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NON LASCIAMO IL CAMPO ALLA SPECULAZIONE

Siamo ancora lontani da una “Maastricht due”. I leader dei governi devono trovare il coraggio di andare verso gli Stati Uniti d’Europa .
di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 16 Maggio 2010

Si fa presto a dire “Maastricht due”. Finora, quello che è emerso dal ping-pong tra i governi europei, dopo i due vertici del fine settimana scorso, e la Commissione Ue, dopo le reiterate e ruvide uscite di Barroso, è una pura e semplice revisione del vecchio “Patto di stabilità e crescita”, peraltro già riformato in senso restrittivo nel 2005 e contro-riformato tre anni più tardi per guadagnare un po’ di elasticità di fronte all’esplodere della crisi finanziaria mondiale. Ora, c’è riforma e riforma, ma se sono vere le indiscrezioni che circolano in queste ore circa la riscrittura del Patto – dal vincolo anche sul debito oltre che sul deficit all’azzeramento di quel margine del 3% sull’esposizione corrente per chi supera il 60% di stock (praticamente tutti), dal controllo più ferreo sui bilanci alle sanzioni per chi sgarra – non si può certo dire che si stia lavorando ad una “Maastricht due”.

La quale può essere molte cose diverse tra loro, ma certo non è pensabile si riveli semplicemente una revisione del Patto in senso contenitivo. Intanto perché quella “stupidità” di cui fu – giustamente – accusata l’euro-Bibbia non fu solo per un eccesso di vincoli alla spesa, peraltro poco rispettati, ma per la mancanza della crescita oltre che della (ormai perduta) stabilità nel mix delle politiche economiche che dovevano discendere dal Patto. E poi perché i problemi che l’attacco speculativo alla Grecia, e con essa all’euro e all’eurosistema, ha fatto emergere vanno ben al di là del puro fatto contabile, e toccano l’essenza stessa della costruzione europea, monetaria e politica.

Ma allora, quale dovrebbe essere il livello cui elevare l’impegno auto-riformatore dell’Europa? E chi dovrebbe farsene carico? Diciamo subito che ci sono solo due modi seri di fare una “Maastricht due”. Il primo, più minimale (si fa per dire), è quello di inserire nei vincoli del Patto una serie di obiettivi non solo di finanza pubblica. Per esempio, se si ritiene – come è corretto fare – che la spesa previdenziale rappresenti una voce troppo pesante dei sistemi di welfare continentali, si può inserire nel Patto una comune modalità (per esempio l’età pensionabile e l’equiparazione uomo-donna) di riforma e i tempi entro i quali realizzarla.

Con il risultato di ottenere con certezza quei risparmi di bilancio che altrimenti si è costretti a lasciare affidati a metodi indeterminati, e dunque inevitabilmente più aleatori, e nello stesso tempo di rendere più omogenee economie che, 18 anni dopo la “Maastricht uno”, sono più divergenti e disomogenee che mai. E come questa delle pensioni, ci sono molte altre voci di spesa “comuni a tutti” che potrebbero essere oggetto di analoghi interventi. C’è poi un metodo più radicale per fare una “Maastricht due”. Si tratta di prendere atto che il vero vulnus della moneta unica è quello di essere stata concepita prima e a prescindere dalla costruzione di uno stato federale, di cui l’euro avrebbe dovuto essere espressione. E, di conseguenza, di lavorare ad un’agenda che delinei le tappe di una progressiva unità politico-istituzionale dei paesi dell’euro (non dei 27, sia chiaro).

E’ chiaro che arrivare agli Stati Uniti d’Europa è cosa assai complicata, anche se la crisi che si è aperta potrebbe far emergere disponibilità – per puro stato di necessità, s’intende, ma che importa, conta il risultato – fino a ieri impensabili. Ma siccome le due strade, quella moderata e quella radicale, non sono affatto in contrasto, nulla vieta di partire con una “Maastricht due” (per la convergenza dei sistemi economici e di welfare) per poi arrivare ad una “Maastricht tre”, quella di uno stato federale sul modello degli Usa. Anzi, la prima spianerebbe la strada alla seconda.

In entrambi i casi, è ragionevole pensare che non debba essere la Commissione il soggetto investito di tale disegno strategico. Anche perché se fin dall’inizio fosse chiaro – come è auspicabile – che si va verso gli Stati Uniti d’Europa, alla Commissione verrebbe richiesto di essere il famoso tacchino che festeggia il Thanksgiving Day: not possible. Dunque, non rimangono che i governi.

O meglio, quei leader che si distinguono dagli altri perché sono veri statisti. Per esempio, uno che in questa fase ha dimostrato di esserlo è il belga Herman Von Rompuy, presidente del Consiglio Europeo, non fosse altro perché ha chiarito senza sbavature che spetta ai leader concepire la nuova governance Ue, e alle istituzioni come la Commissione applicarle. Tuttavia, lo so, la grande leadership è merce rara, che da tempo scarseggia nel Vecchio Continente. Ma non ci sono alternative: o qualcuno tira fuori le palle, o a farlo sarà di nuovo, e ben presto, la speculazione sui mercati. E sarà peggio per tutti.

Enrico Cisnetto ( da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta )

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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