
Cerchiamo di essere onesti e diciamo le cose per come stanno nella realtà: c’è una buona dose di ipocrisia nel rapporto tra l’Europa e Benjamin Netanyahu. Lo si critica, lo si accusa, lo si mette sul banco degli imputati politico e morale, ma nello stesso tempo si beneficia della sua determinazione. Perché mentre nei salotti europei si discute di formule diplomatiche, proporzionalità e dichiarazioni accuratamente calibrate, Israele combatte materialmente contro Hamas, Hezbollah e l’apparato iraniano che per decenni ha finanziato, armato e sostenuto una vasta rete di organizzazioni islamiste radicali. L’Europa può permettersi molte delle sue raffinatezze diplomatiche anche perché qualcun altro, molto più vicino al fronte, fa il lavoro sporco che nessuno vuole intestarsi.
La contraddizione europea sta tutta qui. L’Unione riconosce la pericolosità delle organizzazioni jihadiste, condanna gli attacchi contro Israele e chiede il disarmo delle milizie, ma quando Israele reagisce pretende di giudicare una guerra combattuta a poche centinaia di metri dalle case israeliane come se fosse un’esercitazione militare svolta in condizioni ideali.
Non funziona così. Israele è in guerra. Non affronta un esercito convenzionale schierato ordinatamente dall’altra parte di una frontiera, con caserme, uniformi, aeroporti e divisioni facilmente identificabili. Affronta organizzazioni armate che operano dentro il tessuto urbano, utilizzano tunnel, abitazioni, infrastrutture civili e la stessa popolazione come protezione, rendendo il campo di battaglia uno dei più difficili e terribili possibili.
Ed è proprio qui che molte critiche rivolte a Netanyahu diventano troppo comode. Ogni governo può essere criticato e ogni operazione militare può essere discussa, ma esiste una differenza enorme tra contestare singole decisioni e fingere che Israele disponga di una soluzione militare pulita, indolore e priva di vittime civili contro un nemico che combatte mescolandosi alla popolazione. Quella soluzione semplicemente non esiste.
Quando un Paese è costretto a combattere per la propria sopravvivenza, non dispone del lusso dell’immobilismo. Israele non può aspettare che Hamas si riorganizzi, che Hezbollah ricostruisca il proprio arsenale o che Teheran rimetta insieme la propria rete di proxy soltanto perché la reazione israeliana disturba le coscienze europee. Per Gerusalemme una valutazione sbagliata non significa perdere qualche punto nei sondaggi. Può significare ritrovarsi davanti a un altro 7 ottobre.
È questo che Netanyahu ha compreso e che gran parte dell’Europa evita accuratamente di dire. Israele non combatte per proteggere l’Europa. Combatte per se stesso. Ma ogni struttura militare jihadista distrutta, ogni rete di finanziamento indebolita, ogni arsenale sottratto a Hezbollah e ogni riduzione della capacità iraniana di proiettare potenza attraverso i propri alleati riduce anche una parte dell’instabilità che inevitabilmente finisce per raggiungere il Mediterraneo e l’Europa. E l’Europa lo sa benissimo.
Sa che un Medio Oriente destabilizzato significa terrorismo, crisi energetiche, nuove pressioni migratorie, radicalizzazione, tensioni sociali e miliardi da spendere per la sicurezza interna. Sa che un Iran capace di esercitare una pressione crescente attraverso Hezbollah, Hamas e altre milizie rappresenterebbe una minaccia molto più grave. Sa anche che l’espansione dell’islamismo radicale non si ferma alle frontiere europee.
Ma può permettersi di non dirlo apertamente, perché Netanyahu si assume il costo politico, militare e personale di una strategia che molti governi europei, nei fatti, preferiscono vedere portata avanti da altri.
Così nasce il paradosso. Nei palazzi europei si condanna Netanyahu, mentre sotto quelle condanne si nasconde una realtà molto meno elegante: una parte degli interessi strategici europei viene protetta proprio dalla determinazione che pubblicamente viene rimproverata al primo ministro israeliano.
Netanyahu può essere duro, controverso, divisivo e politicamente spietato. Non è necessario trasformarlo in un santo per riconoscere ciò che sta facendo. La storia non giudica i leader sulla simpatia che raccolgono nei salotti, ma sulle decisioni che prendono quando il proprio Paese è con le spalle al muro.
L’Europa può continuare a impartire lezioni da qualche migliaio di chilometri di distanza. Israele quella distanza non ce l’ha. Ha Hamas davanti, Hezbollah al confine, l’Iran dietro la propria rete di proxy e una popolazione che ha già scoperto il 7 ottobre quanto possa costare un solo errore di valutazione.
Per questo, prima di processare Netanyahu ogni mattina, l’Europa dovrebbe almeno riconoscergli ciò che gli deve: aver deciso di affrontare un problema che molti governi europei preferiscono commentare, amministrare e possibilmente lasciare al prossimo esecutivo.
È molto più semplice condannare l’uomo che tiene il muro che domandarsi cosa accadrebbe se quel muro cadesse.
Piero Terracina

Grazie Piero per questa lucidissima analisi che rende almeno un pò di giustizia ad un uomo, Netanyahu, con un carico di responsabilità enorme.