Immediatamente subito dopo la prima guerra mondiale ero un piccolo bambino che frequentava le prime classi della scuola elementare. La guerra, e tutto ciò che la comprende: paure, odio, sangue e tante, tante, macerie, provocate dai numerosi bombardamenti aerei, avevano impoverito gli animi, oltre all’economia, che, però, riprendeva piano, piano, a ricostruire nuove certezze.
In quel tempo veniva spesso a trovarci la cognata di mia madre, il cui marito era stato tra i primi caduti al fronte austro ungarico, nel maggio del 1915, la quale, da donna pratica e svelta, veniva dalla campagna a trovare un figlio, la nuora e i nipotini, che abitavano accanto a noi, in città, ma che non avevano il posto per ospitarla.
La zia Marianna aveva i capelli bianchi, lunghi, raccolti in una crocchia, gonfia e voluminosa, che curava con scrupolo, per mantenere il bel viso, rugoso e fiero, in armonia con tutto il resto del massiccio corpo, avvolto in una veste grigio scuro, abbottonata davanti, dal bavero scolastico.
Sopra la veste, sul davanti, portava sempre un ampio grembiule, quasi sempre a quadrettoni bianchi e grigi, lungo fino alle caviglie. Ai piedi portava, in casa, delle comode pantofole di panno, ed i piedi erano avvolti in spesse calze di lana, anch’esse scure.
Se l’aspetto pareva di donna lugubre, del genere vecchia vedova di guerra, il resto della persona rivelava la contadina forte, dal carattere duro, e dal sorriso materno e bonario.
La ricordo e la segnalo per un episodio che ci vide protagonisti: eravamo in casa….. io giocavo e fingevo di essere un soldato, essendomi procurato, con l’aiuto di mio padre, un fucilino di legno.
Volevo fare una bandiera e cercavo nei cassetti della cucina un panno da adibire a tale arnese, come avevo visto fare ad un portabandiera dell’esercito inglese, durante una parata militare, che passava dalla strada in cui abitavamo.
Naturalmente mia madre si dimostrò contrariata ed ostacolava questo mio desiderio. Neanche le lacrime riuscivano a dare soddisfazione a questo mio capriccio. Quando zia Marianna intervenne, prendendomi da parte, così allontanandomi dai rimbrotti materni, mi prese tra le braccia e mi portò nell’orto che avevamo dietro casa.
Mi fece sedere sulla panchina di legno che mio padre aveva costruito. “ Vedi, Renato” mi disse, curvandosi verso terra, “ tu vuoi una cosa che non puoi avere e sei arrabbiato, perché il mondo dei grandi non sa darti soddisfazione; crescerai, e ti renderai conto, sempre di più, che ciò che si desidera non sempre si ottiene. Guarda – disse prendendo un po’ di terra – se questo mondo non ti piace, puoi fartelo da te. Prese un po’ d’acqua e bagnò la terra, su questa infilò qualche piccolo sasso, che era a portata di mano, e alcuni ciuffi d’erba.”
“ Ecco fatto, Renato, o ti adegui alle regole di questo mondo, anche a quelle che non ti piacciono, o fai come ho fatto io ………..ti costruisci un mondo personale.”
La filosofia popolare di Zia Marianna si adatta in modo perfetto alla manifestazione generale di non ingerenza dei benpensanti, i quali, sotto ogni latitudine “tirano quattro paghe per il lesso”, come disse il poeta toscano, durante gli ultimi giorni del governo lorenese di Firenze.
Una bimba di quindici anni che termina la propria vita nell’ambito della propria famiglia; un’altra che sparisce lasciando nello sgomento un’intera comunità paesana, l’ennesimo giovane soldato italiano che immola la propria vita nel compimento del dovere, un sasso di quattordici chili che precipita da una montagna e uccide un turista che transita a bordo della sua vettura e conversa amabilmente con la moglie, un pezzo di diga che crolla, riversando a valle milioni di litri d’acqua del bacino, terrorizzando centinaia di valligiani, la neve che cade fitta per ore e che blocca le strade e la ferrovia, obbligando migliaia di pendolari a stare fuori di casa per decine di ore. Questo è lo spettacolo offerto nello scorcio dell’ultimo 2010.
Il benpensante trema, impaurito, e, piccolo, piccolo, non trova altra soluzione che alzare gli occhi al cielo e pregare quel Dio, onnipotente ed eterno, capace solo lui di rimettere le cose a posto.
Ho da sempre ritenuto molto difficile, e, se accaduto, molto casuale, che l’osannato Onnipotente si occupasse delle cose degli uomini e da Zia Marianna ho tratto esempio ogni qual volta ho ritenuto utile “ costruire un mondo tutto mio”.
Nella crescita, da bambino a giovanotto, poi da uomo, marito e padre tante svelte riflessioni, in numerose occasioni, mi rendevano edotto che, oltre al nido da me costruito, c’era il mondo, quello vero e grande, multifunzionale e multiuso, multietnico e multimediale, con il quale bisognava fare i conti.
