comuni del territorio interessato sono indirettamente proprietari della maggioranza delle quote. Decidono il management, le cariche istituzionali e percepiscono i dividendi, con molta soddisfazione per le casse comunali. Una diversa composizione del capitale con una partecipazione pubblica totale avrebbe conseguenze sul finanziamento degli investimenti di ampliamento e manutenzione degli impianti e delle reti che sarebbe interamente a carico dei Comuni.
L’obiettivo strategico della Toscana per i prossimi anni è la reindustrializzazione, come con i colleghi Marco Buti e Stefano Casini Benvenuti, abbiamo argomentato nel Manifesto presentato l’8.9.2025 all’Isituto Universitario Europeo, sostenendo come fosse indispensabile favorire le condizioni per un nuovo sviluppo dell’industria, in calo nella nostra regione già da tempo. Tra le diverse ipotesi di policy indichiamo il rafforzamento dell’efficienza dei servizi pubblici locali. Specialmente quelli ambientali, come l’idrico e i rifiuti, sono, in sinergia, input produttivi fondamentali per le imprese nei distretti e nel territorio metropolitano, determinandone i costi di produzione e la produttività. In effetti, studi recenti per Italia, condotti da ricercatori della Banca d’Italia e del Fondo monetario Internazionale, forniscono di ciò importanti evidenze empiriche. È quindi indispensabile mantenere la fornitura dei servizi pubblici ambientali in un più generale contesto industriale, cioè servizi prodotti da imprese industriali a sua volta al servizio dell’industria, oltre che delle famiglie.
Ma come si potrebbe attuare la così detta ripubblicizzazione dell’acqua? Le concessioni alle società private affidatarie del servizio idrico hanno scadenze differenti e partecipazioni diverse. Per rendere l’acqua totalmente pubblica in tutta la Toscana si tratterrebbe di estrarre la componente idrica (anche la depurazione e le fognature?) dall’attuale assetto, per creare una o più aziende in-house. Sinceramente non si vedono i vantaggi rispetto alla organizzazione attuale in forma di multiutility a controllo pubblico. Ricordo che, ai sensi della legislazione europea, recepita, dal T.U. sui servizi a rilevanza economica (DLgs 201/2022), il ricorso alla forma in-house deve trovare una giustificazione economica da sottoporre alla verifica dell’Antitrust e dell’Autorità di regolazione. E per me sarebbe faticoso se non arduo, visti i buoni risultati dell’attuale assetto societario. Si tratta infatti di prevalentemente dimostrare che la forma in-house garantisce un volume di investimenti maggiore, dato che la struttura tariffaria è indipendente dalla forma societaria, come spiegherò.
Inoltre, sempre a termini di legge, una società in-house deve soggiacere al “controllo analogo”, cioè a vincoli operativi e decisionali che la equiparano a un ufficio delle pubbliche amministrazioni. Parliamo di vincoli sulla struttura e la gestione del personale e sulle regole di comportamento aziendale, che limiterebbero la capacità imprenditoriale così rilevante per un servizio industriale ad alta tecnologia come l’idrico. In breve, un dirigente comunale, non può fare l’imprenditore
Ma quali effetti avrebbe questa riorganizzazione sull’attuale assetto? La Multiutility aggregata in cui i soci-sindaci toscani hanno deciso di includervi il servizio idrico nell’ottobre 2024, nasce per conseguire i vantaggi dell’integrazione ambiente-energia-ciclo idrico, sotto forma di economie di varietà (minori costi comuni), di scala (minori costi unitari medi) e di dimensione finanziaria (maggiori possibilità di ricorso a finanziamenti esterni) come quelle che sono state sfruttate dai grandi player del Centro Nord come Hera e A2a. Se estraiamo l’acqua per seguire un processo inevitabile di municipalizzazione finiremo per sfavorire questa rispetto agli altri servizi. Ricordo poi che servizio fognatura e servizio trattamento dei rifiuti sono totalmente complementari entro la logica dell’economia circolare. Merita separarli?
Questa ripubblicizzazione si può fare, ma è, dal punto di vista industriale, un ritorno al passato per me economicamente ingiustificabile. Poi, vorrei capire perché riconoscere questa specificità sociale del servizio idrico rispetto al trattamento rifiuti e alla fornitura di energia? Questa distinzione può valere nei paesi in via di sviluppo, dove interi territori sono privi di acqua, ma non in un’economia industrializzata con i fontanelli per strada. Il ruolo sociale di questi servizi è garantito da noi dal sistema di regolamentazione indipendente, in Italia tra i più evoluti, che disciplina le condizioni di accesso, la qualità e la tutela ambientale.
I sostenitori della ripubblicazione ritengono che così si potrebbero contenere le tariffe che si ritiene siano particolarmente elevate in Toscana. Ora bisogna precisare che le tariffe in Italia sono regolate e definite dalla Autorità (ARERA). I principi sono fissati dalla legislazione europea come il price cap, il controllo della dinamica nel tempo, e il full cost recovery, secondo cui le tariffe devono coprire tutti i costi di produzione, variabili, operativi, fissi come i costi di finanziamento e gli ammortamenti. Non sono quindi ammesse altre forme di finanziamento che non siano ricomprese nei costi remunerati dalla tariffa. È ovvio che lo stato degli impianti e gli investimenti necessari per adeguarli incidono sul livello della tariffa. Peraltro, il Consiglio di Stato con la sentenza n.2481/2017, ha stabilito la completa legittimità e coerenza della regolamentazione nazionale con l’esito del referendum che invece aveva reso incompatibile la norma del Codice sull’ambiente che adottava il “metodo normalizzato”. Quindi non c’è referendum disatteso da “vendicare”.
Ultima questione riguarda il fatto che poichè è l’utente finale che paga le bollette, si immagina che sia il Comune ad avere nelle mani il pallino della questione. In realtà, il Comune può si applicare una differenziazione delle tariffe ma nei limiti posti dalle regole di ARERA. E l’ente di ambito, da noi l’AIT; svolge un ruolo cruciale come cinghia di trasmissione tra gli operatori, gli enti pubblici e gli utenti. È però illusorio pensare che ripubblicizzando l’acqua, come sperato dai sostenitori, si riducano le tariffe, bisognerebbe scardinare il meccanismo di regolazione e francamente mi sembra troppo.
Tornando alle elezioni si può dire che questo sia uno dei temi cruciali per misurare il tasso di riformismo dei candidati in qualunque compagine o schieramento siano collocati. Essendo un argomento tecnico e poco compreso dagli elettori potrebbe essere scambiato con qualche altro più visibile, all’interno di qualche sciagurato accordo elettorale.
Alessandro Petretto

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