
Ammettendo che la scuola italiana serva effettivamente a qualcosa, di certo non serve a prevenire la criminalità. Questa scomoda verità va tirata fuori oggi per la banale ragione che qualcuno, ogni volta che si cerca di rendere meno ridicola la parte giudiziaria della lotta al crimine minorile, prova a sostituire il carcere con l’aula scolastica. Il che la dice molto lunga sull’idea che questi fini pensatori hanno dell’istituzione scolastica. D’altronde, se sei un martello succedono due cose: ti manca disperatamente la falce e vedi tutto come un chiodo. Delinqui? Devi essere mandato a scuola. Sei straniero e vuoi diventare italiano? A scuola questa cosa succederà naturalmente. La pensi diversamente da me? Sei un fascista ignorante, dovresti tornare a scuola!
E che succede a scuola? Si trova un milione di persone che, storicamente, ha sempre scelto una parte politica. Se togli loro i giovani, da una parte invadi un universo chiuso custodito da guardiani gelosi, dall’altra gli impedisci di replicarsi. Per questo è uno storico errore collegare devianza giovanile e abbandono scolastico. Non è che chi lascia la scuola, privato della salvifica influenza dei compagni professori, diventa criminale. È che chi deve vivere di cose vere, pratiche e da cui dipende davvero la tua scalata sociale in classe non trova nulla.
Non è una novità, ma anche qui tocca ripeterlo: l’idea del prof. Barbero che la scuola possa far perdere 12 anni alla gente senza preoccuparsi di cosa se ne faranno di quelle nozioni i virgulti funziona solo dove quei dodici anni non sono così essenziali. Negli ambienti difficili, dove solo i “grandi” possono avere un futuro non hai dodici anni per studiare Dante. E se i professionali ti insegnano su macchinari preunitari, pure quelli sono inutili. Molti manco arrivano a vederli. A dodici anni scelgono la scuola della strada. Condannandosi ad una irrilevanza sociale drammatica. Ma no, noi la scuola non la tocchiamo mica. Ci mancherebbe che la rendiamo utile.
Vista la situazione, la repressione è l’unica soluzione. Lo sanno le vittime dei maranza milanesi, cresciuti in una terra ricca di opportunità, con scuole di livello europeo. E finiti lo stesso a spacciare fumo e ricettare merci. O a girare video Trap rapendosi, minacciandosi e picchiandosi in cambio di like e applausi. A cosa dovrebbe servire rimandare tra i banchi questa gente? La scuola dell’inclusione, della lotta al bullismo, del politicamente corretto a questi giovani non solo non ha nulla da dare, ma non ha nulla da dire.
La galera è una sconfitta collettiva? Forse. Ma di sicuro la sconfitta della collettività non la può pagare, magari con la vita, l’innocente tirato dentro il conflitto tra bande. Ben venga, quindi, la repressione. Purché sia chiaro che, se la scuola fallisce così male, prima o poi qualcuno dovrà risponderne.
Luca Rampazzo

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