In seguito a questa esigenza, la fantasia della quale sono dotato, unita alla razionalità e alla preparazione culturale, ha fatto maturare in me la scelta ideologica della quale sono ancora pervaso, e che si riassume nella piena adesione agli insegnamenti mazziniani e repubblicani.
Sono maturato in un vero e proprio clima di conciliazioni, di compromessi, di rinunce, anche, ma non quelle fondamentali, nel lavoro, nella famiglia e nella società.
Attualmente dico, quando sono coinvolto a dire la mia in questioni di politica, che da almeno tre lustri non mi reco a votare, e che io non appartengo alle fazioni attualmente in voga; non sono ne di questa destra, ne di questo centro, tanto meno di questa sinistra, e taglio corto.
Come faccio a spiegare che ho letto il libro scritto da Melchiorre Gioia sul finire del settecento: “Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità degli italiani”?
Come potranno capirmi coloro i quali, in questa epoca berlusconiana del “Grande Fratello” e de “L’isola dei famosi”, dei tronisti e delle veline, vivono e prosperano, se racconto loro della Repubblica Romana, dei “Doveri dell’Uomo”, del concetto economico “ Capitale e lavoro nelle stesse mani”.?
Non sono concetti obsoleti, grandio! Non lo sono affatto.
Sono solo concetti diversi dalle fondamentali teorie insegnate dai preti e dai professori marxisti; e sono linee guida profondamente differenti dai soggettisti di Mediaset e di Rai, i quali hanno consegnato allo spettatore- utente- consumatore, il microfono e la videocamera, con la scusa di discettare del paese reale, quando insistono nel tallonare i genitori di una giovane vittima, chiedendo loro quale pensiero abbiano, o magari intervistandolo in uno studio provocando il loro dolore e pianto, così aumentando l’audience.
Il Partito Repubblicano Italiano, del quale ho la tessera da qualche tempo, ha delle altre proposte da fare, ma nessuno vuole ascoltare quanto abbiamo da dire, dal momento che non avendo in mano la gestione di alcun potere, non si può dare in cambio ciò che l’italiano vuole con l’atavico istituto della “raccomandazione”.
Il posto di lavoro, gli avanzamenti di carriera e la pensione, sociale sono oggi i cardini su cui appoggia la richiesta dalle famiglie dell’Italia che va in Chiesa, e che vota Bersani, Berlusconi, Casini e Di Pietro; l’esenzione dal servizio militare oggi non è più, ma una volta ci dette modo di crescere; ricordo il vertiginoso aumento degli iscritti, alla mia sezione, delle mamme e dei papà ansiosi del benessere dei propri pargoli ventenni. Erano i primi anni ottanta.
La eliminazione degli Enti Provincia e delle Comunità montane sono una delle battaglie iniziate dall’amico Del Pennino, ma ci sono anche riforme nel mondo del lavoro, del fisco, dell’economia e della scuola.
Interventi profondi relativi all’ambiente, alle fonti energetiche, alla finanza e alle forze armate, sono altri punti su cui il Partito Repubblicano ha un progetto concreto e reale, nell’ambito della tradizione democratica europea, che ci vede impegnati nel ELDR.
Io, nel partito, sono uno tra quelli che auspica la riforma costituzionale della rappresentanza democratica: sono convinto che sarebbe la ricetta vincente: eleggere con sistema proporzionale i membri del Parlamento, chiamati a legiferare, nell’assioma che non è scritto da nessuna parte che sia la maggioranza ad avere le idee migliori, e che più opinioni a confronto portano a migliori decisioni. Una misura urgente da adottare per me sarebbe questa: eliminazione dell’appellativo di “onorevole” per gli eletti, i quali andranno nominati con il titolo di “ deputati”, che meglio rende l’idea della sovranità popolare.
Il potere esecutivo deve essere rappresentato dal Capo dello Stato, eletto con metodo maggioritario direttamente dai cittadini elettori, il quale sarà il leader di un governo a cui spetta la gestione dell’intero paese, le cui periferie istituzionali operano solo per delega.
Infine il problema della gestione della Giustizia. Per dare concretezza all’immagine dei giudici con la Costituzione stretta tra le mani, si dovrebbe proporre la eleggibilità tramite votazioni democratiche di coloro che posseggono i titoli giusti per diventare Giudice, da effettuarsi in un territorio suddiviso per distretti. Questi incarichi, con personalità giuridica, saranno chiamati ad amministrare la giustizia al di fuori da qualsivoglia organizzazione privatistica.
L’altro ramo della Giustizia, quello inquirente, sarà svolto da esperti Procuratori della Repubblica, organizzati su base provinciale, i cui posti andranno a concorso pubblico e gli avanzamenti di carriera regolamentati da una periodicità di controlli sul lavoro svolto.
Ci credete! Per questo inizio d’anno, l’aver vuotato il sacco mi fa sentire meglio e mi fa meglio sperare per l’avvenire prossimo venturo.
Renato Traquandi www.sentierirepubblicani.it

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