Nei giorni della manifestazione delle donne musulmane di fronte al tribunale di Brescia, dove viene processato l’uomo – a chiamarlo padre qualcosa ci si rivolta dentro – che ha sgozzato Hina, colpevole solo di ritenersi in diritto di compiere delle scelte autonome, in molti mi hanno chiesto perché non scrivevo sull’argomento. Non sulla morte di Hina – lo avevo già fatto a suo tempo – ma sull’assenza clamorosa e manifesta di tutte le personalità femminili di spicco di una sinistra a parole sempre pronta a difendere le donne, ma in realtà attenta solo a difendere il proprio piccolo orticello di potere. Mi è stato anche rimproverato, e lo aggiungo per completezza di informazione, di aver in passato criticato aspramente l’onorevole Santanchè, che è stata l’unica a prendersi a cuore la vicenda di Hina, e di non spendere ora una sola parola sul suo lodevole impegno. In realtà, volevo solo aspettare qualche giorno, perché non sempre è bene scrivere a caldo su un argomento, tantopiù se questo ci tocca particolarmente; tenevo a leggere tutto il corollario di commenti, alibi, ipocriti distinguo, insomma tutto il parolume astratto che ormai sembra il solo prodotto che il nostro circo politico sia in grado di offrirci quotidianamente, prima di esprimere la mia opinione.
E’indubbio che le donne musulmane, anche in Italia, subiscano pesantissimi condizionamenti in nome di una religione che, troppo spesso, è lasciata alla libera interpretazione di personaggi che si autonominano Imam, predicano in moschee improvvisate e sostengono che il Dio del Corano concede agli uomini ogni potere e nega alle donne ogni diritto; è altrettanto indubbio che le leggi del nostro paese ed, in primis, la Costituzione, riconoscono la parità tra uomo e donna e vietano ogni forma di discriminazione o di limitazione di un diritto civile, e dunque chi vive qui deve adeguarsi alle nostre leggi, ammesso che il governo, uno qualunque, sia in grado di farle rispettare, cosa della quale negli ultimi tempi dubitiamo molto. E’persino pleonastico aggiungere che quanto è accaduto ad Hina è una tragedia dai molteplici aspetti, perché non solo ha spezzato nel modo più atroce una giovane vita, ma ha anche rivelato l’atroce realtà di famiglie dominate dal terrore, dove una madre tace fino a veder morire la figlia ed anche dopo, dove l’omertà è totale, dove non esiste altro valore se non il cieco dominio esercitato con la forza. Va dato atto all’onorevole Santanchè di essersi esposta in prima persona, laddove tutte le vestali delle ridicole ed offensive Pari Opportunità si sono squagliate – non si sa mai si rischi di dover prendere una posizione politically uncorrect – e quel che resta del movimento femminista si è scusato adducendo a pretesto una vacanza. Una vacanza che dura da una vita, a quanto pare. Ecco, in realtà, la tragedia di Hina ci fa riflettere sul nostro mondo, sul nostro paese oggi, ma soprattutto sulle donne. Dove sono le donne italiane, perché tacciono, perché non compaiono mai sulla scena se non per fare la veline a Striscia o i calendari di Max?! E come mai di questo inquietante fenomeno di assenza prolungata nessuno dimostra di preoccuparsi?! E nessuno vuol dire nemmeno la Santanchè, che ha fondato i circoli D-Donna che si chiamano così solo perché li ha voluti una signora, di rincorsa ai circoli della Brambilla, e con un programma populista dove c’è di tutto un po’, ma nulla che sia riconducibile all’interrogativo che ci siamo posti sopra. Eppure le donne ci sono, vivono le loro vite faticose, allevano i figli sempre più da sole, lavorano duramente e sono pagate meno degli uomini, subiscono un mobbing degradante di cui nessuno si occupa, si prendono cura degli anziani senza che qualcuno glielo riconosca, vengono stuprate da bestie che perlopiù restano impunite, devono sempre dimostrare di più, fare di più, per ottenere comunque di meno. Siamo arrivati ad un punto, in questo pseudo paese civile che, mentendo, si definisce laico, che la figura della donna è diventata un bersaglio costante: se divorziano sono puttane, se abortiscono sono assassine, se non fanno figli sono egoiste, se non si sposano sono socialmente inutili. Di fatto, non sono mai all’altezza. In compenso, non c’è giornale, televisione, sito che non esalti le sgallettate da calendario, quelle che ballano una sola estate, quelle che sniffano per restare magre, quelle che si vendono al miglior offerente: qualunque ragazzina è di certo convinta che le elezioni primarie siano quelle che fa la De Filippi ad Amici, se vinci vai a ballare in tv la domenica, altro che Sègolène..! E non c’è alternativa, visto che in Parlamento siedono le mogli dei burocrati e le soubrette riciclate, e nessun partito si sognerebbe mai di indire elezioni primarie autentiche, aperte a tutti, una corretta competizione che possa di nuovo far emergere anche le donne, emarginate vergognosamente da un intero sistema politico che premia solo l’appartenenza ad una lobby, non certo le qualità. Viviamo ormai da anni, anzi da almeno due generazioni, una costante diminutio della figura femminile che costituisce un grave danno non solo per le donne ma per tutto il paese. La cultura del rispetto, della reciprocità, della pari dignità umana, civile, professionale, familiare, ed il riconoscimento del diritto alla libertà individuale, sentimentale, intellettuale, senza pregiudizi di genere o religiosi a pesare come macigni, sono alla base di un tessuto sociale sano ed in grado di produrre una crescita. Tutto questo nel nostro paese è nella maggior parte dei casi espresso solo sulla carta ma in realtà è ancora un equilibrio tutto da costruire. Laddove si aggredisce o si limta la donna nel suo essere persona e nei suoi fondamentali diritti, compreso quello della partecipazione alla vita politica, non c’è civiltà, non c’è cultura, non c’è progresso, ma solo un perpetuarsi di ignoranza e prevaricazione capaci unicamente di danneggiare tutti. Uomini inclusi. Per questo, vorremmo rivedere le donne sulla scena, non per ballare sul cubo al Billionaire, ma per combattere un’amara condizione: il burka non è solo un pezzo di stoffa, è il silenzio dal quale ci siamo fatte colpevolmente avvolgere e che ci ha rese solo figure sullo sfondo, appendici decorative, cortigiane da caduta dell’impero. Ma noi siamo ancora capaci di essere altro. E se vogliamo difendere tutte le Hina che vivono nel nostro paese, dobbiamo cominciare prima di tutto dal riprenderci finalmente la nostra dignità.
Chiara Boriosi

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