La spallata non c’è stata. All’ultimo momento i diniani e il duo Bordon Manzione hanno preferito, si è detto “per senso di responsabilità”, non far mancare il loro sostegno a Prodi. Che la prospettiva di una caduta del governo fosse qualcosa di più di una speranza si è avuta nello stesso momento in cui l’Esecutivo superava la prova. Dini ha detto che il suo voto, favorevole, era praticamente l’ultimo, se la maggioranza non cambiava passo. Una sfiducia a tempo insomma sulla quale si è subito acceso un forte dibattito politico. Alcuni hanno voluto vedere nella mossa l’attesa di un posto di ministro nel prossimo rimpasto di governo che secondo molte voci si dovrebbe avere a gennaio, altri invece hanno imputato la decisione dell’ex presidente del consiglio all’insistenza con cui Berlusconi ha preannunciato la caduta di Prodi, quasi a sottolineare come fosse intercorsa un’intesa fra opposizione e parte della maggioranza. In mancanza di prove, tutte le ipotesi sono valide. Da alcuni indizi però, alcuni pensano, e noi fra questi, che a sostegno del governo si siano mossi i soliti noti, vale a dire banche e potere economico e finanziario. Sarebbero loro ad aver convinto Dini a fare, almeno per ora, marcia indietro. Del resto basta vedere l’atteggiamento del Corriere della sera negli ultimi mesi. Il giornale di Mieli, visto lo stato di salute del Paese e le contraddizioni della maggioranza, aveva iniziato ad attaccare il governo. Il culmine fu rappresentato dall’intervento del direttore ad un convegno di Confindustria. Senza mezzi termini Mieli disse che senza un salto di qualità nell’azione di governo era meglio tornare alle elezioni. Bazoli, il potente patron di Intesa San Paolo, notificò al Corriere il suo disappunto e da allora, come per incanto, critiche e puntualizzazioni sono quasi sparite dal giornale di via Solferino. Si potrebbe obiettare che non si vede quale sia l’interesse di questi signori alla sopravvivenza dell’esecutivo. Del resto quasi tutti i giorni commentatori di destra e di sinistra sottolineano come il governo sia ostaggio della sinistra radicale. Che i massimalisti si siano improvvisamente alleati con i padroni? Può sembrare strano ma in parte è proprio così. Non si tratta è ovvio di un’alleanza di tipo classico, si tratta più semplicemente della vecchia abitudine di parte delle classi dirigenti di sfruttare a proprio vantaggio posizioni politiche del tutto antitetiche. E’ già successo nella legislatura 1996-2001, guarda caso ancora una volta con il centro sinistra al governo. Allora c’era l’ondata di moralismo scatenatasi nel Paese dopo tangentopoli. Le privatizzazioni sembravano essere l’unico modo per impedire alla politica di non travalicare il proprio ruolo. Ed in parte era anche vero, solo che, consapevolmente o inconsapevolmente, si fecero delle privatizzazioni molto affrettate e così i grandi gruppi economici acquistarono a prezzi di saldo pezzi importanti di aziende ancora in mano pubblica. Oggi, per motivi diversi, si sta ripetendo lo stesso scenario. Grazie ad un governo immobile e bloccato sulla strada delle liberalizzazioni, grazie ai veti ideologici della sinistra radicale, il grande capitale, soprattutto finanziario, sta realizzando profitti mai visti. Rispetto a pochissimi anni addietro, è dimezzato il potere d’acquisto di salari e stipendi, mentre sono letteralmente raddoppiate le rendite finanziarie. False privatizzazioni, assenza di liberalizzazioni, mancanza di vera concorrenza sono tutti fattori che impediscono ai piccoli di crescere e prosperare sia direttamente, come opportunità di lavoro, sia indirettamente come risparmi realizzati nell’accesso ai servizi. I sindacati non l’hanno ancora capito ma i grandi industriali e finanzieri si, e agiscono di conseguenza.
Giancarlo Magni

Lascia un commento