
(fonte Quirinale.it)
A oltre una settimana dal golpe militare a Niamey, capeggiato dal generale Abdourahmane “Omar” Tchiani, autoproclamatosi nuovo Capo dello Stato, la situazione in Niger è ancora di estrema incertezza.
Al momento, a parte l’appello allarmante lanciato qualche giorno fa dal deposto presidente, Mohamed Bazoum, sull’intero Sahel potenzialmente «sotto l’influenza del Cremlino attraverso il gruppo Wagner» con anche il permanente pericolo dei fanatici jihadisti, rilanciato a livello internazionale attraverso il Washington Post, è poi anche imprecisata la sorte dei membri, apparentemente incolumi, del suo governo, dopo il precipitare della situazione politica con il putsch dello scorso 28 luglio. La Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas/Cedeao) da Abuja nella sua riunione di emergenza del 30 luglio, e similmente l’Unione Africana, aveva inizialmente concesso sette giorni ai militari del neonato “Consiglio nazionale per la salvaguardia della Patria del Niger” (Cnsp) per tornare nelle loro caserme, minacciando un intervento armato dei suoi 13 (originariamente 15 per via degli Stati sospesi per i cambi di regime, Ndr) paesi associati, e varando l’immediata interruzione delle forniture energetiche, elettriche e petrolifere, con anche il blocco delle relazioni economico-commerciali.
Questa sorta di ultimatum, scaduto domenica 6 a mezzanotte, non ha al momento avuto esito. Infatti, l’organizzazione, con il suo presidente di turno, il capo dello Stato nigeriano, Bola Tinubu, ha di fatto rinviato ogni decisione a una nuova riunione straordinaria dell’Eecowas, prevista sempre a Abuja il prossimo 10 agosto.Pur accompagnando preventivamente queste misure con un iniziale tentativo di mediazione del presidente ciadiano e altre azioni per via diplomatica, il presidente golpista aveva risolutamente respinto ai mittenti tale imposizione. La delegazione per le trattative inviata nei giorni scorsi a Niamey, in effetti, non è stata ricevuta al massimo livello ed i colloqui non avevano portato alcuna novità.
Tchiani, invece, continua ad esibire la piena solidarietà assicuratagli dagli omologhi vertici politico-militari dei vicini Mali, Burkina Faso e Guinea, peraltro anch’essi leader frutto di recenti colpi di Stato, e pronunciatisi contro un’eventuale azione armata dell’Ecowas.
Il nuovo leader nigerino, intanto, con un annuncio televisivo, ha nominato proprio ieri un nuovo Primo ministro. Si tratta dell’economista ed ex ministro delle Finanze Mahamane Lamine Zeine, in passato capo di gabinetto dell’ex presidente Mamadou Tandja, avversario del partito del suo successore alla guida del paese, Bazoum.
I rapporti con la ex potenza coloniale
Il nuovo uomo forte di Niamey ha, sin dal primo momento, imputato di incapacità sul fronte economico e, soprattutto, della sicurezza nazionale l’ex presidente, accusando poi la Francia di gravi interferenze negli affari interni nigerini, e interrompendo anzi quasi immediatamente dopo il golpe le emissioni in loco di Radio France Internationale e della televisione France24. Tchiani ha però del tutto disapprovato la mossa di Parigi di riportare immediatamente nell’Esagono i suoi concittadini, avendo garantito ufficialmente all’Eliseo che nulla sarebbe accaduto ai francesi, civili e militari, presenti sul territorio nigerino. L’ex potenza coloniale ha nel paese africano non solo rilevantissimi interessi economici, ma anche un significativo contingente militare di oltre 1.000 soldati, dislocato nel quadro della lotta anti terroristica regionale contro gli estremisti islamici dell’Isis e per la stabilizzazione dell’area. A Niamey è, infatti, attiva la missione europea di partenariato militare dell’Ue, EUMPM-Niger.
Ma venerdì 5, un colpo di scena: oltre a richiamare in patria gli ambasciatori nigerini da Francia, Stati Uniti, Nigeria e Togo, il nuovo potere ha improvvisamente denunciato tutti gli accordi di cooperazione nel campo della sicurezza e della difesa stipulati con Parigi. Niamey, in aggiunta, dinanzi all’incertezza dell’eventuale intervento armato straniero, ma senza adottare particolari misure o provvedere a movimenti di truppe per la difesa dei palazzi del potere, ha però chiuso ieri lo spazio aereo e l’aeroporto della capitale “fino a nuovo ordine”. Air France, in risposta, ha bloccato fino all’11 agosto i collegamenti con il paese ed anche con le capitali “vicine” ai golpisti, del Mali e Burkina Faso, Bamako e Ouagadougou.Un aggravamento delle già tese relazioni con l’Eliseo non imprevisto, ma assai repentino. Una mossa radicale preventiva, dettata dal reagire alle idee, non solo ventilate, fatte circolare anche sulla stampa da alcuni settori francesi, di intervenire direttamente con le armi a Niamey per reinsediarvi Bazoum. Peraltro il Niger indipendente ha conosciuto periodicamente una serie di colpi di Stato che non lo rendono un esempio di stabilità.
