Non ci sono più le classi sociali di una volta e se la politica non ne tiene conto, non deve stupirsi di risultati elettorali conseguenti. Eppure, i segnali risalgono ai tempi del primo Berlusconi. Se il PD è disorientato perché perde voti nelle periferie, accrescendoli nei quartieri altolocati, si vede che non ricorda che nel 1994, a Mirafiori, non fu eletto un rappresentante della classe operaia ma, sotto le insegne di Forza Italia, uno psichiatra che oggi analizza i moventi di assassini vari sulle reti Mediaset, e che ha rappresentato per anni le famiglie operaie Fiat in Parlamento.
La, classe operaia, un tempo compatta, si è spezzata in vari tronconi. Secondo il sociologo Antonio Schizzerotto almeno in tre parti: l’operaio cognitivo, che gestisce macchine complesse e costose, quello fordista, ancora vincolato alle catene ripetitive, e quello dei servizi alla persona o di movimentazione delle merci, il segmento in cui prevalgono gli extracomunitari. Difficile che questi tre mondi sempre più diversi riescano a trovare denominatori comuni. Più facile che in parte alimentino l’antipolitica e il rifiuto di proposte che appaiono astratte o ostili, come l’Europa e le riforme.
Ma un altro sociologo, Arnaldo Bagnasco, nel suo libro sul “cambiamento sociale”, ha analizzato lo stesso fenomeno di frantumazione e ricomposizione per quanto riguarda quello che un tempo era il ceto medio.
Un ceto chiave della modernità. Un tempo si chiamava borghesia ed ha continuato ad essere un approdo sociale gratificante almeno fino a tutto il secolo scorso, aiutato da una crescita inclusiva che sembrava inarrestabile.
Poi si è modificato profondamente dall’inizio del nuovo millennio e non è più riuscito a cavalcare gli scossoni provenienti dalla finanza e ne ha pagato il conto, fino alla perdita di interi risparmi che hanno addirittura aperto ad ex colletti bianchi i dormitori della Caritas.
La caratteristica fondamentale del ceto medio, e cioè la sua compattezza sociale, la sua equilibrata capacità di fornire una guida al sistema, è entrata in crisi. Eppure è ancora numericamente forte, circa il 40%, anche se – si badi bene – solo 10 anni fa, comprendeva il 60%.
Anche nel ceto medio, la spaccatura visibile è almeno in tre parti. La prima è quella che la crisi non l’ha sentita o addirittura ne ha tratto vantaggio. E’ il mondo legato alla media e piccola impresa capace per tempo di guardare all’innovazione e all’export. Qui la ricchezza può anche essere consistente, con una distanza sempre più netta rispetto al resto della società. La seconda è quella della piccola impresa tradizionale e dei ceti libero professionali, un tempo asse della stabilità e oggi attanagliati dal dubbio di non poter trasmettere ai figli una continuità professionale e imprenditoriale. La terza è aggrappata alla precarietà di un lavoro dipendente o autonomo non più sicuro.
E’ quest’ultimo, numericamente molto consistente, il ceto che Bagnasco definisce la ”classe ansiosa” che fa anche la fortuna di Trump in USA (basti pensare all’effetto delle migrazioni sui settori più fragili della nostra società), variante per ora provvisoria di quello che negli anni venti, al momento dell’altra grande crisi, fu oggetto del vero e proprio panico che soprattutto in Germania e in Italia produsse gli effetti politici che conosciamo.
Insomma, se li contiamo, i raggruppamenti sociali, compresi i ricchi sempre più ricchi e i censiti dall’Istat come poveri sempre più poveri, sono almeno 8 pezzi di società diversi, tendenzialmente ostili tra loro.
Un messaggio costruttivo, pacato, riformista non riesce ad arrivare a tutti nello stesso modo, per alcuni è anche irritante. E’ anche per questo che il bipolarismo inventato a tavolino dai politologi lascia il posto a combinazioni diverse e non è neppure semplicemente tripolare.
Il denominatore comune che attraversa questo panorama è la disuguaglianza, il vero fallimento della società aperta sognata da Popper. Resiste ancora la famiglia, ma non come valore, solo come riserva di welfare.
Bello vedere due giovani donne alla guida di Comuni difficili come Torino o impossibili come Roma, ma non esistono soluzioni semplici, o populiste, a questioni complesse, come quelle che hanno radici profonde nella trasformazione della società.
Speriamo che tra le cinque del simbolo, vi sia almeno una buona stella.

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