
Il rifiuto di Netanyahu alla proposta americana non è soltanto l’ennesimo attrito tra Gerusalemme e Washington. È il segnale di una differenza strategica profonda.
Trump vorrebbe, senza riuscirci, chiudere le guerre, stabilizzare il Medio Oriente, mettere in sicurezza le rotte commerciali e petrolifere e riportare l’Iran dentro una logica negoziale. Dal punto di vista americano è logicamente comprensibile: Hormuz, energia, commercio e stabilità regionale hanno un peso enorme.
Ma per Israele il problema è completamente diverso.
Washington può ancora considerare il regime degli ayatollah un interlocutore. Israele no, perché da decenni quel regime finanzia, arma e sostiene Hamas, Hezbollah, Houthi e altre organizzazioni che hanno fatto della guerra contro Israele una strategia permanente.
Netanyahu ha capito perfettamente che un accordo che lasci intatta questa struttura non chiude nulla. Congela soltanto il conflitto fino alla prossima crisi.
Per Trump l’Iran è soprattutto un problema geopolitico ed economico. Per Israele è una questione di sopravvivenza.
È per questo che Netanyahu insiste sul disarmo effettivo di Hamas e guarda con diffidenza a qualsiasi accordo che permetta a Teheran e ai suoi proxy di riorganizzarsi.
Si può discutere Netanyahu quanto si vuole, ma su questo punto la sua posizione ha una logica difficilmente contestabile: finché il regime iraniano conserverà la capacità di finanziare e ricostruire la propria rete militare attorno a Israele, ogni pace rischierà di essere soltanto una tregua.
Trump vuole fermare la guerra. Netanyahu vuole impedire che ricominci.
La differenza è tutta lì.
Piero Terracina

Lascia un commento