Niger – Italia e il quadro complessivo
Un intervento parigino a Niamey, al momento soltanto ipotizzato, sarebbe discutibile e alquanto azzardato, secondo l’opinione del generale italiano Giuseppe Morabito (board NATO Defense College Foundation) che predilige una «intensa azione diplomatica in questa fascia “belt del Sahel”, evitando quella che apparirebbe ancora una volta, e specialmente agli occhi della popolazione più semplice, una nuova azione militare dei “bianchi ex colonizzatori” contro la dirigenza locale». Mentre per i nostri militari dislocati in Niger, in caso di aggravamento della crisi interna nigerina, sarebbero da adottare «opportune misure di autoprotezione».
L’Italia è, infatti, anch’essa presente nel paese africano, ma con forze numericamente inferiori dei francesi, solitamente sui 500 uomini e oggi attorno ai 250, con la missione bilaterale di supporto Italia-Niger, MISIN, che vede anche la partecipazione di Mauritania, Nigeria e Benin, sotto il comando del generale italiano Nadir Ruzzon. Roma, attraverso il vice premier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha, da parte sua, espresso immediato sostegno al presidente deposto e auspicato una soluzione pacifica per un ritorno alla normalità costituzionale. Intanto, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha rassicurato anche gli ambienti politici italiani e non solo, rendendo noto ieri che vi sono stati dei colloqui tra esponenti governativi e rappresentanti del nostro contingente tricolore in cui «è emersa chiaramente la non ostilità verso i militari italiani presenti da parte del Cnsp». Peraltro, il coup d’état a Niamey, ricca di risorse, in primis uranio, gas e oro, è avvenuto in coincidenza della festa dell’indipendenza nazionale. Così il 3 agosto scorso, manifestazioni popolari di sostegno al nuovo regime, di segno nazionalista e con anche esultanti alcuni simpatizzanti delle ex opposizioni, sconfitte ai due turni delle Parlamentari e Presidenziali del 2020-21, si sono alternate alle proteste dei militanti pro Bazoum e del suo Partito per la Democrazia e il Socialismo, di ispirazione e affiliazione social democratica e di netto orientamento filo occidentale.
Ma non è stata soltanto l’apparizione e lo sventolio tra i primi di qualche bandiera russa a destare preoccupazione nelle cancellerie europee e a Washington, pur avendo Mosca non appoggiato ufficialmente il cambio di regime del Niger. In effetti, un’area saheliana con sostanziali simpatie moscovite è molto più di un’ipotesi, come ha denunciato il deposto leader progressista filo europeo. A Bazoum, però, non sotterraneamente viene imputata la posizione dialogante, rappresentata addirittura come arrendevole verso l’Occidente, ma detestata in diversi settori sociali e anche delle giovani generazioni, unitamente al comportamento non cristallino nella fase successiva alla contesa elettorale per la presidenza. Infatti, pur organizzate democraticamente, quelle elezioni avevano avuto uno svolgimento non solo non del tutto quieto, ma con anzi numerosi tumulti e contestazioni del risultato, anche in chiave giudiziale, da parte dei perdenti, con la delusione sfociata in ripetute proteste di piazza dei supporter dei candidati alla massima carica statale, a partire dall’ex presidente Mahamane Ousmane.
Gli altri attori in campo, gli Stati Uniti e Ue
Gli Stati Uniti, pur sostenendo il destituito presidente Bazoum, non hanno sospeso gli ingenti aiuti finanziari ammontanti a molte centinaia di migliaia di dollari, e mantengono aperta la rappresentanza diplomatica a Niamey, pur riducendo lievemente il personale, senza far partire però i civili americani in loco. E soprattutto dichiarando di non variare alcunché nel numero degli uomini presenti nelle loro basi nigerine – anche loro attorno ai 1.000 – e sempre auspicando, attraverso le dichiarazioni del Presidente, Joe Biden, e del Segretario di Stato, Antony Blinken, una «soluzione diplomatica». Ieri, peraltro la Sottosegretaria di Stato, Victoria Nuland, ha fatto sapere di essere stata a Niamey per incontrare i nuovi leader golpisti con i quali ha avuto dei colloqui «franchi e difficili» sul ritorno a un normale ordine democratico. Nuland ha aggiunto che non ha rilevato disponibilità in tal senso, lasciando intendere che la discussione sia stata puramente interlocutoria, e anche rendendo noto di non aver potuto incontrare il deposto presidente.
L’Unione europea, intanto, come altri Paesi del Vecchio Continente, e anche attraverso la Rappresentante speciale per il Sahel, la ex vice ministro degli Esteri italiana, Emanuela Claudia Del Re, ha auspicato le necessità di una via diplomatica, valutando positivamente il rinvio dell’Ecowas di qualsiasi decisione sull’eventuale intervento militare. Aveva destato preoccupazione, invece, nei giorni scorsi che il Senegal, su richiesta dell’Ecowas, si fosse detto disponibile a un intervento contro l’ex capo della Guardia presidenziale e il suo esecutivo. Infatti, Dakar, una delle capitali di rilievo del Continente, che in precedenza è già intervenuta in altre crisi locali, si era esposta in tal modo apertamente contro Tchani e per un ritorno di Niamey allo status quo ante 28 luglio, così come la Nigeria guidata dal presidente Bola Tinubu. La situazione è, quindi, a tutt’oggi, in divenire.
(da “Avanti Online”)

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