
È ora di iniziare a smontare la retorica della sinistra italiana su Israele. Girovagando in rete mi sono messo a condensare tutti i “capi di accusa” che la sinistra porta come argomentazioni, quelli che qualsiasi obnubilato mentale ripete a pappagallo senza saper rispondere né argomentare. Non ci vuole molto: basta districarsi un minimo tra norme e sentenze, e lasciare la propaganda ideologica dove merita di stare, nel cesso, tirando la catena.
Cominciamo dal mantra “lo dice l’ONU”. No. A parlare è una commissione d’inchiesta del Consiglio per i Diritti Umani. Indaga, raccoglie materiale, scrive rapporti. Non è un tribunale, non emette sentenze, non rappresenta l’intero sistema ONU in modo vincolante. Spacciare “l’ONU ha deciso che è genocidio” significa confondere un atto investigativo con un verdetto.
Poi arriva la checklist della Convenzione del 1948. La lista non basta. Il genocidio in diritto regge su un punto preciso: l’intento di distruggere un gruppo in quanto tale. Senza questa prova, anche fatti atroci rientrano in altri crimini gravissimi. Non è la sommatoria dei danni a fare il genocidio, è la dimostrazione dell’intenzione di annientare un popolo.
Altro equivoco: “la Corte farà suo il rapporto”. Non funziona così. La Corte Internazionale di Giustizia valuta prove, memorie, perizie, testimonianze, poi decide. Finora non esiste alcuna sentenza che accerti un genocidio a Gaza. Esistono misure provvisorie, freni d’emergenza mentre il caso è aperto, che scattano quando il rischio è plausibile, non quando la colpa è provata. Scambiarle per condanne è un trucco da megafono.
Attenzione anche al gioco delle tre carte tra la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale. Sono binari diversi. La prima riguarda le controversie tra Stati, la seconda persegue responsabilità penali individuali. Confonderle serve a cucire una narrativa, non a capire il diritto.
Capitolo Italia. “C’è la legge sul genocidio, siete complici, ergastolo per tutti”. La legge è severa, ma non è un interruttore morale. Per applicarla a decisioni di politica estera dovresti dimostrare che chi decide agiva con la consapevolezza e l’intento di contribuire alla distruzione di un gruppo. In mezzo ci sono immunità, regole sulle esportazioni, responsabilità di governo. Urlare “complicità” fa scena, ma non fa prova.
Infine l’accusa che l’Italia continui a fornire armi per il genocidio. Realtà contro slogan. È stato annunciato lo stop a nuove licenze e la revisione di quelle pregresse. Restano discussioni su componenti, subforniture, contratti già firmati. Ma trasformare tutto questo in “rifornimenti per il genocidio” è un salto logico senza rete. Le parole pesano, soprattutto quando si evoca il reato più infamante di tutti.
Il punto è semplice. La guerra è orrore, le responsabilità sono pesanti, le vite civili vengono prima di ogni schieramento. Ma genocidio non è un cartello da corteo. È un capo d’imputazione rarissimo, che pretende la prova dell’intento di distruggere un popolo. Agitarlo come clava ideologica non salva nessuno, non libera ostaggi, non accorcia la guerra. Serve solo a polarizzare e a illudere i già convinti.
Se vogliamo stare ai fatti e non alla liturgia militante, una commissione accusa e Israele respinge, la Corte ha applicato misure cautelari ma non ha accertato il genocidio, il binario penale segue altri capi d’imputazione, in Italia esiste una cornice penale severa ma la soglia probatoria è altissima. Il resto è teatro.
E qui sta la verità scomoda. Chi abbraccia la retorica facile cade sempre nelle stesse fosse, con l’ignoranza giuridica travestita da etica lampo. Se davvero aspettano di vedere Israele sul banco degli imputati per genocidio, dovranno esercitarsi in una virtù ormai fuori moda: la pazienza. Tradotto in chiaro, parecchi benpensati dovranno arrivare all’età di Matusalemme per vederlo.
Piero Terracina

Lascia un commento