Sono fatta di immagini e parole.
Narratrice patologica di storie, mi insinuo nei pensieri dei più senza lasciare traccia visibile.
Sono terribilmente esibizionista; il mio obiettivo è quello di stare sempre al centro dell’attenzione. A tale scopo mi manifesto attraverso un flusso ininterrotto di suoni e figure. Perciò anche quando i miei discorsi sono fragili come fili d’aquilone, comincio ad urlare.
Per sopportare il peso grave del silenzio.
L’apparenza è la mia migliore mercanzia: mi diletto, nel gioco di immagini che provoco, a confondere la realtà con la sua rappresentazione, a trasformare i momenti di noia in eventi sensazionali.
Sono la medicina contro il vuoto dell’ordinario.
(L’effetto collaterale è la congestione comunicativa).
Nell’incertezza del domani consumo tutto. Velocemente.
Sono la colonna sonora della litania del quotidiano, la passione senza amore.
Per me, esiste soltanto il presente. Il mio futuro sono i prossimi tre minuti.
Così dispenso e vivo di emozioni seriali. Infinitamente ripetibili.
Tutte. Rigorosamente. Uguali.
Sono l’equivoco e la morale.
La visione che consuma gli occhi.
L’invadenza mascherata da innocenza.
Non parlo quasi mai di me, piuttosto amo dire della vita degli altri. Così, per uno strano bisogno, subdolo e perverso, di comunità.
Ho una convinzione: che il vuoto crea stabilità. Per questo alla mia corte gli ospiti più graditi sono quelli che discutono di cose semplici e banali. Meglio se condite con un’abbondante dose di dolore.
Invento ad arte paure ancestrali tentando di tenere a bada gli animi ribelli, un po’ per pigrizia, un po’ per furbizia!
Sono il ritmo frenetico che nasconde la stasi, la parola che addormenta l’insurrezione del pensiero, la confusione che impedisce la reazione.
Sono onnipresente, eppure il mio destino è quello di perdermi nell’oblio degli sguardi che catturo.
Sono io,
La televisione.
Lidia Tagnesi

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