Quante volte abbiamo sentite dire che a Firenze mancava un Guazzaloca per significare che c’era la necessità di una leadership alternativa e credibile alla maggioranza apparentemente inamovibile. Lo dicevano tutti, a cominciare dalle categorie economiche, in primis gli industriali che più volte hanno affermato come l’assenza di una opposizione efficace contribuisca alla pochezza della stessa opera della maggioranza. Tutto giusto, ma i Guazzaloca non cadono dal cielo, bensì sono frutto di una elaborazione politica e programmatica da parte delle cosiddette classi dirigenti della città che, nel tempo, riescono a costruire progetti organici alternativi al potere costituito. Qui casca l’asino. Infatti manca proprio una elaborazione, anche e soprattutto culturale, da parte di categorie emergenti, anzi, mancano proprio le categorie emergenti. Il sistema sociale fiorentino è talmente ingessato che sopravvive per cooptazione. Se tale meccanismo è comprensibile per la maggioranza, non lo è per le forze di opposizione, che invece sono parte integrante del sistema. Tante volte dalle colonne di questo giornale abbiamo affermato che l’opposizione fiorentina, ma vale anche per molta parte della regione, appare pigra, ignorante e collusa. La ragione di tutto ciò risiede anche nella sostanziale accettazione dello status quo, dell’ineluttabilità del declino. Chi può se ne va, gli altri, la maggior parte, si adattano a vivere in una sorta di bozzolo apparentemente abbastanza confortevole fatto di scambi di favori, d’intrecci d’interessi trasversali, che lascia persino la possibilità del diritto di mugugno, ma non di più. Da questa situazione nascono poi le candidature grottesche come quella di Valentino, le leggi elettorali come quella per la Regione, le posizioni altalenanti sui cosiddetti grandi progetti. Se dunque il centrodestra non appare in grado di esprimere un suo Guazzaloca, per motivi speculari il centrosinistra si accontenta di avere un Domenici invece di un Cofferati. Il paragone è improponibile? Provo a spiegarmi. Negli ultimi tempi il sindaco di Bologna è sottoposto a duri attacchi da parte di settori estremi della sua maggioranza per alcune decisioni prese sia sul fronte del trattamento economico dei dipendenti comunali, sia su quello del rispetto dell’ordine pubblico e del decoro della città. Un simile comportamento mi pare frutto non soltanto delle caratteristiche personali di Cofferati, ma anche e soprattutto del fatto che la sua elezione è avvenuta dopo un quinquennio di opposizione, il che costringe in qualche modo il vincitore a tenere conto di esigenze generali, perché cosciente che il corpo elettorale potrebbe punire di nuovo comportamenti troppo ideologici. A Firenze non è così. Il senso di onnipotenza e impunità che caratterizza il sindaco e la sua giunta non è dovuto solamente al carattere dell’individuo, che peraltro ci mette ben del suo. Se si esclude appunto il diritto di mugugno, il governo fiorentino sa bene che niente gli può accadere. Il rave party distrugge mezze Cascine? Mostre e fiere progressivamente se ne vanno? L’aeroporto di Peretola rimane perennemente in mezzo al guado? L’occupazione nell’industria è in caduta verticale? Sono tutte bazzecole, superabili con un paio di repliche offese e magari con la convocazione di tavoli di concertazione dove, vedrete, alla fine qualcosina uscirà fuori per quasi tutti, e pazienza per quel quasi, che vuol indicare chi non la merita.
Pio Borri Fonte L’Opinione

Lascia un commento